Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Nell’archivio della memoria – Rapolla: la morte e… la vita

di Aster

Rapolla - Croce di San Biagio

Rapolla – Croce di San Biagio

Il lutto che colpiva una famiglia coinvolgeva tutto il quartiere. L’aria si caricava di ansia e di voci sussurrate sulle soglie delle case, di sospiri lievi nel silenzio assordante delle stradine. 
Se la morte riguardava una persona giovane, allora tutto cambiava. 
La rassegnazione cedeva il posto alla disperazione. Devo, tuttavia, riconoscere, e perdonatemi la franchezza, che a volte dovevo soffocare le risa.

Dunque, dovete sapere, che nel sud, almeno a quei tempi, si usava radunarsi intorno al morto e a turno le signore parlavano degli eventi che riguardavano la persona, aggiungendo di volta in volta particolari inediti. Un modo per far sapere quanto era buono, quanto era generoso e così via. Anche se il soggetto era conosciuto dai più come una persona scortese, avida e arrogante. Ma il bello era che ognuno affidava al morto messaggi per il tal defunto o la tale signora morta tempo prima. 
Insomma lo sventurato diventava il postino di turno per inviare missive ai loro cari. Ricordo perfettamente che lo facevano accompagnando le frasi con una nenia di sottofondo, praticamente cantando. 
pietas8biC’era sempre qualche messaggio un po’ speciale che lo stesso defunto inviava alla consorte o ai familiari il giorno successivo. Una signora si avvicinava alla moglie e le diceva di averlo sognato. La moglie smetteva di piangere istantaneamente e la guardava con curiosità, tra il divertito e lo sconsolato. 
“Tuo marito mi ha pregato di dirti come diavolo hai potuto dimenticare di mettere la cintura ai suoi pantaloni… mica può andarsene in giro tenendoli su con le mani!” 
Nella sua voce c’era una nota stridente di rimprovero e di astio mal celato. Il morto, sebbene tale, non si smentiva nemmeno ora. Continuava a trattare la moglie come la sua serva. La cosa straordinaria era che davvero la vedova aveva dimenticato, nella fretta di lasciarsi alle spalle lo scomodo soggetto, la cintura. Il mattino dopo si recava al cimitero con la cintura fra le mani, gli occhi lucidi, un grande sollievo nel cuore, e un codazzo di comari dietro per confortarla. Un’abitudine questa dura a morire ancora adesso. 
Nei giorni successivi, visto che i sogni sono fatti d’aria e al pari di questa non costano nulla, tutti si ingegnavano a costruire messaggi, veri o finti che fossero, da trasmettere alla vedova, la quale dopo aver combattuto una vita intera con il marito, si ritrovava ora a combattere con le signore recidive di messaggi ultraterreni. 
Dopo un mese circa, la vita riprendeva come prima. 
La vedova sembrava più giovane, quasi rifiorita, e finalmente libera e padrona della propria vita. Le signore più astiose, con invidia e una buona dose di cattiveria, così commentavano
Fesso chi muore”, 
lanciando sguardi invidiosi in direzione della sfortunata o fortunata di turno. 
Se poi la signora era anche bella, i commenti al vetriolo continuavano per giorni. Se poi la vedova in questione scopriva debiti fatti a sua insaputa dal defunto informava i suoi detrattori e le false adulatrici, nonché invidiose del suo nuovo stato. Queste, a loro volta, per farsi perdonare le maldicenze e le cattiverie perpetrate ai danni della giovane vedova, si prodigavano a lanciare maledizioni e bestemmie con il plauso di tutti. 
Altri eventi che meritavano tutta la mia attenzione e la mia curiosità erano quelli che riguardavano le “corna” o presunte tali. 
Chi le faceva e chi le subiva. 
Apparentemente nessuno sapeva, in realtà tutti ne erano al corrente. Gli anziani, lapidari nei loro commenti, così dicevano
”Certe abitudini non si perdono mai. Quell’idiota di Giovanni, alla sua età, ancora ci prova a correre dietro alle donne. Poi quando le prende non si ricorda più a cosa servono e le lascia andare”. 
Una breve risata scoppiava tra i presenti, con le loro bocche sdentate e gli occhi cisposi, a metà fra la circostanza e il rimpianto. 
In quell’atmosfera di ozio arrugginito dall’età, gli argomenti erano sempre gli stessi con un’unica variante, peraltro importante, il tempo a loro disposizione. 
Il tradimento, argomento succulento da consumare a piccole dosi, spesso non era altro che uno sguardo insistente, un lieve tocco di mani, un complimento fatto e gradito alla persona sbagliata. Quello di spettegolare tipico delle donne, in realtà era il passatempo anche di questi voraci nonnetti, ormai spenti e sdentati. La loro inutile vendetta contro chi, più giovane e aitante, li costringeva a ricordare che il tempo era giunto per esigere il pedaggio del traghetto.

Così si consumavano i giorni, tra lutti, sporadiche feste e raduni che servivano per rafforzare i rapporti sociali o per annullarli. 
Le case erano arredate in modo spartano e spesso la luce entrava solo dalla porta. Il pavimento era piastrellato, ma non era insolito vedere mattonelle di dimensioni e di colore diverso. Ci si arrangiava come meglio si poteva. 
La mia casa aveva un’unica finestra, tuttavia non ricordo mai di averla vista al buio. Nelle lunghe serate invernali, quando tutti stavano chiusi in casa per il freddo, il quartiere appariva disabitato. 
Pochi lampioni, qualche cane sconsolato, molti gatti affamati e il pianto di qualche bambino a dare una parvenza di vita. 
Poche persone avevano il televisore, i più trascorrevano il tempo dinanzi al camino a ripetere per l’ennesima volta fatti vecchi che man mano si arricchivano di particolari inesistenti e tuttavia necessari. 

terremoto_30_1Non c’erano lavatrici naturalmente e la biancheria veniva lavata in casa. Quando si cambiava il letto purtroppo le bacinelle di casa non erano sufficienti. Le signore si accordavano per andare tutte insieme ad una grande fontana provvista di molti lavatoi. 
Era una giornata di festa. 
Decine di mamme, nonne, zie, con un grande fagotto in bilico sulla testa, appassionatamente unite dallo stesso incubo: lavare lenzuola e coperte e, contemporaneamente badare alla numerosa prole che si portavano dietro. 
Risultato? 
Una bagarre di risa, urla, canzoni e maledizioni. Un momento di grande aggregazione sociale sostenuto dal loro innato e, sviluppato umorismo, oltre alla loro grande capacità di sorridere nonostante la fatica e le avversità. 
Io ne ero deliziata e osservavo sempre con grande attenzione tutto e tutti. Mi piaceva esserci e, oggi, ancora di più mi piace ricordare, con un pizzico di nostalgia e il grande desiderio di poter abbracciare tutte loro. 
La vita era dura per tutti. 
I lavori di casa erano la cosa più semplice. La fatica, invece, della campagna prostrava anche le più forti e le più tenaci tra loro. Non c’erano mezzi meccanici, ma solo la forza delle braccia e il tempo implacabile non bastava mai. 
Si privavano di tutto, pur di risparmiare. Tutto si faceva in casa, dal sapone, al pane. Tagliavano perfino i capelli ai loro figli, e poco importava se non erano proprio alla moda. 
Del resto gli specchi erano una merce rara!

Aster

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