Oggetti misteriosi (Alianti egizi e Vimana)

Al Museo Egizio del Cairo esiste un reperto che, da oltre un secolo, continua a far discutere. Per lungo tempo venne archiviato come una semplice figura di uccello, catalogata con il numero 6347. Fu rinvenuto nel 1898 in una tomba a Saqqara, ma solo molti decenni dopo attirò davvero l’attenzione.

Vista frontale del modello dell’aliante di Saqqara scoperto dal Dr. Khalil Messiha – Wikipedia, pubblico dominio

Nel 1969 il dottor Khalil Messiha osservò un dettaglio che cambiò la prospettiva: quel presunto uccello non aveva zampe. Inoltre presentava ali dalla forma insolita e una struttura verticale sul retro, che ricordava più un piano di coda che un elemento decorativo. A quel punto l’oggetto venne analizzato con maggiore cura. Era leggerissimo, circa 39 grammi, e mostrava proporzioni che sembravano seguire criteri aerodinamici: fusoliera, ali leggermente curve, coda rialzata.

Da qui nacque l’ipotesi più suggestiva: non un uccello, ma un modellino di aliante. Secondo alcune ricostruzioni moderne, la forma delle ali sarebbe stata adatta a creare portanza, e l’insieme avrebbe potuto effettivamente planare. L’iscrizione presente sull’oggetto, “Pa-Diemen”, è stata interpretata come “dono di Amon”, associando il reperto al dio dell’aria e del soffio vitale.

L’idea, ovviamente, fece scalpore. Negli anni Settanta, le autorità egiziane avrebbero nominato un gruppo di esperti per esaminare la scoperta, e al Museo Egizio venne allestita una mostra dedicata ai piccoli “aeroplanini” dell’antico Egitto, con numerosi esemplari. Intorno al reperto di Saqqara si consolidò così un filone interpretativo che, più che archeologico, divenne culturale: l’idea che nel mondo antico potessero esistere conoscenze tecniche “perdute”, o addirittura anticipazioni di tecnologie moderne.

Ed è qui che la vicenda egizia si intreccia con un altro grande universo di suggestioni: quello dell’India antica e dei Vimana.

Secondo una tradizione diffusa in ambito esoterico, l’imperatore Ashoka avrebbe fondato una “Società Segreta dei Nove Uomini Ignoti”, incaricata di raccogliere e custodire saperi scientifici avanzatissimi, temendo che potessero essere usati per scopi bellici. Tra questi presunti testi segreti, uno sarebbe stato dedicato ai “Segreti della gravità”, e conterrebbe nozioni su una propulsione antigravitazionale.

In alcune narrazioni moderne, si racconta persino che in Tibet sarebbero stati ritrovati documenti sanscriti con istruzioni per costruire navi interstellari. Il loro funzionamento sarebbe basato su poteri come il laghima (leggerezza), concetto presente nello yoga e legato alla capacità di levitazione. Altri termini ricorrenti, come garima (pesantezza) o antima (invisibilità), vengono interpretati come indizi di tecnologie camuffate da linguaggio mistico.

Rappresentazione artistica del saggio Valmiki mentre compone il Ramayana – Wikipedia, pubblico dominio

Il cuore di questa mitologia contemporanea resta comunque il Ramayana, il grande poema epico indiano. In esso compaiono i Vimana: veicoli volanti descritti come rapidi, luminosi, capaci di salire e scendere verticalmente, e spesso associati a un suono “melodioso”. Alcuni testi successivi, come il Samaranganasutradhara o il Vaimanika Shastra, vengono presentati come veri e propri manuali di volo: descrizioni di modelli diversi, istruzioni per decollo e atterraggio, sistemi di protezione, materiali speciali.

In certe ricostruzioni, i Vimana sarebbero stati alimentati da mercurio o da liquidi misteriosi, e avrebbero avuto una propulsione simile ai motori a reazione. Non manca, in questo immaginario, l’idea che anche i nazisti fossero interessati a questi saperi, inviando spedizioni in India e Tibet negli anni Trenta, per recuperare conoscenze “antiche” da convertire in scienza militare.

Altri racconti spingono ancora oltre: presunti strumenti di navigazione cosmica rinvenuti nel deserto del Gobi, testi indecifrati trovati sia in Pakistan sia nell’Isola di Pasqua, tracce di un’antica civiltà globale. Un mosaico di ipotesi che mescola archeologia, esoterismo, fantascienza e mito.

Alla fine, ciò che resta è un’immagine potente: piccoli reperti, manoscritti, affreschi e leggende che sembrano parlare di volo, di macchine, di viaggi impossibili. E soprattutto una domanda che attraversa il Novecento e arriva fino a oggi: quanto del passato è davvero “passato”, e quanto invece continua a tornare sotto forma di enigma?

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Il reperto di Saqqara e le narrazioni sui Vimana appartengono a un territorio affascinante: quello in cui la storia incontra il desiderio di meraviglia. Da un lato, l’archeologia ci invita alla prudenza, ricordandoci che molti oggetti antichi avevano funzioni rituali o simboliche. Dall’altro, la modernità proietta sul passato le proprie ossessioni: il volo, la tecnologia, l’energia, lo spazio.
Queste storie, più che dimostrare l’esistenza di aerei nell’antichità, raccontano qualcosa di noi: la tentazione di credere che l’umanità abbia già raggiunto, in epoche remote, ciò che oggi consideriamo il vertice del progresso. E forse, in fondo, è proprio questo bisogno di immaginare l’impossibile a rendere certi miti così resistenti nel tempo.

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