Nella cartina la posizione più accreditata di Atlantide

Nella cartina la posizione più accreditata di Atlantide

Altro continente mitico era Mu. Secondo la leggenda queste due terre, Atlantide e Mu, sorgevano 6-12000 anni fa rispettivamente in pieno Oceano Atlantico e nel sud Pacifico.

Il livello tecnologico raggiunto da queste due civiltà doveva essere molto avanzato e confrontabile col nostro già in quel remoto passato, tale da portare ad un conflitto nucleare tra le due nazioni. Questa guerra catastrofica avrebbe causato l’annientamento totale e reciproco e l’inabissamento delle due isole.
Un’altra ipotesi parla dell’esistenza della sola Atlantide ricchissima e fertile che sarebbe stata distrutta da un gigantesco asteroide o meteorite (che sembra effettivamente sia piombato giù dal cielo proprio in quel periodo).

La vicenda di Atlantide e Mu è storia o leggenda e mito?
Forse non lo sapremo mai ma negli ultimi decenni vari studiosi trovano indizi e tracce di queste civiltà antichissime che testimonierebbero la loro effettiva presenza. Sotto il mare al largo di Cuba, a diverse centinaia di metri di profondità, sono state rinvenute intere strade lastricate e grandi mura perfettamente scolpite; lo stesso Platone parla di popoli di commercianti e navigatori che sarebbero vissuti molti anni prima al largo delle coste della Spagna.

Ritornando al continente Mu sappiamo che esso si estendevano in quello che oggi è l’oceano pacifico, circa 12.000 anni fa.

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Non siamo completamente certe della sua esistenza, ma ci sono molte possibilità che sia così. Tutta la vicenda comincia nel 1868, per parte di un certo colonnello Churchward che a quell’epoca si trovava in India dove era diventato l’assistente di un Gran Sacerdote e studiava con accanimento le iscrizioni di un antico bassorilievo. Traducendo varie crittografie, apprese che gli archivi del tempio dove si trovava, custodivano molte tavolette di argilla: esse erano state redatte dai Naacal (fratelli santi) nella loro terra madre scomparsa: il continente Mu. 
……Il continente aveva, ovviamente, un clima tropicale e i suoi 64 milioni di abitanti (divisi in 10 stirpi) prosperavano in pace grazie alla terra generosa e grazie alla saggia guida del Ra-Mu, un Re di razza bianca (la razza dominante a Mu), che amministrava anche la religione nella quale veniva adorato il Dio Sole “Ra”. Oltre alle arti una delle principali occupazioni degli abitanti era la navigazione e dalle sette città partirono molti uomini diretti in tutte le direzioni spandendo praticamente in tutti i territori anche non costieri una comune cultura e conoscenza……. 
Purtroppo le tavolette non potevano essere lette poiché erano conservate in un involucro di tessuto. Il colonnello però, per mezzo di uno stratagemma, riuscì a convincere il Gran Sacerdote a svolgere il loro involucro. Evidentemente anche il Gran Sacerdote era curioso di leggere le tavolette, se si fece convincere così facilmente. Aprì quindi gli involucri e apparvero varie iscrizioni su argilla che furono tradotte dal colonnello Churchward. Le tavolette contenevano nientemeno che la storia dell’umanità dall’inizio e la storia dello sprofondamento, avvenuto 12000 anni fa, del continente Mu.

In Messico, nel frattempo, un geologo inglese, un certo William Niven, aveva rinvenuto delle tavolette con iscrizioni indecifrabili. Churchward, osservate le iscrizioni, disse che erano identiche a quelle che egli aveva veduto in quel lontano tempio indiano. E c’era di più: il colonnello disse che con la chiave indù era riuscito a tradurre due famosi testi maya: il “Codex Cortesianus” e il “Manoscritto Troano“. Convinto dell’universalità della civiltà di Mu, Churchward si mise in giro per il mondo per trovare conferme alla sua scoperta.
Il popolo di Mu avrebbe infatti colonizzato il mondo intero. Si chiamava, nella propria lingua, Uighur e avrebbe avuto la capitale in Asia, precisamente dove il professore russo Koslov aveva scoperto, nel deserto di Gobi, in Cina, a 50 piedi di profondità sotto le rovine della città di Khara-Khota, una tomba dipinta, vecchia di almeno 18000 anni. In essa vi erano i resti di un re e di una regina fregiati, secondo il colonnello Churchward, delle insegne di Mu, una M, il Tau ed un cerchio attraversato verticalmente da una linea. Un manoscritto scoperto in un antico tempio di Lhasa, in Tibet, racconterebbe anch’esso la fine di Mu.

Inoltre, il vasellame trovato a Glozel, in Francia, nel 1925 riprodurrebbe i segni e la scrittura di Uighur. L’apogeo di Mu daterebbe da 75000 anni ma l’impero vero e proprio risalirebbe a 50000 anni fa.

