Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Mohenjo-Daro: la prima città pianificata

Sull’Indo sorge una città che non ha né templi né palazzi ma possiede un’urbanistica altamente organizzata.

Mohenjo-DaroVari miti e leggende indiane alludono all’esistenza di un’affascinante civiltà da lungo tempo scomparsa e dimenticata. Secondo il testo sanscrito Rigveda, del secondo millennio a.C., gli invasori arii che si riversarono in India verso il 1500 a.C. erano condotti dal dio indù Indra, detto ‘il distruttore dei forti’ poiché aveva ‘distrutto novanta forti e cento antichi castelli’.
Fino al XX secolo si supponeva che questi ‘forti’ appartenessero al mito e non alla realtà. L’archeologia ha però dimostrato che le cose stanno altrimenti. Negli Anni Venti e Trenta, nel corso di alcune campagne di scavi, venne, infatti, alla luce una civiltà contemporanea delle più celebri egizia e mesopotamica. Come queste, anch’essa era nata nella valle di un fiume – la valle dell’Indo, nel moderno Pakistan – ma si estendeva su un’area più vasta. Si ritiene oggi che la cultura della valle dell’Indo costituisse il più ampio impero preclassico del mondo. In una zona approssimativamente triangolare, con il vertice sul corso dell’Indo, a 800 km dal mare, e la base di 900 km, lungo la costa, sono stati ri­scoperti quasi un centinaio di villaggi e città grandi e piccole.

I primi urbanisti del mondo

Antiche città della valle dell'IndoQuando Sir Mortimer Wheeler fu nominato Direttore archeologico generale dell’India, nel 1944, riprese a scavare negli enormi tumuli che nascondevano le due maggiori metropoli della civiltà della valle dell’Indo: Harappa nel nord e, 560 km a sudovest, Mohenjo-Daro, la ‘collina dei morti’.

I due centri dissepolti da Wheeler erano stati costruiti quasi interamente con mattoni cotti al forno tra il 2500 e il 2100 a.C., ed erano probabilmente le capitali gemelle di quello che è oggi noto come Impero di Harappa. Frutto entrambe di una pianificazione stupefacentemente organizzata, e assai simili fra loro, le due città erano, all’epoca, i più grandi insediamenti urbani del mondo. Ciascuna metropoli aveva un perimetro di oltre 5 km e solo Uruk, nella Mesopotamia, poteva competere con esse.
Dal tracciato originariamente quadrato, Mohenjo-Daro era disposta lungo le linee di una griglia. Dodici strade principali in terra battuta, larghe fra i 9 e ¡ 14 m, dividevano la città in dodici quartieri. Undici erano a carattere residenziale, costituiti da molte case di mattoni, standardizzate e alquanto stipate, e da abitazioni di artigiani, botteghe e officine. Il dodicesimo quartiere era distanziato dal corpo principale della città e la dominava. Qui, un tumulo rettangolare alto circa 6 m forma la cittadella, i cui edifici più importanti sono stati convenzionalmente battezzati ‘il Grande Bagno, il ‘Granaio‘ e la ‘Sala delle Riunioni‘. Ora la cittadella è sormontata dall’imponente stupa di un monastero buddhista eretto nel II secolo d.C.

Molte case si uniformavano a un modello fondamentale ma spazioso, consistente in un cortile centrale circondato da varie stanze, con un pozzo e una scala che conduceva al piano superiore. Poche erano le abitazioni che si aprivano con porta o finestre sulle vie principali. Forse per un’esigenza d’intimità e di sicurezza, o più semplicemente per evitare il rumore e la polvere dell’intenso traffico urbano, tutti gli edifici di Mohenjo-Daro si affacciavano sulle anguste stradine che creavano un reticolo attraverso la città.

Chi governava Mohenjo-Daro?

Uno dei molti misteri non risolti della civiltà dell’Indo è l’assenza di templi riconoscibili come tali. Altre antiche popolazioni erano rette, dall’alto di santuari o palazzi di complessa struttura, da re-sacerdoti o dei viventi. Ma gli scavi a Mohenjo-Daro non hanno messo in luce alcun segno o emblema del potere. Da alcuni indizi possiamo supporre che l’Induismo abbia ereditato alcuni elementi dalla religione dell’Indo. 

