Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Loreto – Le sante pietre, pietre vive

di Nanni Monelli

Nel campo delle ricerche sulla Santa Casa si è data la precedenza a quelle sull’origine nazaretana delle pietre sacre formanti, a Loreto, la Camera della Madonna. Si è così appurato che la Reliquia lauretana ritraslata avanti alla grotta da cui era stata asportata a Nazareth di Galilea, coniugata con i resti archeologici ivi rimasti, definisce una casa palestinese poi utilizzata come sinagoga broadhouse dai primi ebrei convertiti al cristianesimo, quando non più abitata dalla Santa Famiglia.

pietre1La casa, protetta da una struttura architettonica, fu, con tali addizioni, utilizzata come chiesa durante tutto il periodo bizantino sino ai Crociati. Per completare l’analisi viene quindi da porsi la domanda: ma che cosa rappresentavano, che valore avevano quelle pareti in pietra per gli uomini di quel periodo tanto da considerarle degne di essere conservate gelosamente una volta abbandonate dalla famiglia che le abitava?
È un anello di pochi decenni quello qui scandagliato, che sono anni però molto importanti perché garantiscono o meno la continuità fisica e manutentiva della casa abitata da Maria e la sua santa Famiglia, con i reperti archeologici a cui si è fatto riferimento con le ricerche già note.
Di certo quelle tre mura, addossate alla parete di roccia, non avevano il valore di reliquia così come noi oggi con mentalità differente l’intendiamo, perché non esisteva, aspetto più importante, la volontà di musealizzazione dell’edificio con arredi, moda che oggi imperversa da parte delle istituzioni, degli enti culturali, per le abitazioni di uomini che gli stessi considerano illustri ancor prima del verdetto della storia.

Nella cultura e nella tradizione del popolo ebraico molta importanza aveva la pietra eretta da mano d’uomo, massebah – plurale massebot – e che pertanto era segno di una presenza umana sul territorio al cospetto di Dio. Il concetto diviene più chiaro quando lo stesso è coniugato con il termine luogo, makom, che con il processo di astrazione, di spiritualizzazione delle concezioni teologiche del popolo ebreo, processo per altro comune anche per altri aspetti teologici, finisce con il sostituire il nome stesso di Dio, senza implicazione alcuna di limitazione spaziale. Per inciso si deve ricordare che il termine arabo makam designa un luogo santo, la tomba di un uomo santo e che simili concetti ebrei erano completamente estranei alla cultura greco-romana.

Per i Giudei l’onnipresenza di Dio diviene un cardine importante della spiritualità: si veda ad esempio il Salmo 139 (7-10;15). Il problema che sorgerà sarà invece se per dirla con la discussione riportata dal Midrash Rabbah (Genesis II LXVIII 9) «R. Iosa b Halafta “Noi non sappiamo se Dio è il luogo del suo mondo o se il suo mondo è il suo luogo ma dal verso (Es 33,21) “osserva c’è un posto con me” deriva che il Signore è il posto del suo mondo, ma il suo mondo non è il suo posto. R. Isaac disse: “È scritto (Dt 33,27): ‘il Dio eterno è luogo di dimora’; ora noi sappiamo che l’Unico Santo -Benedetto sia Lui- è la dimora del suo mondo o che il suo mondo è la sua dimora. Ma dal testo (Sal 90,1) “Signore tu sei stato la nostra dimora” consegue che il Signore è la dimora del suo mondo, ma il suo mondo non è la sua dimora.»

