Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Locuste o carrube – San Giovanni il Battista, nel deserto della Giudea

Giovanni Battista nel deserto del Maestro di Berna (Kunsthaus di Zurigo)

Giovanni Battista nel deserto del Maestro di Berna (Kunsthaus di Zurigo)

Secondo i Vangeli si cibava di locuste e miele selvatico, ma..          

    Per noi siciliani del sud-est, amatori gelosi di tutto quello che è “nostrum”, può diventare oggetto di curiosità – se non di viva attenzione -, l’apprendere che quando San Giovanni dimorò nel deserto proclamando la venuta del Messia, si cibava di carrube e miele piuttosto che di “locuste e miele selvatico”, come troviamo esposto sui Vangeli di San Matteo (3,4) e di San Marco (1,6).
Sì, proprio la pianta del carrubo, a noi così familiare e le comunissime carrube, da noi molto ben conosciute (anche nel loro sapore), sembra abbiano avuto una piccola “voce in capitolo” nella storia della nostra religione.   

   L’amico insegnante Carmelo Nigro, scrittore, poeta e dialettologo ispicese, propone questa tesi che io condivido ed anzi sponsorizzo, contribuendo con ricerche, valutazioni ed esiti, a confermarne la convinzione.

Palestina_Gesu Le traduzioni evangeliche riportano che il Battista percorse la regione desolata e disabitata, ad est del Giordano predicando la penitenza per il perdono dei peccati e battezzando la gente nelle acque di quel fiume. Si avverava così quanto era scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia.

In Giovanni si realizzava l’homo novus. Era dunque quella sua, “la voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore (), ed ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!” (vale la pena qui, rammentare che nel linguaggio biblico il verbo “gridare” ha il significato di  proclamare, annunciare solennemente).  

    Il Giordano è un lungo fiume che sorge dal monte Hermon nell’alta Galilea e scende verso sud fino a sfociare nel mar Morto. Pensate che il percorso lineare del Giordano è di circa 100 km, ma la lunghezza del fiume è di 300 km.  Come è possibile?  Fa infatti numerose anse, gira continuamente e torna indietro perché non c’è pendenza e attraversa un terreno sabbioso; il fiume si è quasi impantanato e si è creata una strada tortuosa e complicata, fino a raggiungere il Mar Morto, nella Giudea. L’ambiente è un’ampia landa desolata e tutt’intorno il paesaggio è arido e incolto. Difficile e complicata ogni sopravvivenza.  

   Il “nuovo” profeta Iehôhānān in ebraico e Ιωάννης ο Πρόδρομος (Ioànnes o Pròdromos) in greco, ossia Giovanni il Precursore (di Cristo) viene presentato come un uomo rude del deserto, con una tunica intessuta con peli di cammello.

Probabilmente era proprio quell’indumento che lo caratterizzava e che diventa un singolare elemento di paragone. Perché dunque peli di cammello e non – ad esempio –  lana di pecora?

Questo dettaglio ci rivela la mentalità della gente ebraica di quei tempi: Per avere un vestito di lana bisogna tagliare la lana dalle pecore; ma quando qualcosa viene reciso diventa inaccettabile. Secondo uno schema sacerdotale, infatti, tutto ciò che è tagliato con il rasoio o con qualunque altra lama diventa impuro.

El Greco - San Giovanni il Precursore

El Greco, San Giovanni Battista, 1600-1605, Museo di belle arti di Valencia

    Non indossava un capo di lana (che, come già detto, sarebbe stato considerato un capo “impuro”), ma una tunica intessuta con peli di cammello, perché i cammelli perdono i peli e questi, una volta raccolti, venivano filati, realizzando dei tessuti che, secondo il criterio predetto, erano puri in quanto non tagliati.