Rovine archeologiche a Mohenjo-daroIl popolo dell’Indo venerava varie divinità, tra cui, probabilmente, una dea-madre rappresentata da molte piccole statuette e un dio a tre teste, munito di corna, che si ritiene sia un antenato del dio indù Siva. Il fatto che essi avessero una religione organizzata con un corpo di sacerdoti di professione è suggerito dalla presenza del Grande Bagno nella cittadella di Mohenjo-Daro. L’immersione rituale costituisce tuttora un elemento vitale dell’Induismo e molti archeologi ritengono che il palazzo fosse teatro di cerimonie collettive di purificazione spirituale guidate da un collegio di officianti.
Mohenjo-Daro evoca uno stile di vita allo stesso tempo disciplinato ed efficiente, comportante forse distinzioni di classi tra i lavoratori e i mercanti che controllavano la ricchezza del Paese, a somiglianza del sistema a caste dell’India moderna. Un’altra interessante costruzione della cittadella era il Granaio. Un gran numero di piattaforme per pestare i cereali, la presenza di spazio per immagazzinare il grano e il riso, e un sistema di essiccazione costituito da condotti sotterranei per l’aria, sta a indicare che qui ‘pulsava’, per usare le parole di Wheeler, ‘la vita economica della città’.

mohenjodaro_sigillo_pietraVari indizi hanno indotto gli archeologi a supporre che la popolazione di Mohenjo-Daro fosse soggetta al rigido controllo di uno stato totalitario. La mancanza di prove dell’esistenza di una classe dominatrice di stile mesopotamico potrebbe fornirci una spiegazione della quasi totale assenza, nell’Impero di Harappa, di un’arte di qualche pregio. 
Le poche statuette, come quella, a carattere erotico, di una fanciulla che danza, alcuni sigilli di pietra finemente intagliati con animali e dei, vari modelli in argilla di tori e un certo numero di vasi decorati sono il pallido riflesso di quella che era una società ben organizzata e pro­babilmente opulenta. Per la maggior parte, i manufatti di Mohenjo-Daro sono standardizzati e funzionali proprio come la planimetria della città. Potremo forse avere altre risposte ai problemi che i centri dell’Indo ci pongono quando saranno decifrate le iscrizioni dei sigilli di pietra, unica forma di scrittura di quella cultura.

La fine di una civiltà

mohenjodaro_Le fognatureUn aspetto interessante dell’urbanistica delle città fiorenti attorno all’Indo era il complesso sistema di fognature. I canali di scolo, chiaramente disposti e curati da un’autorità centrale, presentavano a intervalli dei pozzetti che consentivano agli operai di eliminare i rifiuti. Gli scarichi delle abitazioni, costituiti ciascuno da un sistema chiuso di tubi d’argilla, erano collegati alle fogne mediante condotti aperti in mattoni. 
Alcune case erano addirittura munite di gabinetti interni provvisti di sedili.

Le pianure alluvionali della valle dell’Indo hanno subito molti allagamenti nel corso della storia. Gran parte della città di Mohenjo-Daro giace sotto la superficie freatica e molti segreti sono forse sepolti nella sabbia. Nel 1900 a.C. i due centri erano ormai in declino, a causa delle continue inondazioni o perché gli abitanti avevano esaurito il legname delle foreste, essenziale per produrre le enormi quantità di mattoni necessarie alle costruzioni e alle riparazioni degli edifici. Quando gli Ari raggiunsero l’Indo, trovarono probabilmente un popolo di sangue misto ormai in decadenza, che conduceva una vita stentata nelle grandi città degli antenati. 
‘Devasta i forti come il tempo lacera gli indumenti’, si afferma nel Rigveda a proposito di Indra; e se fu effettivamente lui a guidare l’invasione degli Ari, diede prova di poca pietà. 
Nello strato più recente sono stati infatti rinvenuti molti scheletri con i crani recanti i segni di fendenti di spada. Uomini, donne e bambini furono trucidati, alcuni nelle loro abitazioni. Accanto a un pozzo pubblico quattro uomini e donne giacevano ancora, dove erano caduti, macabro epitaffio che commemora gli ultimi discendenti di una nazione di commercianti che fu prospera e originale.

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A corredo di quanto sopra, desidero inserire un testo che affronta il problema di Mohenjo Daro dal punto di vista della fanta-archeologia, vedi:

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