Il colonnello Churchward non ha mai fornito le prove delle sue famose tavolette di argilla indù, ma certamente non se l’è inventate. Forse la sua teoria non è vera, ma bisogna considerare che quello che lui affermava nella seconda metà del XIX secolo si ritrova confermata nei ritrovamenti di Glozel (avvenuti 50 anni dopo) e di Tiahuanaco. Un altro punto a favore della buona fede del colonnello è che egli sperperò la sua fortuna nei giri fatti intorno al mondo per trovare una conferma alla sua storia.

Forse Mu è un’invenzione o forse no. Un giorno forse lo sapremo.

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COINCIDENZE

La notevole coincidenza di date può far pensare che la fine di Mu sia dovuta, di riflesso, all’asteroide precipitato su Atlantide, la stella Bal. Infatti la caduta del corpo celeste potrebbe aver provocato l’eruzione simultanea di tutti i vulcani di Mu, che dovevano essere moltissimi, dato che tutt’oggi la regione del Pacifico ne conta ancora 336 attivi, sui 430 dell’intera Terra. 
Un evento unico avrebbe posto fine a due grandi civiltà.
Le tavolette di Lhasa fanno supporre che gli astronomi di Mu avessero previsto l’ eventualità di tale sconvolgimento, ed avessero cercato di offrire possibilità di salvezza al loro popolo. Solo così si può tentare di spiegare un altro mistero. Da troppo tempo si parla ripetutamente di gallerie e tunnel sotterranei e sottomarini per non incominciare ad interessarsi di ciò. Ne troviamo nell’ America Meridionale, in Oceania, in Asia e nelle Hawai, dove sembra che colleghino tra loro le varie isole dell’arcipelago.

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UN LAMA SULLE ANDE

Questa notizia venne data da un giornalista americano, John Sheppard nel 1944. Nell’ estate di quell’ anno, ai confini tra la l ‘Equador e la Colombia, lo Sheppard incontrò un mongolo assorto in meditazione. 
Ciò era talmente insolito da spingere il giornalista a chiedere informazioni. Seppe così di trovarsi di fronte al tredicesimo Dalai Lama, che, seppur ufficialmente deceduto nel 1933, non era mai stato tumulato nella cripta a lui destinata a Lhasa. Gli stessi monaci della “Città Proibita” confermarono che il sant’uomo non era affatto morto ma, attraverso una segreta galleria sotterranea, avrebbe raggiunto le Ande per dedicarsi alla preghiera proprio là dove sarebbe nata la prima religione lamaista. Ma chi ha scavato la galleria? Qualche dotto Lama risponde enigmaticamente:
I Grandi Fratelli che ci hanno dato la loro scienza quando il mondo era giovane“.

Sembra di sentire l’eco delle parole del sacerdote amico di Churchward, ed i contorni del misterioso impero si delineano sempre più precisi e reali, anche se le forze terribili della natura lo hanno cancellato per sempre.

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LEMURIA

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Nel 1904, nel corso di una riunione dell’Accademia Scientifica Britannica, Isidoro Geoffrey St. Hilaire fece osservare che, se si volesse classificare l’isola di Madagascar soltanto in base a considerazioni tratte dalla zoologia, senza riferimenti alla sua posizione geografica, si potrebbe dimostrare che quella terra non è nè africana nè asiatica, ma del tutto differente da entrambe, quasi facesse parte di un altro continente: Lemuria.

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LEMURIA – TERRA DEI GIGANTI

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Ancora prima di Atlantide, sommersa dalle grandi onde dell’Atlantico, e di Mu, disgregata dalle migliaia di vulcani della zona del Pacifico, questo vasto continente aveva ospitato i primi fra gli uomini. E forse non sbagliano studiosi e geologi di fama internazionale come Haeckel, quando affermano che sia stata Lemuria la vera culla della razza umana.

Se già è difficile risalire il corso dei tempi per rintracciare la storia e le vestigia di Atlantide e di Mu, ancora più travagliato può apparire il compito di squarciare il grande velo di mistero caduto tra noi e le prime età della Terra.

La stessa conformazione attuale del nostro pianeta ci allontana l’immagine di quella che doveva essere la planimetria di 25.000 anni fa.

Secondo l’inglese Selater, la superficie che adesso è occupata dalle acque del mare del Sud faceva parte di una lunga lingua di terra che comprendeva le isole della Sonda e raggiungeva la costa orientale dell’Africa.
A.R. Wallace avalla questa ipotesi basandosi soprattutto sulla flora e sulla fauna identiche in terre adesso così lontane, senza contare il tipo stesso della composizione delle rocce granitiche comuni al di là delle acque. Fornisce anzi una propria teoria e nel secondo volume della “Distribuzione geografica degli animali” edito a Londra nel 1876, giunge a precisare che “nell’emisfero australe siano esistite tre grandi masse di terra che, per quanto simili, rimasero sempre ben distinte“. 

