Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Nerone Claudio Cesare

La storia è scritta dai vincitori.
Chi perde è destinato a essere oltraggiato.

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Nerone (37-68 d.C.), imperatore romano (54-68), ultimo della gente Giulio-Claudia. Figlio di Gneo Domizio Enobarbo e di Agrippina Minore, cambiò il suo nome (Lucio Domizio Enobarbo) in Nerone Claudio Cesare dopo essere stato adottato dall’imperatore Claudio, che sua madre aveva sposato in seconde nozze.

Lawrence Alma-Tadema – La proclamazione di Claudio a imperatore. Nerone aveva allora sette anni

Nel 53 sposò la figlia di Claudio, Ottavia. Alla morte di Claudio, nel 54, i pretoriani, guidati dal prefetto del pretorio Sesto Afranio Burro (fedele ad Agrippina) lo proclamarono imperatore.
Sotto la guida di Burro e del filosofo Seneca, suo tutore, Nerone si mostrò inizialmente deferente nei confronti del senato, la cui autorità era notevolmente diminuita durante i regni degli ultimi imperatori.

Bernardino Campi – Ritratto dell’Imperatore Nerone

Entrato in contrasto con la madre, che si opponeva alla sua relazione con Poppea Sabina e intendeva esercitare sempre maggiore influenza, Nerone fece uccidere Britannico, figlio di Claudio e di Messalina, considerato un possibile pretendente al trono e allontanò la madre da Roma, facendola uccidere nel 59.

John William Waterhouse – Il rimorso di Nerone dopo l’assassinio di sua madre, 1878

Con la morte di Burro e il ritiro di Seneca dalla vita pubblica, Nerone modificò radicalmente la propria politica: divenuto ostile al senato, iniziò a favorire i ceti popolari e militari e a esercitare un potere sempre più dispotico. Quando, nel luglio del 64, Roma fu distrutta da un incendio, l’imperatore ne fu ritenuto responsabile e cercò invano di incolpare dell’incendio i cristiani. In seguito fece costruire per sé la nuova residenza imperiale, la domus aurea.
Il contrasto con il senato si acuì in seguito alla riforma monetaria introdotta da Nerone (59-60), secondo cui veniva privilegiato il denarius (la moneta d’argento di cui si serviva soprattutto la plebe urbana) all’aureus (moneta dei ceti più agiati).
Nel 65 Caio Calpurnio Pisone ordì una congiura ai danni di Nerone, che tuttavia la represse e fece uccidere tra gli altri Seneca e il poeta Lucano, accusati di aver preso parte alla cospirazione.
Nel 66-67 Nerone si recò in Grecia, alla quale rese la libertà, rendendo più difficili i rapporti con le altre province dell’impero. Nel 68 le legioni stanziate in Gallia e in Spagna, guidate rispettivamente da Vindice e da Galba, si ribellarono all’imperatore, costringendolo a fuggire da Roma. Dichiarato nemico pubblico dal senato, Nerone si suicidò.

Vasiliy Smirnov – La morte di Nerone

Gli ultimi istanti di vita di Nerone raccontati dalla penna di Svetonio presentano aspetti grotteschi in piena sintonia con il personaggio, ma anche punte di dignità, culminate in un suicidio, che però, secondo il pensiero dello storico, fu dovuto più a paura che a coraggio.

Questa è la parte finale del racconto dello scrittore-biografo:
Dato che ciascuno dei suoi compagni lo invitava a sottrarsi senza ritardo agli oltraggi che lo attendevano, ordinò di scavare dinanzi a lui una fossa lunga quanto il suo corpo, di disporre intorno a essa alcuni pezzi di marmo se si riusciva a trovarli e di portare acqua e legna per rendere fra breve gli ultimi onori al suo cadavere. A ognuno di questi preparativi piangeva e ripeteva continuamente: <quale artista perirà con me!>”
“Domandò allora quale fosse questo genere di supplizio e gli riferirono che il condannato veniva spogliato, gli si passava la testa in una forca e lo si batteva con le verghe fino alla morte. Allora, spaventato, prese due pugnali che aveva portato con sé, ne provò successivamente le punte e poi li rimise nel loro fodero protestando che l’ora segnata dal destino non era ancora arrivata”.
Quando udì lo scalpitìo dei cavalli degli uomini che si avvicinavano per catturarlo, pronunciò in greco un celebre verso dell’Iliade: “<il galoppo dei cavalli dai rapidi piedi colpisce le mie orecchie>. Poi si piantò una lama nella gola con l’aiuto di Epafrodito, l’uomo addetto alle suppliche.
E infine:
“Respirava ancora quando irruppe un centurione e, come per soccorrerlo, gli applicò il suo mantello sulla ferita. Nerone gli disse semplicemente: <e’ troppo tardi>, e ancora: <questa fedeltà>. Pronunciando queste parole spirò e i suoi occhi, prominenti e fissi, presero una tale espressione che ispiravano orrore e spavento a chi li guardava”.
Fu questa la fine, a tratti persino amaramente comica, dell’Imperatore che aveva terrorizzato Roma con le proprie manie.

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…..il grande incendio di Roma…..

Quello che nel 64 d.C. distrusse gran parte della città di Roma fu un incendio di proporzioni gigantesche e dalle conseguenze catastrofiche: interi quartieri finirono letteralmente in cenere e le vittime furono numerose.
All’epoca era imperatore Nerone, che dopo un iniziale periodo di buon governo, aveva cominciato da tempo a manifestare quelle strane e ambigue abitudini che l’avevano reso inviso a gran parte dei contemporanei e che ne hanno fatto, a lungo, uno dei peggiori imperatori romani nella considerazione storica e popolare (in realtà, esiste un intero filone della moderna storiografia teso a rivalutarne la figura).

L’incendio di Roma (foto tratta da latelanera.com)

All’indomani del disastro, i nemici del giovane imperatore sparsero la voce che fosse stato lui stesso a ordinare l’incendio, con la motivazione che intendesse ricostruire la città secondo i propri gusti (le manie di grandezza di Nerone erano note anche tra la plebe) o solo per il gusto di volersi godere il tragico spettacolo, fomentando l’idea che egli possedesse una mente disturbata che lo portava a gioire di fronte a immagini cruente e a scene di violenza; sentendosi ingiustamente calunniato, Nerone ne approfittò politicamente per incolpare la comunità cristiana, che operava ancora in condizioni di semi-clandestinità e i cui riti, non pienamente compresi, sembravano fatti apposta per destare sospetti.
Ne nacque una dura quanto ingiusta persecuzione nei confronti dei Cristiani; la crudeltà e la sete di vendetta dell’Imperatore lo portarono ad usarne alcuni come torce umane per illuminare i sontuosi banchetti che era solito presenziare.
Invece i Cristiani erano assolutamente innocenti, esattamente come lo era Nerone, poiché sembra certo che si sia trattato di un incendio del tutto accidentale, originatosi probabilmente dal cattivo funzionamento di una cucina di un quartiere povero di Roma e allargatosi rapidamente per via dei materiali da costruzione estremamente infiammabili con cui erano costruite le case cittadine, soprattutto quelle degli abitanti meno abbienti.
Incredibilmente, un evento drammatico ma completamente casuale, finì per trasformarsi in un pretesto comodo e meschino per giustificare l’uccisione di migliaia di persone.

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stralcio testo tratto da: isolafelice.forumcommunity.net

foto da ricerca sul web

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