   Giovanni il Battista era un “nazireo”. Il termine deriva dall’aggettivo nazir, che vuol dire “consacrato”. Infatti, secondo una prassi codificata (La Bibbia: Libro dei Numeri. – 6,1 -2,1), colui o colei che aveva fatto un particolare voto di consacrazione al Signore (nazireato), “si impegnava per un periodo determinato o per tutta la vita ad astenersi dalle bevande alcooliche, dall’uva, dal tagliarsi i capelli e non doveva avere contatto fisico con i cadaveri”. E Giovanni, consacrato al Signore già dalla sua nascita, non si tagliò mai i capelli e non bevve mai vino né altri alcoolici (Luca: 1, 15). La parola nazireo non va confusa con “nazareno” che, come sappiamo, significa “nativo di Nazareth”, come lo era Gesù.

  Ma “l’argomento forte” di questa trattazione riguarda segnatamente il cibo, del quale si nutriva Giovanni durante il lungo periodo della sua permanenza in quella zona desertica.
Poteva nutrirsi di locuste e miele selvatico, come riportano le traduzioni dei Vangeli predetti?  

   A questo riguardo, viene intanto da chiedersi se i Vangeli non presentino qualche termine o espressione che si presta a equivoci o a dubbie interpretazioni.

Un accenno di risposta viene intanto fornito dalla teoria di Karlheinz Deschner, secondo il quale  <<… non solo non esiste nessun Vangelo nel testo originario (anche se fino al XVIII secolo si è affermato di possedere l’originale del Vangelo di Marco, e precisamente a Venezia e a Praga), ma anzi non si è conservato nessun libro neotestamentario e neppure alcun libro della Bibbia, nella sua originaria stesura autografa. Tanto più, sembra che non esistano nemmeno le prime trascrizioni. Ci sarebbero soltanto “copie di copie di copie”: trascrizioni di manoscritti greci, di vecchie traduzioni latine, siriane, copte, nonché da citazioni neotestamentarie fatte da Padri della Chiesa e riferite spesso a memoria, quasi si trattasse di una tradizione orale.
In un autore come Origene di Alessandria (185 – 254 d.C.), teologo, scrittore e catechista del greco antico, ne sarebbero state riscontrate fino a circa 18.000 (!). Senza contare che le stesse opere dei Padri della Chiesa sono state a loro volta tramandate con livelli di attendibilità assai differenti … >>

     Prescindendo comunque da certe teorie che possano apparire tendenziose, sembra del tutto vero che la riproduzione scritta dei Vangeli non avvenne senza errori. Per più di due secoli, infatti, essi furono esposti agli interventi intenzionali o involontari dei copisti. Nel corso della loro diffusione, attraverso l’uso pratico cui erano destinati, i testi sarebbero stati sottoposti a molteplici mutamenti, del tutto spontanei e però anche ampliamenti e accorciamenti premeditati.    

  <<Redattori, commentatori e glossatori ecclesiastici – sostiene il teologo Hirsch – hanno seguitato a lavorarci, ovvero hanno limato, completato, armonizzato, ripianato e migliorato, di modo che, in ultima analisi, ne risulta una giungla di varianti, di aggiunte e omissioni, talvolta in contraddizione le une con le altre>>. 

Di conseguenza noi, <<… in molti luoghi non possiamo determinare con certezza, ma neanche solo con probabilità, il testo primigenio, il quale appare quindi scarsamente originale, così come nella stessa maniera gli antichi Egizi avevano a loro volta “migliorato” le loro sacre scritture.>> (A. Knopf). 

     In realtà, nel copiare i Vangeli, sembra che si sia proceduto in maniera piuttosto disinvolta, in quanto per quasi un secolo essi non vennero affatto considerati come testi sacri e inviolabili.
Difatti, non si possedeva ancora un Nuovo Testamento e quindi in mancanza di una propria scrittura sacra, si faceva uso di quella dell’ebraismo. Solo nella seconda metà del II^ secolo – quando la tradizione orale assunse forme sempre più inverosimili – i Vangeli vennero equiparati all’Antico Testamento, finendo anzi con l’esser preferiti ad esso. 

   Addentrandoci un po’ di più nel vivo del discorso, facciamo una riflessione semplicissima, ovvia e persino banale. Le cavallette sono state da sempre definite un autentico flagello. E’ una fortuna (se così di può dire) che questi immensi sciami non intervengano con particolare frequenza.