Il lento evolversi del nostro pianeta, nel suo continuo divenire, il movimento dei mari e dei ghiacciai, le eruzioni di vulcani terrestri e sottomarini, le spinsero lentamente verso il nord, e ciascuna dette vita a quelle che adesso sono l’Africa del Sud, l’Australia e l’America del Sud. A sua volta il prof. H.F. Bleandford in una relazione alla Società Geologica di Londra, parlando delle affinità fra i fossili di animali e di piante rinvenuti in Africa ed in India, avanza la teoria che vi fosse là, dove adesso si stendono le acque dell’Oceano Indiano, una terra che collegava direttamente l’Africa, l’India meridionale e la penisola di Malacca. Senza contare che se esaminiamo la configurazione geografica dei gruppi delle isole Adlas, Laccadive e Maldive, possiamo facilmente immaginare che questi atolli corallini facessero parte di una catena di montagne ora sommerse. 

lemuriaConfrontando le due carte di Lemuria rinvenute da W. Scott-Elliot presso una comunità di adepti tibetani che conserva molti resti delle civiltà preistoriche, possiamo meglio osservare il lento evolversi del continente: terre a poco a poco sommerse dalle acque o disgregate dalle eruzioni vulcaniche. Attualmente ben poco ci è rimasto di quella che fu “la culla dell’uomo”: le isole del Pacifico e dell’Oceano Indiano, le coste della Cina e del Giappone, l’Australia, il Madagascar. E proprio nel Madagascar vive una piccola scimmia che porta lo strano nome di Lemuride. E’ una scimmietta piccola, vivace, coperta di un morbido e lungo pelo, e si ritiene che sia stato tra i primi mammiferi della Terra. Nei suoi occhi antichi c’ è forse ancora il ricordo di foreste di felci gigantesche, di enormi dinosauri. In questo mondo di cose che la sovrastavano, la piccola scimmietta conobbe l’uomo: era un uomo in piena armonia con il paesaggio che lo circondava, era il padrone di quella terra, l’unica creatura intelligente, era un Gigante. Non si tratta di fantasia. Rinvenimenti archeologici di provata serietà confermano l ‘esistenza di una razza umana di dimensioni gigantesche che popolò la terra circa 40.000 anni fa. Un noto paleontologo cinese, Pei Wendchung, scoprì a Gargajan, nelle Filippine, uno scheletro umano alto 5 metri, altri in Cina di 3 metri e mezzo ed ha accertato che la loro età risaliva al 35.000 a.C.
Un altro studioso francese, il capitano Lafenechère, durante alcuni scavi effettuati in Marocco, rinvenne utensili ed armi da caccia di dimensioni sbalorditive: una scure a due tagli del peso di 8 chilogrammi. Per impugnare l’enorme manico occorrerebbe una mano proporzionale ad un uomo alto almeno 4 metri! Altri resti di giganteche creature sono stati trovati in Siria, nel Pakistan, e nell’ isola di Giava. Storicamente, poi, non esiste antico popolo nella cui mitologia sacra o profana non si trovi riferimento a qualche popolo di giganti. Nella Bibbia ne incontriamo moltissimi e, si badi bene, non se ne parla mai come esseri eccezionali, bensì come una razza diversa, con una sua particolare caratteristica, rappresentata, in questo caso, dalla grandezza delle dimensioni. Nel VI capo della Genesi si legge: “Ed erano in quel tempo dei giganti sopra la Terra“, mentre nel XIII libro dei Numeri sappiamo che a Chanaan viveva un’intera popolazione, i figli di Enach, “paragonati ai quali noi (gli esploratori mandati da Mosè) parevamo locuste“. E poi i Mfilim e gli Enim del paese di Moab, distrutti da Giosuè, ed Og re di Basan, il cui letto di ferro “ha nove cubiti (m 4,7) di lunghezza e quattro (m. 2) di larghezza” (Deteronomio cap. III). Senza parlare infine di Golia, anch’esso non fenomeno isolato ma appartenente al popolo gigantesco dei Kephaim.

Alla Bibbia si possono accostare le antiche leggende Tolteche che parlavano del popolo dei Quinametzini, razza di uomini grandissimi che popolavano la Terra e che, a poco a poco, si estinsero in tragiche e feroci lotte prima tra loro stessi, e poi con gli altri uomini. 