Se è vero che la massebah sorse all’origine per indicare una divisione di un suolo sassoso in modo da indicare campi lavorati e pascoli, la stessa finì con l’assumere molti altri significati coerenti con la stessa impostazione spirituale. In quanto la massebah era pietra comune simile alle tante altre prossime come alle lontane, perché non lavorata ma solo eretta dalla mano dell’uomo, essa, per avere valore, era solennemente protetta da Dio e quindi lo stimarla come segno era espressione della presenza dell’unica persona testimone dell’operazione di posizionamento. La pietra eretta era quindi testimone della presenza e protezione del Dio Unico (Gs 24,26 e seg.; Dt 19,14; Pr 22,28), il quale puniva chi la manometteva (Pr 23,11-20) riservandosi Lui, come Signore, di variare le divisioni territoriali (Gs 18,1 e seg.; Es 23,31; Mi 5, 12). Nello Zoar (I 147b; 63b; 207a) è detto che Dio è chiamato luogo, makom, perché egli è lo spazio di se stesso. In ultima analisi, la pietra o il cumulo di pietre, più o meno organizzato formalmente, eretto dall’uomo era segno della presenza e dell’azione di una alleanza fra Dio e l’uomo; si veda il caso di Giacobbe (Gen 28,14-22), di Samuele (1Sam 7,10 e seg.), nonché dei patti fra uomini al cospetto di Dio: il caso di Giacobbe e Labano (Gen 31,44-54).

pietre2_bPer questi valori espressi dal sasso organizzato spazialmente lo stesso Dio è detto pietra preziosa (Ap 4,3), il Cristo pietra angolare (Ef 2,20), pietra viva (1Pt 2,1-8) e così san Pietro (Mt 16,18) espressamente, ma anche tutti gli Apostoli ed il Popolo dei credenti, sono detti pietre costituenti la Chiesa.
Se la pietra eretta appartiene come oggetto al territorio naturale di tutta la Palestina, l’arca è costruzione umana fatta anche con l’uso del ferro ed appartiene allo stesso territorio antropizzato, cioè abitato e pertanto trasformato dall’uomo. L’Arca, arn, era lo spazio in cui lo stesso Dio abitava. L’Arca conteneva le “pietre” della legge, cioè il documento dell’Alleanza fra lo stesso Dio e l’uomo, pietra comune scritta, (Es 31,18) incisa dal pollice di Dio.
Con questa spiritualità che portava all’associazione di Dio allo spazio come espressione della sua ubiquità si inserisce il comportamento dell’ebreo divenuto cristiano, per cui la casa di Nazareth era anche la dimora terrena di Dio, makom, da rispettare sommamente per la duplice ragione che il Signore è chiamato luogo, perché egli è lo spazio di se stesso, e la Santa Casa è lo spazio della sua dimora terrena. Un confronto esplicativo sul peso di questi valori può essere fatto esaminando i sentimenti, tuttora vivissimi presso gli ebrei, sulle sorti del secondo Tempio di Gerusalemme distrutto nel 70 d.C. dai romani, i cui resti ancor oggi, per tale rovina, sono luogo di pianto.
Questo aspetto deriva da una coscienza diffusa da una spiritualità comune ad un popolo e non da una elaborazione intellettuale di eruditi, per cui di deve concludere che la casa della santa Famiglia come spazio definito da pietre erette fu conservato per volere comune più che per disposizione autoritaria di alcuno. Anche oggi, a distanza di secoli, in Palestina quando si vuole sradicare un sentimento, un’idea, si suole demolire la casa dei suoi sostenitori. Come il Tempio a Gerusalemme venne innalzato per custodire l’Arca con le tavole, pietre, della legge dettata da Dio, così sulla Santa Casa nazaretana si innalzerà un edificio.
In questo comportamento gli israeliti mostrano di avere ben radicato il concetto di continuità di una presenza con una sensibilità diffusa nell’area medio orientale, se si pensa che anche in un nuovo ziqqurat, in Mesopotamia, veniva inserito il “mattone del destino” tolto dalla precedente costruzione e conservato dai sacerdoti.
A questo punto la risposta alla domanda iniziale viene naturale: con questa cultura e sensibilità diffusa la Camera di Maria luogo dell’incarnazione e della vita del Figlio di Dio, venne rispettata dagli ebrei seguaci del Cristo perché pietra testimone di una presenza, testimonianza in una seconda fase inserita in una struttura edilizia che è da considerare il germe della tipologia architettonica-chiesa.