I celebri Papyri di Tebtunis, ritrovati e tradotti tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 (California University e Oxford) riportano testualmente (nota 772, terzo volume, 2° tomo – London, 1902, 76) che η ακρίς εμπεσοῦσα κατέφθειρεν πάντα (ē akrìs empesùsa katéftheiren pànta) ossia che l’invasione delle cavallette distruggeva tutto.

Carlo Anti

Carlo Anti

Per inciso, piace rammentare che Tebtunis è una zona geografica nei paraggi dell’odierna Umm el Breilāt (Egitto); in essa, nel 1931 una missione archeologica italiana diretta da Carlo Anti, portò alla luce addirittura un Santuario del dio Coccodrillo, oltre ad altri importanti papiri.

    La predetta espressione greca, che richiama le tremende “piaghe egiziane” di biblica memoria, lascia intendere quanto vasto potesse essere il territorio interessato e soprattutto la quantità delle cavallette (denominate anche locuste), il cui numero secondo altri scritti era tale da riuscire ad oscurare la luce del sole! La citazione come tale, non aggiunge nulla a quanto già sappiamo, ma dimostra che fin dalle epoche più remote, le “invasioni” si sono svolte sempre allo stesso modo ed hanno causato gravissimi danneggiamenti e successive carestie, in conseguenza della devastazione totale della flora a qualsiasi livello, ma anche alla decimazione di piccoli insetti – utili e non utili –   (divorati anche questi dalle cavallette). Una volta cessata la possibilità di rimpinzarsi di vegetali, le cavallette/locuste ripartivano subito per altre mete lontane e non sarebbero certo tornate a breve scadenza. Proprio in tale proposito, piace evidenziare che il termine locusta sembra riflettere proprio l’immagine dei luoghi, così come si presentavano dopo l’invasione. “Terra bruciata” li definirebbe un neologismo, perché non restava nulla al loro passare, proprio come se tutto fosse stato arso dal fuoco. Per questa ragione, la locuzione latina loca usta (= luoghi bruciati) richiama appunto quelli lasciati dalla locusta. Per i lettori più “precisini”, rammentiamo che il latino locus è, si,  di genere maschile, ma i luoghi vasti ed aperti vengono definiti al neutro plurale: loca.

    A riprova, poi, della naturale ciclicità delle migrazioni, è il caso di evidenziare che un’invasione di locuste ha avuto luogo proprio il recente 7 marzo 2013 in Egitto e da qui si è poi spinto fino in Israele. Ne abbiamo drammatiche testimonianze scritte e filmate, ancora oggi reperibili su Internet.

Locusta del deserto (Schistocerca gregaria) - foto di Christiaan Kooyman

Locusta del deserto (Schistocerca gregaria) – foto di Christiaan Kooyman

   La locusta del deserto (Schistocerca gregaria), probabilmente la più importante in termini di diffusione e capacità migratoria (nord Africa, Medio Oriente, India), è quasi certamente quella citata nelle bibliche Piaghe dell’Egitto. Non risulterebbe però che in epoche bibliche questi animali abbiano fatto parte, sia pure per necessità di sopravvivenza, della dieta alimentare delle popolazioni residenti nelle zone invase.  E se anche – come dicono i passi evangelici sopraddetti –  San Giovanni poteva disporre di abbondanti locuste durante l’invasione, non avrebbe potuto sfamarsi con lo stesso alimento in un tempo successivo all’invasione.  Le locuste infatti non sono animali stanziali; la loro presenza è limitata al breve periodo della migrazione. Dunque, la loro presenza avrebbe potuto fornire cibo soltanto per qualche giorno, non essendone possibile – a quei tempi – la conservazione in un ambiente fresco.

   Anche gli alveari selvatici (e le api stesse) subivano attacchi e danneggiamenti ad opera di questi “animaletti”, per cui diventava pericoloso per l’uomo il solo accostarvisi, proprio perché – a loro volta –  le api si erano organizzate a difesa, assumendo atteggiamenti aggressivi.  