Xelua ed i suoi sei frateli, sono invece i giganti dei quali la mitologia messicana racconta la storia. Scampati miracolosamente ad uno dei terribili cataclismi che dovevano portare alla disgregazione di Lemuria, i sette fratelli vollero ringraziare il loro Dio delle Acque, Tlalos, consacrandogli il monte sul quale si erano rifugiati, ed in suo onore costruirono uno “zacauli”, una costruzione granitica a forma piramidale che avrebbe toccato il cielo se gli altri Dei, gelosi ed irritati dalla loro presunzione, non avessero fatto piovere fuoco sulla terra, causando così la morte dei costruttori. Ma la ciclopica torre non crollò completamente: la sua enorme base, alta 54 metri, si crede possa essere identificata nella piramide quadrangolare che è stata rinvenuta nella città messicana di Cholula, a 13 chilometri da Puebla. Solo accettando l’ipotesi di una razza primitiva di proporzioni gigantesche si può, d’ altra parte, spiegare l’enigma rappresentato tutt’oggi dai più antichi monumenti della Terra: i “menhir” (pietre lunghe”, i “dolmen” (tavole di pietra) ed i “cromlech” (alte pietre disposte a circolo). I “menhir” sono dei rozzi monoliti piantati verticalmente nel terreno, che per molto tempo sono stati ritenuti simboli fallici. I “dolmen” invece, sono costituiti da una enorme lastra posata a sua volta su massi conficcati al suolo in modo da formare un primordiale tavolo gigantesco, mentre i “cromlech” sono un complesso di “menhir” posti in modo da formare un vasto circolo.

Secondo il cosmologo Saurat, i “menhir” sarebbero rudimentali statue dei primi abitanti della Terra, i “dolmen” le loro tavole, ed i “cromlech” rappresenterebbero la cerchia delle divinità, il tempio, il santuario. Non è d’ altra parte improbabile che i “dolmen” avessero anche una sinistra funzione, che servissero cioè a sanguinosi sacrifici umani. Nella Nuova Guinea, infatti, sono stati rinvenuti complessi megalitici, nei quali, davanti a ciascun “menhir” è posto un “dolmen” quasi a significare la divinità ed il suo altare. Una diffusa leggenda indigena sembra confermarlo, narrando che, sulla Terra, vi furono prima Giganti buoni che aiutarono gli uomini ed insegnarono loro molte cose. Il loro re era Tagaro, ed era disceso dal cielo. Ma vennero poi Giganti cattivi e cannibali capeggiati da Suque, che pretesero sacrifici umani, e così fu necessario costruire tavoli di pietra davanti alle loro statue. Tagaro cercò di frenare la loro crudeltà, ma Suque si ribellò e ne nacque una terribile strage. I Giganti scomparvero, ma gli uomini, temendo ancora la loro collera ed il loro ritorno, continuarono ad erigere statue ed ad offrire vittime.

E’ evidente che gli abitanti di Lemuria non brillarono per la loro civiltà come i figli di Atlantide e Mu, ma piuttosto erano carichi di una agghiacciante crudeltà perchè, come abbiamo visto, non c’ è leggenda o riferimento storico che non ne sottolinei la brutalità sanguigna. Anzi si nota sempre un progressivo decadimento della razza, come se la loro stessa natura feroce sia stata la causa prima della loro scomparsa. L’ insoluto mistero della “Pedra Pintada” (pietra dipinta) può più di ogni altra cosa riflettere tutto l’orrore dei loro riti. Nell’ Amazzonia, in un vasto complesso megalitico si erge un imponente blocco di forma ovoidale al centro di un altipiano poco distante da Tarame.
E’ un enorme monumento di pietra lungo 100 metri, largo 80 ed alto 30. Secondo una tradizione indigena, è la pietra tombale di un gigante biondo, re di un popolo vissuto in tempi remotissimi. Sulla pietra sono dipinti migliaia di segni e di lettere che ricordano la scrittura dell’antico Egitto, la semitica, e l’ebraica. Vi sono inoltre cavalli, carri e ruote, tutti riprodotti di profilo secondo la tecnica degli Egizi. E già questo lascia notevolmente perplessi perchè gli Indios, all’ arrivo dei conquistatori bianchi, non conoscevano nè carri nè ruote. Sulla facciata principale del monumento si notano quattro grotte scavate nella pietra, quasi alla sommità si apre una galleria divenuta ormai inaccessibile, mentre sotto il macigno esiste un passaggio che conduceva probabilmente ad una costruzione sotterranea. Anche questa galleria è agibile solo per 30 metri: alla fine è completamente franata. 
Il tedesco prof. Homet, che dedicò la sua vita alla ricerca delle vestigia dei giganti e di una loro precisa collocazione nel tempo, tentò di penetrare il segreto della Pedra Pintada conducendovi accurate ricerche. Scoprì che tra i detriti che occupavano le quattro grotte molte erano le ossa umane, e ciò gli fece pensare che le caverne fossero state usate come primordiali “tombe comuni”. Ma mentre si trovava all’ interno di esse, cominciò a sentire echi impressionanti di suoni e voci lontane. Un incubo assurdo e misterioso sembrava far rivivere con allucinante chiarezza un ignoto passato.
Homet stesso, nel suo libro “Die Sòhne der Sonne” edito nel 1958, ammette di essere stato quasi in stato di trance, e di aver avuto la terrificante visione che segue, così come lui stesso l’ha descritta, per non toglierle niente del suo orrido fascino. “Accompagnata dai rintocchi di bronzei gong, una gran folla si muoveva. Migliaia di uomini, donne e bambini vestiti di bianco s’ avvicinavano lentamente, maestosamente alla Pedra Pintada, per arrestarsi poi dinanzi all’ ingresso principale. Una voce risuonò alta, dal cielo, riecheggiò cinque o sei volte sulla massa dei fedeli, che si prostrò, riverente. Uomini altissimi, in atteggiamento solenne, si staccarono dalla folla e si accostarono al gigantesco monumento di pietra. Uno di loro si pose davanti al dolmen pentagonale della facciata principale; un altro, seguito dai suoi aiutanti, salì sulla seconda piattaforma, un pò più alta, di cui gli astanti potevano vedere soltanto le aperture delle quattro grotte sepolcrali; un terzo, dall’ aspetto ancor più imponente, anch’ egli accompagnato da assistenti, salì la larga strada tracciata nella roccia, scomparendo allo sguardo dei pellegrini inginocchiati nella pianura.

