Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Note biografiche su Domenico (Micio) Tempio

Ricordi di ieri e riflessioni di oggi
Piccoli flash che ci regala 
Nuccia Di Franco Lino

 

Domenico (Micio) Tempio

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Nasce a Catania il 22 agosto 1750, terzo figlio di Giuseppe Tempio e di Apollonia Arcidiacono. Il padre, un piccolo commerciante di legname, non si poteva permettere i mezzi per farlo studiare, quindi Domenico prese la strada gratuita del Seminario, da cui uscì senza completare gli studi di teologia, molto critico dell’educazione ecclesiastica, per iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza, fallendo anche in questa seconda avventura. Si avvicinò agli studi umanistici e cominciò a scrivere poesie. Fu protetto dal principe Ignazio Paternò di Biscari che lo introdusse all’Accademia dei Palladii (oltre che alla Massoneria) e dal palermitano Agostino De Cosmi, vescovo di Catania e direttore del Seminario.

 Il De Cosmi – che era anche il Magnifico Rettore dell’Università – fece venire docenti di Greco ed Ebraico, istituì vari gabinetti scientifici, propugnò la necessità di una istruzione pubblica e volle a Catania una tipografia con i caratteri greci ed ebraici, la prima in Sicilia.

Il vescovo De Cosmi, uomo illuminato e liberale ante litteram, vedeva in Domenico tempio un poeta anelante alla vera giustizia sociale, che rifuggiva ogni carica pubblica e preferiva vivere in una dignitosa miseria.
Dopo la morte del padre nel 1775, Domenico fu costretto ad occuparsi dei suoi fratelli, vendendo le poche cose che possedeva. Sposò Francesca Longo, che morì di parto, lasciandogli una bambina, accudita dalla gnura Caterina.

Il poeta finì per isolarsi da tutti, uscendo di casa solo raramente. Alla fine della sua vita sposò la domestica Caterina, che gli era stata sempre vicina. Per permettergli di sopravvivere, il Monte di Pietà e la mensa vescovile gli concessero una pensione, mentre il Comune di Catania nel 1819 gli assegnò un piccolo aiuto, appena in tempo prima della morte che sopraggiunse due anni dopo.

Amico di uomini potenti e di dotti raffinati, Tempio li cantò nei suoi versi, senza mai adularli. Proteso verso il futuro, nelle sue opere osteggiò i pregiudizi e le usanze del tempo; condannò la miseria, l’indigenza e l’ignoranza, vedendo chiaramente l’ingiustizia di certe leggi, la libertà oppressa e la discriminazione razziale, che dominavano la vita politica e civile della Sicilia del 700.

Il sentire popolare che definì (e forse lo definisce ancora) Micio Tempio un uomo di facili costumi, non corrisponde al vero. A lui piaceva una satira sboccata ed usava volentieri un linguaggio a volte sconcertante, ma Tempio ‘’Fu un laico, non un irreligioso’’, come affermò il compianto prof. Carmelo Musumarra che ebbe il merito di far conoscere il vero Tempio con un corso monografico del 1966.

La critica dei vizi del clero, che aveva conosciuto negli anni del Seminario, fu gradita persino agli ecclesiastici onesti che lo compresero e lo difesero dalle accuse di licenziosità. Quelle sue composizioni molto osè, fin troppo note, sono solo una minima parte della sua produzione. Tra le opere serie e importanti di Micio Tempio (per i Catanesi) citiamo i venti canti de La Caristia, scritti in dialetto e quindi relegati nella sfera popolare, Lu veru piaciri, in lode del vino, e Aci in pritisa, in cui Tempio afferma che non vale mai la pena di litigare.

La Caristia, scritto in venti anni a cominciare dall’anno 1800 (e pubblicato solo nel 1848-9 dall’editore Giannotta a Catania), rappresenta un unicum tra i poemi epici, in quanto non parla d’armi e d’amore, ma riflette la miseria e la fame patite a Catania tra il 1797 e 1798, soprattutto nel quartiere della Civita, nell’attuale centro storico. L’ambientazione e i personaggi sono quelli di un popolo sofferente, spesso agitato da tumulti, abbandonato da vili e corrotti politicanti, con un dialetto siciliano inventato e supportato dalla vicinanza col ceto popolare. Soltanto di recente l’opera di Tempio è uscita dall’ambito puramente dialettale con la traduzione in lingua italiana di Francesco Belfiore, pubblicata con il titolo La Carestia dall’editrice Aracne nel marzo 2017.

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Catania, ottobre 2017

Nuccia DI FRANCO LINO

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