Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Note… musicali

Breve accenno sull’origine della notazione musicale. 

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Gli  amatori di enigmistica sanno bene che molto spesso, tra la “definizioni” dei cruciverba, viene proposta la voce “Antico do”, a cui corrispondono – sullo schema – due caselle che poi si riempiono con il bisillabo “ut”.
Tuttavia, non tutti conoscono il senso, il significato e l’origine di questo strano termine.

Stampa medioevale raffigurante il monaco Guido d’Arezzo

Stampa medioevale raffigurante il monaco Guido d’Arezzo

Ebbene, in questa breve trattazione ci occuperemo proprio dell’ut, per conoscere qualcosa di più  della semplice definizione di “antico do”. Ed intanto ci trasferiamo nel magico campo della musica.

Partiamo subito e senza premesse, da una semplice osservazione. Gli antichi non possedevano quell’insieme di segni convenzionali che oggi chiamiamo “note musicali” e che simboleggiano i suoni. In mancanza quindi di questa notazione musicale, si limitavano a indicare i suoni in scala, con le lettere dell’alfabeto: così, la A corrispondeva a una nota, la B ad un’altra, la C ad altra ancora… etc. Con questo metodo si proseguì almeno fino al cosiddetto basso medioevo, che convenzionalmente terminò con l’Anno Mille.

I nomi delle note musicali (do, re, mi, etc) sono stati suggeriti dal monaco benedettino Guido d’Arezzo (993? -1050), come accorgimento per ricordare la successione delle note stesse. La necessità di tale artificioso espediente era dettata dalla difficoltà che i cantori incontravano nel dover ricordare a memoria la sequenza delle note, specialmente in caso di canti piuttosto lunghi.

Il monaco Guido, insegnante di musica e canto nella Cattedrale di Arezzo, constatò che la melodia dell’Inno a San Giovanni era composta in modo da far cominciare ogni singolo verso con una nota della scala musicale ascendente. In tal senso, attribuì ad ogni nota iniziale le prime due lettere del verso, fino alla nota del la’. La nota del ‘si’  fu proposta  solo verso la fine del 1400  dallo spagnolo Bartolomeo Ramis de Pareja, ricavandolo dalle iniziali dell’ultimo verso dell’inno:  Sancte Ioanne. 

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Inno a San Giovanni:           

Ut quaeant laxis              (Ut)

Resonare fibris,               (Re)

Mira gestorum                (Mi)

Famuli tuorum,               (Fa)

Solve pollutis                  (Sol)

Labiis reatum,                 (La)

Sancte  Ioanne.               (SI)

La “traduzione libera” della melodia è:  « Affinchè i (tuoi) devoti possano cantare a voci libere le tue gesta meravigliose, cancella il peccato dalle (loro) labbra impure, o San Giovanni »

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Nell’inno, le sillabe iniziali rappresentano non solo il nome delle note, ma anche la loro intonazione relativa. Il cantore poteva quindi intonare a prima vista un canto mai udito prima, sostituendo il testo con queste sillabe, che erano appunto le note.

note

Statua di “Guido Monaco”, nell’omonima piazza ad Arezzo

Statua di “Guido Monaco”, nell’omonima piazza ad Arezzo

Guido d’Arezzo codificò inoltre la notazione musicale (ossia la parte grafica del “documento musicale” e – indirettamente – la sua stessa esecuzione nelle più varie modulazioni), impiegando un quadrato per ogni nota (detto nèuma) e posizionandolo in un “rigo musicale” che era chiamato tetragramma, in quanto appunto era formato da quattro righe (a differenza del moderno pentagramma che di righe ne ha cinque). Il tetragramma e le note quadrate in esso inserite, sono stati adoperati anche nel “canto gregoriano”.

Intorno alla prima metà del 1600, il musicologo Giovanni Battista Doni, ritenne che il nome della prima nota (ut) fosse difficile da pronunciare (rispetto alle altre) e pertanto ne modificò il nome, chiamandola do.  Sarà stata una esigenza obiettiva o piuttosto – come si usa anche dire – la voglia di inserire addirittura metà del suo cognome (Do-ni, appunto) nella scala musicale; fatto è che tale modifica rimase operante, come lo è tutt’oggi. Questo “cambiamento” valse solo per l’Italia e la Spagna, mentre in Francia è rimasto, ancora fino ad oggi, il nome ut.

Per completare questo dettaglio, diremo anche che nei paesi  anglosassoni le note sono ancora oggi  indicate con le lettere maiuscole dell’alfabeto, a partire dal do:  C,  D,  E,  F,  G,  A, B.  (quindi,  ad  esempio,  E = mi, G = sol,  B = si).  Nei  paesi  germanici, le note vengono chiamate, nell’ordine: C,  D,  E,  F,  G,  A,  H.  Si tratta delle cosiddette notazioni alfabetiche.

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LA MANO GUIDONIANA   

Un altro espediente musicale attribuito al monaco Guido (infatti nei suoi scritti non si trova il minimo accenno a questa pratica), è la cosiddetta “mano guidoniana”: si usava infatti associare la mutazione delle note della scala alle dita di una mano e alle sue articolazioni, probabilmente come aiuto alla memorizzazione. 

Tuttavia, la mutazione come tale presentava molte difficoltà. Perciò fu inventato il sistema della mano cosiddetta armonica. In essa, ognuna delle note (ut, re, mi,…) veniva indicata in un punto particolare della mano per facilitare il ricordo dei suoni. Secondo questo metodo, le varie successioni dei suoni corrispondevano appunto alle falangi e alle punte delle dita, secondo il metodo qui di seguito riportato.  

manoNe evidenziamo qui soltanto la figura, in quanto l’ingegnoso metodo che ispirava questo sistema e le sue più dettagliate spiegazioni, costituiscono materia squisitamente tecnica, da rimettere piuttosto ad un ristretto ambito di esperti e di appassionati.    

Federico Faraone

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