Salirono quindi lentamente sulle due piattaforme, senza catene e guardiani, appena sostenuti da due “servi della morte”, due uomini nudi. La loro espressione era quella di persone addormentate. Li si distese sulla sommità dei dolmen, la cui tinta rossa cominciò a risplendere ai raggi del sole nascente. Ancora una volta risuonarono e si ripeterono i misteriosi richiami dall’ alto, ed i sacerdoti levarono i coltelli rituali di pietra, affilatissimi, li affondarono nel petto delle vittime, strapparono loro i cuori e li aprirono. Poi, lanciandone i pezzi ai quattro punti cardinali, annunciarono ai fedeli il destino che li attendeva nel prossimo anno“.

Questa visione, riportata da un uomo di scienza, in piena buonafede e con un bagaglio culturale non indifferente, ci fa quasi accettare la validità della “psicometria”, facoltà che renderebbe capaci certe persone particolarmente sensitive di percepire da qualsiasi oggetto, anche una pietra, la visione dei tempi in cui esso si  trovava ambientato. Possibile che la Pedra Pintada sia stata talmente intrisa di olocausti umani, da trasmettercene tutt’ora il messaggio? Possibile che questa razza di Giganti sia stata così crudele da lasciare dietro di sè una così vasta eco di terrore e di orrore?

Perchè non va dimenticato il popolo dei Titani, che troviamo nella mitologia greca, il cui re, Cronos, giungeva addirittura a divorare i propri figli, e quello dei Ciclopi al quale apparteneva Polifemo, che Omero ci descrive in tutta la sua agghiacciante ferocia. Ma non si può credere ad una razza “nata” crudele. Amiamo pensare che lo sia diventata solo dopo che i movimenti di assestamento del nostro pianeta avevano cominciato a disgregare Lemuria, costringendo i Giganti ad abbandonare, per sopravvivere, la loro patria, ad emigrare in altre terre a loro ignote, a vivere a contatto con razze diverse sia nell’ aspetto che nella cultura e nelle tradizioni.

La loro fu forse una terribile battaglia contro il decadimento della propria specie, contro le forze della natura che, pur avendoli dotati di mole e forza gigantesca, li stava allontanando e disgregando ogni giorno di più, facendoli sentire come alberi senza radici, piante costrette a vivere in un terreno inadatto, anzi ostile. Quei “menhir” che noi andiamo adesso a visitare pervasi da un imprecisato senso di angoscia e che essi innalzarono nelle varie terre dove furono costretti a vivere, furono forse un modo di sentirsi meno soli, di illudersi che quel popolo di pietra potesse tornare ad essere, per prodigio divino, il popolo forte e compatto di una Lemuria ormai scomparsa per sempre.

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IL CONTINENTE SOMMERSO DI 
MU (LEMURIA)

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Tra bianche spiagge, acque cristalline, natura incontaminata questo oceano che apparentemente non ha molto da offrire agli archeologi e storici, fatta eccezione per l’isola di Pasqua, racchiude in realtà una storia particolare, molto più antica di quanto possiamo pensare. Proprio qui infatti gira l’ormai nota leggenda del famoso continente di Mu che un po’ di secoli fa avrebbe ospitato una civiltà rinomata e tecnologicamente avanzata per l’epoca ma che purtroppo, non si sa bene come, sia da un giorno all’altra scomparsa: chi protende per una autodistruzione causata dalla loro stessa tecnologia e chi protende per cataclismi naturali che la avrebbero inabissata. Nel corso degli anni sono state fatte numerosissime ricerche, ipotesi per tentare di chiarire il mistero di questo luogo attingendo spesso da leggende, miti tramandati dagli sciamani locali ancora custodi degli antichi saperi di ormai vecchia data. Tra le tante leggende ce n’è una in particolare proveniente dalle isole Caroline narrata da Peter Kolosimo in “Non è terrestre” dov, ancora una volta, sono protagonisti misteriosi “uomini bianchi con strani arti di magia”. Essa racconta: 

