Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Mettere la saliva sul naso ovvero la locuzione sicula “Mèttiri ‘a sputázza ô nasu”

di Federico Faraone

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SPUTÁZZA Ô NASU
(Mèttiri ‘a-) Questo modo di dire è sicuramente molto antico e si usava  per definire una specie di onta: la posizione di chi viene superato da un’altra persona.

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Giuseppe Pitrè

Giuseppe Pitrè

Il Pitrè spiegava che si tratta di un castigo che ‹‹certi maestri di villaggio infliggevano agli scolaretti negligenti […] per mezzo d’un altro scolaro che stava innanzi a lui per istudio e diligenza; il quale intingeva della propria saliva la punta dell’indice e la passava sul naso del ragazzo, talora anche appiccicandovi una pagliucola o un pezzettino impercettibile di carta››.

Ci ricorda da vicino la nostra avventura scolastica, quando un odioso compagno, innegabilmente più bravo e più dotato, ci superava nel profitto. Ed era un tormentone il sentirsi incalzati dalla sua fama di alunno modello, sempre presente attento, studioso e responsabile.
Il superamento avrebbe comportato l’ignominiosa sequenza (per fortuna solo figurata) nella quale questo nostro odioso antagonista avrebbe passato – come ha già detto il grande folklorista siciliano –  un dito sulla sua lingua, intingendolo nella propria saliva e subito dopo avrebbe bagnato con essa il nostro naso. Atto veramente “tosto” e “forte”, questo, ma poi…. Con quale effetto utile? Certo, nessuno avrebbe ricevuto questa “onta umida” sul naso, senza neanche accennare ad una adeguata e puntuale reazione, quantomeno imminente.

In altre occasioni, abbiamo già evidenziato come un modo di dire o una singola parola “entrata” a far parte del nostro linguaggio sia stata poi adattata alle esigenze espressive proprie della nostra gente conservando tuttavia (in tutto o in parte) toni, suoni e significati del vocabolo di provenienza.

E sembra proprio che la sputazza o’ nasu richiami una locuzione greca, composta dal verbo σπουδάζω (spudàzō = dedicarsi con zelo, studiare, impegnarsi, etc) usato al modo imperativo σπούδαζα (spudàza) col  quale, nel  nostro  caso,  si  ammonisce  uno  scolaro  a  dedicarsi  seriamente  e  con la giusta  passione  alla propria  attività, soprannominandolo – anche –  con un epiteto poco piacevole sì, ma che sembra proprio “pertinente”: ὅνος (ònos), che in greco significa asino.
Dunque, σπούδαζα ὄνος (spùdaza ònos) potrebbe sembrare impropriamente interpretato come sputàzza ô nasu (nel senso di “saliva al naso”)Secondo la locuzione greca, infatti, è da apprezzare chi si impegna nella propria attività, mentre, nel paragone, il soggetto soccombente subirà l’onta morale dell’essere definito col predetto vocabolo greco “ònos” (espresso al vocativo) e col quale viene anche motteggiato come “asino!”.

Questo nostro tipico modo di dire si estendeva anche (e talvolta anche impietosamente) a persone impegnate in altri campi di attività. Dall’artigiano al professionista, tutti quanti dovevano cercare di non farsi mèttiri ‘a sputazza ô nasu dalla concorrenza. Il che, oltre alla perdita di fiducia, avrebbe comportato anche un ulteriore grave giudizio, non meno “amaro”, di sceccu! In questo caso sarebbe stato un fatto gravissimo per il suo lavoro e per la credibilità personale.

Nel nostro passato cittadino, oltre ai frequenti rimproveri di natura “scolastica” verso i giovani scolari, ricorderemo certamente la “bollatura” di ‘ngignjeri sceccu, abbucatu scèccu (definito perciò “r’ê càusi persi”, perché appunto perdeva spesso le cause), assessuri scéccu.
L’artigiano in genere, denominato mastru, poteva essere anch’egli sceccu, tintu, scarsu e ovviamente sceccu, nel suo lavoro.  

Insomma, ce n’era per tutti. E la gente comune, sempre attenta e pronta a certe valutazioni, usando determinazione e imparzialità, sapeva individuare benissimo chi era in “odor di sputazza ô nasu”, anche se non si intendeva di etimi o di assonanze classiche.

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