In questo senso, l’argomento “cibo” comincia ad apparire del tutto controverso. Quale sarebbe dunque la versione più ragionevole dei fatti? 

    Come già evidenziato, la traduzione dei Vangeli ha subìto diversi rimaneggiamenti e interpolazioni. Libero accesso quindi alle tante interpretazioni che magari sono state maturate in buona fede e secondo una logica ragionata e ragionevole, ma che possono anche essersi discostate dalla realtà e in definitiva dalla verità stessa.        

     A proposito della cavalletta considerata come cibo, Carmelo Nigro ci rammenta che <<….. la Bibbia (Levitico, capitolo 11) – e con essa la cultura ebraica – esclude dal considerare come cibo quasi tutti gli insetti e con questi le cavallette, catalogate come “animali non commestibili”.>>

     Noi riscontriamo che, in effetti, Giovanni il Battista era considerato dai suoi contemporanei un profeta ebreo ed anche una grande autorità spirituale, capace di attirare le folle che si facevano purificare col battesimo. Egli aveva deciso di dedicarsi all’austerità e alla penitenza, per dare un esempio di santità al popolo. Se dunque si asteneva dai cibi succulenti consentiti dalla Bibbia, come avrebbe potuto scegliere di mangiare (anche se in circostanze “estreme”) determinati alimenti “sconsigliati” dalla Sacra Scrittura? 

Carrubo - Ceratonia siliqua (illustrazione)

Carrubo – Ceratonia siliqua (illustrazione)

   Aveva però a disposizione e senz’altro a portata di mano un alimento abbondante, conservabilissimo, trasportabile, da non inseguire, da non catturare, da non cuocere … e soprattutto “puro”, non vietato. Ci riferiamo al frutto del carrubo, che notoriamente è nutritivo, dolciastro, persino gradevole. Contiene infatti zuccheri, amidi, proteine, vitamine, sali minerali. 

In tempi recenti, quando la guerra costrinse a restrizioni alimentari, anche dalle nostre parti questo alimento venne a far parte della dieta alimentare quotidiana (… e per fortuna ce n’era per tutti!). >>

    Potremmo ora rivolgerci alla lingua inglese, che riflette l’analoga voce latina locusta e che possiede due significati per la parola locust. 

   Per i dizionari inglesi il termine “locust”, come tale, ha il significato sia di locusta che di carrubo.

La “migratory locust” denomina la locusta propriamente detta (o – se preferiamo – la cavalletta), mentre la “tree locust” è invece (udite, udite!)  l’albero del carrubo. Con l’aggiunta della parola bean (=frutto), identifica la nostra carruba.

    Ben più singolare è forse il termine tedesco del carrubo (albero): Johannisbrotbaum, mentre la carruba (frutto) è detta Johannisbrot. I due significati sono rispettivamente, “l’albero del pane di Giovanni” e “il pane di Giovanni”, con evidente riferimento ad un alimento che non sembra proprio essere una locusta.

   Ancora, la ricerca ci propone in dettaglio due argomenti riportati su una enciclopedia tedesca, tradotti dalla prof.ssa Pina Pierri, cui vanno anche i nostri complimenti per la sua capacità e competenza:

– da: Johannisbrot  und  Mastixstrauch – Buscwälder  (= Pane di San Giovanni e lentischio – Boschi di arbusti): << (…) una specie di bosco sempreverde, dominato dall’albero del Pane di San Giovanni e del “lentischio” (pistacia lentiscus), piccolo albero a rami cadenti, sempreverde, del genere “pistacchio” che produce un lattice gommoso, cresce nel promontorio a occidente della catena montuosa che si estende dalla Giudea fino ai confini del Libano, (…) come anche su  alcuni pendii orientali della Galilea e della Samaria.  Questo tipo di arbusti, in alcuni posti, è stato completamente distrutto. E’ rimasto soltanto l’albero del pane di Giovanni, risparmiato grazie ai suoi frutti dei quali si sono cibati, nel tempo, sia l’uomo che gli animali. >>  