“Un giorno molto lontano giunsero a Ponhpei, su strane barche lucenti alcuni stranieri bianchi. Non parlavano la nostra lingua ma portavano con sé genti della nostra razza che noi comprendevamo, benché la loro lingua fosse diversa dalla nostra, per il fatto di aver adottato, da molto tempo i costumi degli stranieri. Questi ultimi narravano belle favole su una terra che si estendeva dove ora c’è il mare, con edifici meravigliosi e uomini e donne felici. Gli stranieri ci mostrarono strane arti di magia e così nacquero nell’oceano isole nuove e le nostre navi volarono sulle onde e nessuno nemico per quanto fosse forte e armato poteva abbattere le nostre fortezze. Ma un giorno venne una grande tempesta che riuscì a fare quello che gli avversari non avevano fatto. Le superbe costruzioni furono distrutte nel corso di poche ore e molte isole che prima rallegravano il mare con i loro fiori e con il canto degli abitanti, sprofondarono negli abissi. Gli stranieri che sopravvissero ci invitarono a ricominciare il lavoro; ma i nostri conterranei erano troppo pigri e non seguirono le esortazioni dei maestri che anzi cacciarono dalle loro terre. Così il popolo delle isole decadde e il fratello non riconobbe il proprio fratello.”

        Questa leggenda che pone serie domande su che cosa intendessero i polinesiani dell’epoca per strani arti di magia, barche lucenti, navi volanti ecc. viene, come abbiamo detto, dall’ isola di Ponphei che si trova nell’arcipelago delle Senyavin (Caroline), apparentemente un luogo poco archeologico per il profano ma, se guardiamo bene, a detta dell’autore ci sono rovine ciclopiche sorprendenti tra cui un tempio di basalto le cui mura superano i 10 m di altezza circondate da alte rovine e da un labirinto di terrazze e canali. Considerando quindi quanto dice la leggenda: gli uomini bianchi, le barche lucenti, isole che nascono dal nulla barche che volano e le rovine ancora nascoste dalla natura del Pacifico, possiamo dire di trovarci di fronte a un vero e proprio rompicapo dell’antichità di cui è difficile ricostruirne ogni pezzo dato che gli elementi a disposizione non sono tanti e anche quelli che ci sono portano notizie di avvenimenti degni più che altro di una società alla 2001 Odissea nello spazio, piuttosto che di una società della clava e della pietra come si suole definire le più primitive civiltà. Sebbene il materiale storico e archeologico tenda a scarseggiare nell’area del Pacifico per la ricostruzione delle fonti, tuttavia, nel continente Asiatico, troviamo stranamente degli elementi archeologici collegabili direttamente con Mu che permettono se non completamente almeno in parte di fare un po’ di luce su questa terra dell’antichità; infatti, il giornalista italiano Gianni Lucarini ci riporta la notizia di un’interessante scoperta archeologica avvenuta in Asia collegabile con l’antica civiltà in questione. Egli ci racconta che nel deserto del Gobi, una regione come sappiamo alquanto desolata, fu ritrovata da parte dell’archeologo sovietico Koslow una misteriosa città molto antica chiamata Khara Khota risalente a circa 5000 anni A .C. Apparentemente, non sembrava avere nulla di eccezionale ma, continuando gli scavi, trovarono resti che risalivano addirittura a 18.000 anni fa e, insieme a queste, una strana pittura murale raffigurante due giovani sovrani e un emblema al cui centro vi era una lettera simile a M ; il tutto inscritto in un cerchio diviso in quattro parti. Certamente è un simbolo abbastanza misterioso ma, secondo la teologia occulta dell’antica scuola ebraica, il cerchio rappresenta la terra, le quattro suddivisioni simboleggiano le sue componenti principali: aria, acqua, fuoco e terra; la figura centrale ha un significato preciso come l’occhio di Dio o il pentacolo di Ezechiele (simbolo adottato poi dalla massoneria); la M poteva avere un significato politico o rappresentare il simbolo del regno dei due sovrani secondo gli studiosi; inoltre, rimaneva il problema di quale fosse il nome dell’ultima città venuta alla luce e si decise di chiamarla secondo la fonetica della lettera M cioè Mu. La scoperta archeologica avvenuta non molto tempo fa pone nuove e interessanti basi per l’enigma di Mu; ma viene da chiedersi come mai una tale civiltà si trovava in un posto geograficamente diverso da come era stato ipotizzato? Tutto è abbastanza confuso anche perché i ritrovamenti archeologici con forte riferimento alla terra di Mu non furono limitati alla città di Khara Khota, ne avvennero altri da parte dell’autore del noto libro “The lost continent of Mu “: il colonnello James Churchward che vide nella città di Ponphei una delle sette leggendarie magnifiche città di Mu. Studioso inglese e del XIX secolo, traendo quanto detto dal racconto di Gianni Lucarini, trovò in quelle terre (in un’imprecisa data dell’anno 1868, mentre si trovava proprio nei pressi del deserto del Gobi) degli strani bassorilievi, per la cui interpretazione si rivolse a un noto sacerdote del posto. Il sacerdote comunicò che furono realizzate in tempi remoti dai Naacal (grandi fratelli), che venivano dalla terra madre Mu, i quali avrebbero dato origine alle più note civiltà antiche: Egiziani, Babilonesi, Cinesi, Fenici, Indù e via dicendo. Non soddisfatto, Churchward decise di entrare a fondo nella situazione e, sfruttando certi rapporti di amicizia, arrivò in possesso di tavolette che, secondo il mito, gli antichi saggi avevano lasciato agli eredi di quelle terre; esse trattavano della storia di Mu che doveva trovarsi tra l’Africa e il Sud America simile a un quadrilatero dove il lato superiore puntava verso il Nord America e l’Asia e il lato inferiore vero l’Antartide. Ma le sorprese non terminarono qua, infatti, leggendo le tavolette, venne a conoscenza di un fatto ancora più curioso e sorprendente: la narrazione dei cataclismi che travolsero il continente 12.0000 A. C. Essa dice: 

