isolapasqua_cartina_02L’Isola di Pasqua è il lembo di terraferma più lontano da tutte le altre terre emerse che esista al mondo. Dispersa quasi al centro dell’Oceano Pacifico, ha una superficie di poco inferiore a quella dell’Isola d’Elba. 
Essa è formata da tre vulcani (adesso inattivi) che sono emersi dal mare migliaia di anni fa. 
Dal punto di vista politico l’isola di Pasqua fa parte del Cile.

La grande fama di questo fazzoletto di terra nell’oceano è dovuta in gran parte ai famosi moai, le statue megalitiche che si trovano soprattutto lungo le coste. Secondo una ipotesi, l’isola di Pasqua è un residuo emerso di Atlantide o di Mu o ancora di Lemuria (analoghi continenti che secondo le leggende antiche, si sono inabissati in tempi remoti) e i mohai sono la rappresentazione dei suoi originari abitanti o della classe al potere. 
Secondo una variante di questa teoria, i mohai rappresentano esseri di un altro mondo (extraterrestri) che portarono la civiltà al continente perduto prima del diluvio universale. Una civiltà ed un progresso tecnologico dei quali i pochi superstiti in tutto il mondo, fra cui gli isolani di Pasqua, hanno perduto quasi completamente la memoria, conservandone testimonianze sporadiche in manufatti ed edifici antichi di gran lunga più evoluti del livello di conoscenze attualmente in loro possesso.

isolapasqua_cartinaI Moai sono statue che si trovano sull’Isola di Pasqua. Nella maggior parte dei casi si tratta di statue monolitiche, cioè ricavate e scavate da un unico blocco di tufo vulcanico; alcune possiedono sulla testa un tozzo cilindro (pukau) ricavato da un altro tipo di tufo di colore rossastro, interpretato come un copricapo oppure come l’acconciatura un tempo diffusa tra i maschi.
Ci sono più di 600 Moai conosciuti sulla superficie dell’isola. La quasi totalità di questi sono stati ricavati da un tufo basaltico del cratere Rano Raraku, dove si trovano quasi 400 statue incomplete.
Questa roccia a grana eterogenea è relativamente tenera, a differenza del basalto, che deriva dalla solidificazione di un magma. I cappelli sono invece stati ricavati da un tufo rossastro proveniente dal piccolo cratere di Puna Pau, distante circa 10 chilometri da Rano Raraku.

La cava di Rano Raraku sembra essere stata abbandonata all’improvviso, con alcune statue lasciate ancora incomplete nella roccia. Tra queste vi è la statua più grande, lunga 21 metri. 
Praticamente tutti i moai completati furono probabilmente abbattuti dagli indigeni qualche tempo dopo il periodo della costruzione, ma anche i terremoti potrebbero aver contribuito al ribaltamento delle statue.

Sebbene vengano spesso identificati con le teste, molti dei moai hanno spalle, braccia, torsi, che sono stati piano piano, negli anni, sotterrati dalla terra circostante. Il significato dei moai è ancora oggi poco chiaro e esistono ancora molte teorie a proposito.
E’ indubbio che i mohai ricordino molto l’arte Inca, sia nella struttura che nella lavorazione, è indubbio che gli isolani abbiano la pelle bianca e caratteristiche somatiche sia degli europei che dei polinesiani, sebbene siano sperduti nell’oceano Pacifico. 

E’ certo che per la costruzione e la posa in opera di queste grandi statue sia stata necessaria una forte motivazione religiosa ed una struttura sociale organizzata in grado di porre al lavoro molte persone. E’ altrettanto certo che occorreva possedere una buona perizia tecnica per tagliare la pietra nella cava, scolpirla secondo un preciso progetto, trasportarla nel luogo di posa, quindi issarla e orientarla nella posizione voluta.
La storia delle popolazioni dell’isola è piuttosto tormentata. Il primo problema che gli storici hanno dovuto risolvere è stato il seguente: “come hanno fatto le popolazioni ad arrivare sull’isola?”. 
Il problema non è indifferente: la terra emersa più vicina si trova a 3600 km di distanza ed è il sud america. La polinesia dista oltre 4000 km. Ciò significa che i primi abitanti dovettero affrontare un lungo e pericoloso viaggio, sfidando le tempeste dell’oceano, seguendo i venti e le correnti a bordo di semplici zattere. 
L’analisi genetica degli abitanti dell’isola ha svelato che essi hanno origine polinesiana, quindi provenivano dal sito più lontano. Pensate agli oltre 4000 km in zattera!

I primi sbarchi dovrebbero risalire all’800-900 d.C., epoca in cui l’isola era ricoperta da una fitta e immensa foresta di palme. Per alcuni secoli, fino al 1200 d.C, la popolazione non aumentò in maniera veloce, quindi l’equilibrio tra uomo e ambiente restò relativamente stabile. 
La religione degli indigeni era naturalmente influenzata dalla loro origine polinesiana. Essi costruivano degli altari di pietra che venivano innalzati in onore degli antenati defunti. 
In seguito la loro tradizione religiosa divenne più sofisticata. Al posto delle semplici lastre di roccia furono realizzate quelle enormi statue megalitiche che prendono il nome di moai. Per relizzare i moai era necessario usare delle attrezzature in legno. Il trasporto delle grandi statue dalle cave di pietra alla costa rendeva necessario l’uso di rulli di legno ricavati dalle grandi palme presenti sull’isola. A partire da quell’epoca cominciò un disboscamento selvaggio in tutta in tutto il territorio. 
La riduzione della risorsa forestale provocò un inasprimento dei rapporti sociali interni che sfociarono talora in violente guerre civili. Tra il 1600 ed il 1700 d.C., in alternativa al legno divenuto sempre più scarso, gli abitanti iniziano ad utilizzare anche erbe e cespugli come combustibile. 
Oggi non esistono più palme sull’Isola di Pasqua. L’ultima fu abbattuta presumibilmente intorno al 1800. Le condizioni di vita divennero proibitive e la popolazione fu decimata dalla fame e dagli scontri interni. Il legno era stato completamente sfruttato e non era possibile costruire delle zattere per fuggire o per tornare in polinesia. Ogni via di fuga era sbarrata! Quando i primi europei giunsero sull’isola trovarono meno di 2000 abitanti che vivevano nella distruzione, in condizione di totale indigenza.

Terra001Cosa ci insegna la storia dell’Isola di Pasqua? E’ evidente il parallelismo tra la storia della popolazione dell’isola e quella del nostro pianeta. Noi stiamo sfruttando le risorse del pianeta senza preoccuparci delle conseguenze a lungo termine. 
Gli indigeni di Pasqua non sono potuti fuggire, perché imprigionati dall’oceano che non potevano più attraversare a causa di mancanza di legno. La nostra Terra è come un’isola nello spazio, intorno a noi il freddo cosmo ci impedirà, se sprecheremo ogni risorsa, di fuggire costringendoci in una prigione cosmica.
Naturalmente ci sono anche delle differenze. Noi abbiamo la tecnologia che ci può aiutare e anche la consapevolezza che qualche danno lo stiamo facendo. 
Da decenni molti passi in avanti nel campo dell’ambientalismo e del risparmio energetico sono stati fatti. Il futuro del nostro pianeta è essenzialmente ancora nelle nostre mani e il “punto di non ritorno” non è stato ancora oltrepassato.

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