– da:  Johannisbrot (= Il pane di Giovanni): <<… I baccelli di Ceratonia siliqua, (….) si chiamano così dal cibo di cui, secondo la credenza, si nutriva Giovanni Battista (Vangeli di: Marco 1,6 e di Matteo 3,4).  Nell’orizzonte intellettuale tedesco entra per la prima volta il frutto del paese orientale del XIV° secolo, (…) tramite i viaggi di pellegrini. Da allora, il nome resta frequente anche presso i vicini paesi Germanici. In Olanda, Inghilterra, Danimarca, Svezia, viene chiamato Pane di San Giovanni. >>

Nessun dubbio a questo punto, che si stia parlando del frutto dell’albero carrubo, ossia la carruba.

    Il “discorso alimentare” può diventare adesso più ragionevole, dunque, se si tiene conto che nel territorio in argomento il carrubo è ancora oggi una pianta abbastanza diffusa, i cui frutti sono da sempre commestibili ed anzi utili per il loro già citato apporto di zuccheri, proteine, amidi.

  Aggiungeremo infine che nelle provincie di Siracusa e Ragusa è ben conosciuto il miele di carrubo, particolarmente apprezzato per il suo sapore molto dolce. Per il suo specifico gusto leggero e delicato, viene comunemente denominato meli ri carruedda.  Le “nostre” api, come quelle israeliane d’oggi (e quelle coeve a San Giovanni Battista – duemila anni fa -), producono questo squisito miele, raccogliendo il nettare dalle infiorescenze biancastre del carrubo, dette racemi. Di questo miele, il Battista certamente avrà potuto nutrirsi con facilità, attingendolo dagli alveari selvatici, spesso costruiti da questi laboriosi e geniali insetti all’interno dei tronchi dei carrubi, forse anche nell’istintivo intento di evitare i maggiori danneggiamenti causati dalle invasioni delle cavallette. 

   Altro che nutrimento a base di locuste, per un predicatore del deserto!…

 

Commento

Questa breve ricerca ha evidenziato una strana coincidenza tra le scritture evangeliche in argomento e il Vangelo di Luca (15,11-32) in cui viene riportata la parabola del Figliol Prodigo.  Si tratta di un dettaglio che in qualche modo “celebra” le carrube come alimento per gli uomini, oltreché per gli animali. Questa traduzione, che appare più recente, fa giustizia ancora una volta delle ghiande e di generici baccelli, dei quali non riusciva a cibarsi il figliol prodigo quando, dopo aver dissipato le sue ricchezze, si ridusse a fare il guardiano dei porci. Nella descrizione della sua condizione di assoluta indigenza e denutrizione, viene riportato che “a lui era negato quello stesso cibo che invece era abbondantemente a disposizione dei maiali”. Mentre le letture tradizionali hanno sempre parlato di ghiande, riscontriamo ora che la traduzione accolta dalla C.E.I (Conferenza Episcopale Italiana) riporta testualmente, al versetto 16: Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava. 

bibbia_deodatiCosì riporterebbe anche la cosiddetta Santa Bibbia Deodati (1607 e 1641).

   Appare poco chiaro come mai la C.E.I. parli di carrube, aggiornando e correggendo quindi la precedente versione delle ghiande, a proposito della parabola del figliol prodigo, ma poi abbia invece “lasciato” – ovviamente si fa per dire – che San Giovanni il Battista continuasse a mangiare locuste, oltre al miele selvatico (ossia miele di carrube, nel nostro caso). A me pare che questo equivoco sia stato lasciato ancora in vigore, impropriamente e forse con “distratta accortezza”. Eppure le scritture riportanti i due episodi sembrano essere coeve, dato che le parabole di Gesù e la presenza di Giovanni il Battista hanno luogo in epoca non diversa. Null’altro da mettere in risalto, se non l’evidente stridore nelle due versioni che come tali si prestano ad un palese equivoco.

Tutto ciò, però, restando ferma (anzi fermissima) la sostanza evangelica che alimenta la fede. 

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articolo di Federico Faraone

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