“Quando la stella Bal cadde là dove ora non c’è che mare, le sette città tremarono con le loro porte e i loro templi. Scoppiò una grande vampata e le strade si riempirono di fumo denso. Gli uomini tremarono di paura e una grande moltitudine si riparò nei templi e nel palazzo del re. Il re disse: – Forse non l’avevo annunciato? –  e gli uomini e le donne vestiti con abiti preziosi e adornati con preziosi gioielli lo implorarono e lo pregarono: – Salvaci, Ra-Mu! –  Ma il re predisse loro che sarebbero morti con i loro schiavi e loro figlie e che dalle loro ceneri sarebbe sorta una nuova razza umana.”

        La leggenda degli uomini con le barche lucenti, la scoperta di Koslow, le tavolette e i bassorilievi di Churchward con le sue leggende pongono nuove e soprattutto diverse ipotesi al riguardo del continente, infatti: come mai tanti riferimenti si trovano in Asia piuttosto che nel Pacifico? Chi erano quegli uomini biondi con le barche lucenti? Che cosa era la stella di Bal? Perchè le tavolette riportano una diversa collocazione del continente di Mu (Nell’Atlantico piuttosto che nel Pacifico)? Una ipotetica risposta potrebbe essere spiegata con la teoria formulata da parte di alcuni ricercatori alcuni anni fa che ipotizzarono che in tempi antichi Mu fosse stato un grandissimo impero esteso su tutta la terra, tecnologicamente avanzato, dotato di uomini dalle doti eccezionali e che avrebbe avuto la sua capitale in una città proprio dell’Asia centro-orientale (approssimativamente vicino al deserto del Gobi ), ma che, per motivi naturali o per motivi “tecnologici”( forse la stella di Bal era una bomba nucleare?), abbia perso due delle terre che facevano parte del suo impero: una terra nel Pacifico e una nell’Atlantico, identificate dagli studiosi come Mu e Atlantide e, in seguito a questo disastro, una vero e proprio regno di decadenza che l’avrebbe portata definitivamente alla cancellazione e alla dimenticanza. Forse è un’ipotesi molto azzardata, forse la verità è un’altra ma le continue ricerche, le leggende che parlano di terre favolose dove vivevano umani sorprendenti che facevano grandi cose, che usavano mezzi alquanto insoliti per l’epoca, che fluttuavano nell’aria, che compivano insomma dei veri e propri miracoli, ci permettono appieno di porre quante più teorie possibili senza problemi.
PASQUALE SKYWALKER

Lemuria 

  Nel 1859 venne pubblicato il libro “L’origine della specie” di Darwin in cui veniva esposta la teoria dell’evoluzione delle specie animali. Il libro di Darwin scatenò una diatriba tra gli scienziati, ma ebbe anche l’effetto di far approfondire argomenti che di per sé stessi non presentavano motivo di attenzione. Questo è il caso di una famiglia di animali chiamati lemuridi. Tali animali vivono principalmente in Madagascar, ma troviamo gli stessi animali in India ed in altre terre che si affacciano sull’oceano indiano.

Come potevano esistere gli stessi animali in zone geografiche tanto distanti?

Darwin teorizzò che le attuali specie animali risalgano ad un antenato comune, e che adattandosi all’ambiente si siano sviluppate in modo diverso. Ma allora come giustificare l’anomalia dei lemuridi, considerando anche che non sono gli unici animali con la medesima diffusione?

L’ipotesi più probabile era che tali terre fossero in qualche modo comunicanti. Venne ipotizzata l’esistenza di una terra che collegava l’Africa all’India, un territorio talmente vasto da consentire il passaggio degli animali tra queste terre. Alcuni geologi intervennero nella questione facendo notare la somiglianza di alcune rocce fossili tra i due continenti. Fu così che nacque l’ipotesi di un nuovo continente ormai scomparso, lo zoologo inglese Phillip Sclater suggerì di chiamarlo Lemuria.

