Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

L’opera “Tosca” raccontata, in prosa rimata, da Sandro Boccia.

Dramma in cinque atti, “Tosca” andò in scena il 24 novembre 1887 al Thèatre de la
Porte Sain Martin di Parigi e nella parte di Floria Tosca, gran cantante lirica prediletta
da Cimarosa e Paisiello, nella Roma dell’anno 1800, fu Sarah Bernhardt. Va ben letta
la pagina del confronto con un soggetto “verista” e con un autore vivo, di successo, molto
attento agli adattamenti di suoi lavori e interferente e ciò fu un’operazione rischiosa ma
riuscita. Nell’agosto del 1895 Alberto Franchetti rinunciò a musicar la Tosca di Sardou,
che Puccini rivide a teatro a Firenze, in ottobre, ancora con la Bernhardt, e così oibò
si commosse alle lacrime per la scena della fucilazione del pittor Cavaradossi. Anche qui
si ripetè la sfida: Puccini sentì che qualcuno con l’appoggio del vegliardo Verdi stava lì
affrontando il dramma che tanto gli piaceva sin dal 1889 e tanto sgomitò per farsi largo.
Nel 1898 Puccini è con Illica a Parigi a parlare con l’adattamento operistico con Sardou
e il 14 gennaio 1900 c’è la prima al Teatro Costanzi di Roma con le scene di Hohenstein,
la regina Margherita e ministri in sala: molti bis, critica scettica ma pubblico in largo
e in lungo in fila per veder la novità dell’ operista lucchese, venti repliche tutte esaurite.
E’ la sbornia del successo e della fama: il Maestro ormai ha i soldi per costruirsi la villa
a Torre del Lago e l’agio per viaggiare velocemente con le sue costose auto e con ferite
al cuor verso nuovi amor e impegnative fiamme come la Corinna torinese, non camomilla,
studentessa in legge che gli susciterà le ire paternalistiche di Giulio Ricordi, che pur non
sapendo di Freud, sapeva bene quanto quelle prime corse in auto (e i primi incidenti,
lieve quello del 1902, grave quello dell’anno dopo con frattura della tibia, accidenti,
lunghissima degenza e conseguente abbandono di Corinna infurentita) e le nuove passioni
avrebbero messo a rischio la sublimazione produttiva del suo gioiello. E così a cavalcioni
tra lo choccante tunnel della degenza dolorosa e i ricatti via lettera dell’amante torinese
(vera e propria estorsione con minaccia di scandalo mondano, placata con denaro pagato
da un Puccini sempre pavido delle conseguenze del suo operato) adultero e mai appagato
ma insiem prudente alle reazioni violente della “pazza” gelosa moglie Elvira, cui cercava
di rimaner legato nel rapporto di reciproca dipendenza “tossica”,  di certo non più amava
la moglie, della disponibilità al matrimonio del 1904 d’ Elvira ormai vedova, con Fosca,
le ramanzine di Ricordi, tutto ciò disturba la creatività degli anni del Maestro dopo Tosca.

Bozzetto Tosca atto I – da LoSchermo.it
(by LoSchermo.it is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale)

