Nella mitologia greca, Merope è una delle sette luminose Pleiadi, figlie del titano Atlante e della ninfa Pleione. Attorno a queste sorelle celesti si intrecciano racconti antichissimi, nati per spiegare come un piccolo gruppo di stelle sia diventato uno dei più riconoscibili punti del cielo notturno.

William-Adolphe Bouguereau – Pleiade Perduta (1884) Wikipedia, pubblico dominio
Secondo una tradizione, le Pleiadi, insieme alle loro sorelle Iadi, erano compagne della dea Artemide, custodi silenziose dei boschi e giovani educatrici del piccolo Dioniso.
Artemide, figlia di Zeus e Latona, regnava sul mondo selvatico: protettrice dei cacciatori, degli animali e dei sentieri nascosti della natura.
Fu proprio la loro vicinanza alla dea a destare l’interesse di Orione, il grande cacciatore, che rimase rapito dalla grazia delle Pleiadi e desiderò sposare Merope. Il suo desiderio, però, nasceva sotto una cattiva stella: dopo un duro scontro con il padre della giovane, Orione fu ingannato, ubriacato e accecato. Offeso e furioso, iniziò a inseguire Merope e le sue sorelle attraverso le terre e i cieli.
Artemide, per proteggerle, chiese l’intervento di Zeus, che trasformò le fanciulle in stelle. E, in un curioso contrappasso cosmico, lo stesso Orione fu collocato tra le costellazioni: così, eternamente, può inseguire le Pleiadi nella volta celeste.
Un’altra versione del mito racconta che, per sottrarle all’insistenza del cacciatore, Zeus trasformò le sorelle prima in colombe e solo in seguito in stelle splendenti, fissate nel cielo all’interno della costellazione del Toro. Anche Orione, con i suoi fedeli cani da caccia, le costellazioni del Cane Maggiore e del Cane Minore, fu posto tra le figure celesti, impegnato per l’eternità in una lotta contro il Toro e destinato a inseguire le Pleiadi nel loro lento movimento tra le stagioni.
In quasi tutte le leggende, Merope si distingue dalle sorelle per un destino diverso: è l’unica ad aver scelto un amore mortale, Sisifo, con cui visse sull’isola di Chios e da cui ebbe diversi figli, tra cui Glauco e Ornytion. È forse per questo legame terreno che, nel cielo, la stella che porta il suo nome risplende con una luce più debole. Molti antichi racconti la chiamano infatti la “Pleiade perduta”: alcuni dicevano che si nascondesse per la vergogna di aver sposato un uomo; altri che avesse seguito Sisifo persino nel regno di Ade, allontanandosi così dal suo gruppo.
Non tutti i miti concordano: in altre tradizioni, la stella mancante non è Merope ma Elettra, che avrebbe velato il proprio volto per il dolore provato quando Roma, discendente di Troia, sorse sulle rovine della sua antica stirpe.
Qualunque versione si scelga di ascoltare, tutte raccontano la stessa verità poetica: le Pleiadi, tra luce e leggenda, sono state trasformate in stelle e continuano a raccontare, nel cielo del Toro, antiche storie di fuga, amore e memoria.

Le Pleiadi con i nomi delle stelle principali – Wikipedia, pubblico dominio
Il mito di Merope introduce un elemento profondamente umano all’interno del firmamento: la scelta di amare un mortale la separa dalle sorelle divine, trasformandola nella stella più debole, nella “scomparsa” del gruppo.
In questa fragilità luminosa si riflette un tema ricorrente nella mitologia greca: l’ambiguità del confine tra divino e umano, dove il desiderio, la vergogna e l’amore possono incidere persino sull’ordine del cielo.
Merope diventa così un simbolo di liminalità, sospesa tra due mondi, e la sua assenza parziale si fa racconto cosmico delle imperfezioni e della bellezza che accompagnano ogni storia umana.
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