Ma cosa accadde al continente? L’ipotesi più probabile è che tra 136 e 60 milioni di anni fa delle catastrofi naturali iniziarono a separare i continenti facendo lentamente abbassare la terra di Lemuria che scomparve completamente solo molti milioni di anni dopo. La tesi di Lemuria si posava con la teoria di Darwin e dava una logica spiegazione alla presenza dello stesso animale in regioni tanto distanti. Eppure vi sono dei fatti che non possono essere scartati.

Secondo la deriva dei continenti Africa e India si sono divise da un unico blocco, e tutt’oggi avvicinando le due zolle tettoniche non vi è una mancanza tanto grande come il continente di Lemuria. La teoria dell’evoluzione di Darwin ipotizza una lenta progressione delle caratteristiche, non tiene conto che, dato un ambiente costante, l’evoluzione si arresta, ma non appena vi è un cambiamento, subito si ha un balzo in avanti, un cambiamento di alcune caratteristiche, in modo da adattarsi al nuovo ambiente. Non si tratta quindi di una lenta progressione facilmente calcolabile o ipotizzabile, fattori esterni di una certa gravità farebbero restringere il tempo dell’evoluzione, mentre la staticità lo farebbe dilatare a dismisura. Un altro fattore da tenere presente è che la crosta terrestre non è un materiale facilmente plasmabile. Immaginate di prendere un foglio di plastica abbastanza rigido e di piegarlo ad onde, basterebbe un leggero spostamento di una delle due mani per far giungere un dosso deve prima c’era un avvallamento e viceversa. Questo potrebbe essersi ripetuto più volte nella storia della terra ed in quella dell’umanità, facendo ripartire la civiltà da zero ogni volta. Basti pensare che un tratto di mare vicino all’Africa dove passavano dei condotti di un oleodotto, si è sollevato di molte centinaia di metri in poco più di una decina d’anni.

Lemuria potrebbe essere esistita e sprofondata nel mare in fasi successive, non sappiamo datare l’evento e dire se mai si verificò. Tuttavia l’ipotesi dell’esistenza di un continente solo per giustificare una teoria ci sembra davvero assurda. Se poi consideriamo che il continente sarebbe stato quasi certamente abitato al pari di Atlantide, che fine hanno fatto i riferimenti a tale civiltà?

Eppure un giornalista Americano di nome Edward Lanser nel 1932 pubblicò un articolo sul “Los Angeles Times Star” dove scriveva di aver scorto alcune luci dal treno che lo trasportava di notte a Portland nell’Oregon, luci rosse e verdi che danzavano sul monte Shasta in California. Chiedendo spiegazioni gli venne risposto che si trattava dei “Lemuriani impegnati nelle loro cerimonie”. Cercando conferme si recò sul monte dove, nel villaggio di Weed, gli venne detto che sul monte si trovava un ‘villaggio mistico’ e chiunque aveva tentato di raggiungerlo non aveva mai fatto ritorno.

Purtroppo l’intera vicenda si dimostrò una montatura tratta da un romanzo di fantascienza ‘L’abitante dei due mondi’ di Filone il Tibetano alias Frederick Spencer Oliver.

Se anche è mai esistita una civiltà su Lemuria non ne è rimasta traccia e dell’esistenza del continente non esistono prove.

Eppure c’è stato chi sostenne l’esistenza di Lemuria come il naturalista tedesco Ernst Haeckel (1834-1919), secondo lui il continente si estendeva dal Madagascar alla Malesia, nel 1870 scrisse “…vi sono varie circostanze – e soprattutto fatti di ordine cronologico – indicanti che la dimora originaria dell’uomo fu un continente oggi inabissato nelle acque dell’Oceano Indiano…”

Potrebbero essere dunque i saggi tibetani i discendenti della perduta Lemuria? Una domanda questa a cui ancora non siamo in grado di rispondere, ma ne era convinta l’occultista Madame Blavatsky (1831-1891) che asserì di aver trovato in Tibet. Un saggio Mahatma le mostrò durante una trance il Libro di Dzyan, un antico testo atlantideo in cui veniva rivelato che le razze originarie della stirpe umana erano sette, e la terza era quella dei Lumuriani. Secondo gli occultisti i discendenti dei Lemuriani sarebbero gli aborigeni, gli Ottentotti ed i Papua. William Scott-Elliot scrisse che i lemuriani erano alti 4,5 metri, di carnagione bruna con visi appiattiti privi di fronte e mascelle sporgenti, gli occhi tanto distanti da avere la visione laterale oltre che frontale ed i talloni talmente lunghi che potevano camminare avanti ed indietro indifferentemente.

Resta il fatto che quella di Lemuria è una verità ancora tutta da scoprire, forse nuove prove verranno alla luce con l’esplorazione delle due città sommerse scoperte lungo le coste dell’India.

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