Carracci - traslazione santa casa_1

La Camera di Maria fu quindi assunta come massebah, nella natura del luogo, testimonianza per i giudei. Ancor oggi la presenza di una pietra, resto archeologico, con incisa una menorah, candelabro con 7 braccia, fa pensare ad un comune ebreo in Medioriente ad un lembo della terra promessa, Israele. Inoltre la forma stessa dell’oggetto, casa di civile abitazione, così come il materiale pietra di cui era costruito, facilitava il passaggio a novella arca, arca resa unica dal fatto che lo stesso Dio nella persona del Cristo vi aveva abitato (Sal 132,9; 1Cr 28,2-4) e dalla stessa si era mosso per guidare il suo popolo. Come Salomone e David fecero un Tempio che contenesse l’Arca, così gli ebrei convertiti, dopo il primissimo periodo, con lo stesso spirito fecero quella struttura che con la casa noi, dopo duemila anni, chiamiamo chiesa giudeo cristiana nazaretana. Questo edificio, conservazione di uno spazio, oltre che funzionalizzazione liturgica dello stesso, rimase in uso a Nazareth di Galilea sino a quando i Crociati la demolirono per un edificio maggiore e più funzionale, mantenendo sempre al centro la stessa nuova Arca, la Santa Casa di Maria.

Certamente la chiesa come edificio rispettava le forme architettoniche e le tecniche costruttive delle costruzioni del tempo, pur introducendo una concezione spaziale che darà vita nei secoli ad una nuova tipologia, che se era la cristallizzazione della stessa esigenza spirituale e culturale che aveva generato il Tempio di Gerusalemme, dalla stessa tipologia si distaccava completamente, non tanto perché a Nazareth l’edificio fu fatto da poveri mentre a Gerusalemme era un monumento innalzato con le finanze del potere politico, quanto perché la Camera era aperta a tutti, circoncisi e noti, per agapi ripetute, e non solo al sommo sacerdote nel giorno stabilito.

La chiesa giudeo cristiana bizantina, che rendeva viva nel tempo la testimonianza della Casa di Maria, sorge dopo che il Tempio è divenuto un insieme di pietre morte, come ebbe a scrivere Origene (Alessandria 183/85 Tiro 253/54), scrittore cristiano che, essendo del periodo storico dell’intervento edilizio, ben esprime i concetti propri del tempo in quell’ambiente (Commentario a Matteo 16,3). La Camera oggi venerata a Loreto, vera Arca di pietre vive, tolto l’intonaco dalle pareti, lavorata nelle pietre a vista dalle mani dell’uomo con tecnica nabatea, quando la lettura dei dettami biblici alla luce degli insegnamenti del Cristo prevalse su quella della tradizione ebraica rabbinica, accolse incisi sulle pareti anche i segni graffiti dei fedeli che vi entravano. Lo stesso Origene parla di pietre tetragone (Frammenti alla 10 Lettera ai Corinti 15,38-55 e 16 2-20) quando scrive del materiale necessario per costruire la Chiesa che è il Tempio (Omelie sul Levitico 4,8) e non più di pietre naturali non scalfite dal ferro (Es 20,25; Dt 27,5-7) come imponeva una interpretazione culturale giudaica. Così si spiega anche perché è di pietre tetragone l’altare coevo che ancor oggi si venera nella Santa Casa, che a quel periodo deve essere fatto risalire.

In conclusione, per l’essere, come cumulo di pietre nazaretane, testimonianza (Gen 31,48-49), la Camera di Maria, abitazione del Figlio di Dio in Palestina (2Cor 6-16) quando fu raggiunta la pienezza del tempo, essa fu rispettata e conservata nella sua configurazione materiale che lo stesso Dio si era scelto per abitare in mezzo agli uomini (Is 28,16).
Grazie a questa successione ininterrotta di attenzioni sin dalla fase iniziale, oggi la Camera di Maria la possiamo trovare ancora viva come reliquia a Loreto, spazio sacro, protetta e onorata nella basilica rinascimentale.

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