Ancora, dopo Manon Lescuat, il protagonista maschile di questo vero e proprio dramma
d’azione pucciniano vagheggia il porticciolo, il rifugio intimo, segreto, pascoliano dei
propri affetti: il pittor filo-repubblicano Mario Cavaradossi parla, senza pentagramma,
alla bella cantante Floria Tosca d’una “casetta che tutta ascosa nel verde”, lettor ci sei?,
l’aspetta; e nella falsa, mortalmente pericolosa Roma papalina dei reazionari antiliberali
d’inizio Ottocento il tratto che separa un incontro d’amor dal successivo è disseminato di
trappole mortali, di aggressioni e attraversato dai proiettili d’avversa fortuna. “Arde a
Tosca nel sangue il folle amor!”, e anche la prima rappresentazione scenica con le ali
della gelosia di donna Elvira. Tosca scoppia di salute e di desiderio, diversa dalle fragili
Fidelia, Anna, Manon, della tisica Mimì, e a differenza di Tigrana e di Musetta, cantante
che lavora e lotta coraggiosamente nella società maschile, sa ciò che vuol in ogni istante,
“agil come leopardo” (come la definisce il turpe Scarpia) attraverso la savana romana
e, insiem pia e voluttuosa, difende con le unghie e con i denti della cieca gelosia insana
il suo mario dalle insidie delle nobildonne dell’aristocrazia, dalle angelicata marchesa
dai “grandi occhi azzurri” e dalla “gran pioggia di capelli dorati”. Lei, bruna e accesa,
dagli occhi neri, artista che diletta la nobiltà, ama il pittor Cavaradossi, e come il barone
Scarpia, mostro umano, evade dal suo stato simbolo tentando di sedurla per benone,
così Mario è sensibile al fascino della bellezza e della superiorità sociale incorrendo giù
in una serie di lapsus infedeli che saranno la chiave dell’escalation gelosa di Tosca su
cui s’arrampicherà lo schifoso sbirro. Il luogo dell’amore passionale (la villa padronale)
e il luogo della tortura e della sensualità violenta (il salon di Scarpia in Palazzo Farnese)
son nettamente distinti in Puccini; il presente, come sempre in tal drammaturgia teatrale,
è il campo della sofferenza, l’altrove è l’area della rammaricata memoria o dell’agognato
impossibile sogno di felicità futura. Un cupo tanfo d’inferno regna su Roma che intraprese
Puccini a delinear come autentica: salì sui colli per ascoltar dal vivo l’effetto trasognato
degli scampanii di San Pietro e dintorni; scrisse all’amico Zanazzo, poeta romanesco e
autor di canti popolari, per aver lo stornello del pastorel che annuncia l’alba della morte
del pittore (a gratis: altro elemento per avvalorare l’avarizia del compositore); con sorte
buona scrisse all’amico prete Panichelli per aver brani sacri d’uso liturgico nel Te Deum
del final del primo atto. Comunque “Tosca” non è opera verista ma verosimile perché
Puccini desidera creare choc autentico nello spettatore alle esplosioni di crudeltà, olè,
e d’amore cui assiste. Cavaradossi tornerà, prima della morte, alla totale immersione
nell’universo erotico con la celeberrima aria “E lucean le stelle…”: poi quando Tosca
giunge trafelata da lui, prigioniero in Castel Sant’Angelo, rivelandogli che , fosca fosca,
ha appena ucciso con un coltello Scarpia che volea stuprarla, si commuove il pittor sulle
“Dolci mani, mansuete e pure” della devota artista cattolica e al tempo stesso passionale.
In quest’opera ove sangue, tortura e amore s’avvincono stretti alle sorti dei personaggi,
e gli eccessi dei sensi segnano il tempo di una quadruplice morte, c’è, non occasionale,
l’eplicito accenno alla sessualità, amorosamente goduta o schifosamente imposta a raggi
da un abietto figuro: Scarpia esplicitamente si rapporta allo Jago shakespeariano tradotto
dallo scapigliato Arrigo Boito per l’Otello verdiano anni prima: “Per ridur un gelosotto
allo sbaraglio Jago ebbe un fazzoletto ed io un ventaglio!”. Tosca, dopo Tigrana, è il 2do
personaggio accoltellatore ma entra nel rango delle grandi vittime tragiche del mondo
del melodramma italian (che la Callas volle sempre interpretar). Illica, Puccini e Giacosa
ritenevan di calar il sipario sul suo strazio per la morte dell’amato ma Sardou la voleva
morta a tutti i costi, come dice il compositore in una lettera del 1899 dall’odor di rosa!

Teatro Smeraldo, Milano – Una scena della Tosca del 2012, immagine tratta da:
http://www.dietrolanotizia.eu/tag/teatro-smeraldo/

Similar posts