Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Pentidattilo, “La Strage degli Alberti”

Inizio questa pagina con una nota scritta da Antonio Calabrò

PentidattiloIn sintesi: Il nobile Bernardino Abenavoli di Montebello, furiosamente innamorato della Marchesina Antonietta Alberti, sorella di Lorenzo signore di Pentidattilo, dopo aver saputo del fidanzamento di lei col figlio del Viceré di Spagna, perde il lume della ragione. Organizza una squadra di Bravacci, compra la complicità del servitore Giuseppe Scrufari che, la notte del 16 Aprile 1686, apre le porte alla masnada.

Ne segue una strage terribile: Lorenzo pugnalato nel letto, il fratellino di 9 anni sbattuto contro le rocce, altre 16 persone uccise brutalmente. Bernardino rapisce Antonietta e, qualche giorno dopo la sposa, ma deve fuggire dalla squadra armata inviata da Reggio. I componenti la spedizione vengono tutti arrestati e decapitati, il matrimonio reso nullo. Le teste degli assassini restano a lungo esposte sui merli del castello.
Bernardino non tornerà mai più e morirà in combattimento.

La notte a volte ancora risuonano le urla straziate di Lorenzo e la roccia si fa rossa di sangue. Gli ululati del vento, i rumori delle case abbandonate, i fruscii…. ma anche il panorama spettacolare, la quiete, l’atmosfera medievale.
Se venite giù avvertitemi che vi farò da cicerone: nel paese vecchio si sale sino alle divelte abitazioni degli Alberti, attraversando case, passando sotto portici ed archi.
Naturalmente, per gustarsi la gita, è obbligatorio farlo di notte, magari con la luna piena. Vi assicuro una esperienza molto suggestiva. Che, spesso, diventa anche romanticissima.
Con la luna che si muove nel cielo, la rocca muta forma, assumendo via via aspetti diversi secondo la lunghezza delle ombre. Ciascuno ci vede quello che gli pare.

Attenzione, controindicazione: la leggenda è oscura e malevola, fantasmi, demoni, sangue. Ma, nella realtà, ho conosciuto numerosissime coppie il cui amore è nato, o si è definito, proprio nelle escursioni a Pentidattilo. Molti sono ancora sposati.
Me compreso.

“LA STRAGE DEGLI ALBERTI”
PENTEDATTILO (*) -PALCOSCENICO NATURALE DI UNA TRAGEDIA

di Carlo Calabrò

Settembre, pomeriggio splendido, atmosfera ovattata da una leggera bruma che induce l’animo alla riflessione. 
Accovacciato su uno dei pinnacoli di conglomerato di arenaria che sovrastano il vertiginoso strapiombo che delimita il confine di sud-ovest delle rovine del Castello di Pentedattilo, mi sorprendo, rapito da un vorticoso turbinio di emozioni e sentimenti, a meditare sulle circostanze, gli eventi e le situazioni ambientali, sociali e politiche che, causando la tragedia consumatasi il 16 Aprile 1686 nei fastosi saloni che occupavano la desolata radura che mi si stende davanti agli occhi, hanno tristemente consegnato alla leggenda questi luoghi un tempo testimoni e protagonisti di magnificenza e splendore.

L’irresistibile rapimento sentimentale per questa perla di incommensurabile bellezza e suggestione, frutto di un’architettura spontanea senza uguali, che giace incastonata nel palmo della gigantesca mano di arenaria già innumerevoli altre volte mi ci aveva sospinto, solitario visitatore, nella segreta speranza di scorgervi un qualche confortevole indizio che l’inesorabile processo di degrado si fosse, come per incanto, arrestato. Speranza vana. Gli eventi atmosferici che da millenni sferzano con inaudita violenza la rupe, sedimentando lungo la scarpata i detriti alluvionali prodotti dall’incessante erosione, non allentano la loro morsa mortale; la miopia e l’incuria degli uomini stanno completando l’opera e quello che, secondo il pittore inglese Edward Lear, è uno dei posti più bizzarri al mondo in cui l’uomo abbia mai scelto di fissare la sua dimora si avvia mestamente verso una ingloriosa ed immeritata fine. Ma veniamo ai fatti.
Una variopinta schiera di storici e ricercatori, alcuni di chiara ed indiscussa fama come Spanò Bolani, Mandalari ed Isnardi; altri meno autorevoli, tutti comunque animati dal medesimo fervore narrativo; hanno prodotto un’abbondante messe di versioni romanzate degli avvenimenti di quella truce notte, etichettata come “Strage degli Alberti”.
L’incertezza e la frammentarietà delle fonti non hanno certamente soccorso i vari autori nel tentativo di accreditare la loro versione di un attendibile margine di veridicità.
Il risultato più evidente che ha sortito la ridda di ipotesi e congetture, non suffragata da riscontri documentali, è stato l’accumularsi di una ragnatela di sfumature e varianti, talvolta di non trascurabile entità, su situazioni e personaggi che ha alimentato la confusione agevolando l’ingresso del fatto storico nella nebulosità propria della leggenda. Ed in effetti il sapore della leggenda traspare dalla aulica prosa dello Spanò-Bolani e del Mandalari che descrivono gli eventi concedendo molto alle passioni ed ai sentimenti dei personaggi, poco o nulla agli intrecci ed ai risvolti politici e sociali.
Ridotta ai suoi connotati più scarni ed essenziali la vicenda può essere così riassunta.
Corre il mese di Aprile dell’anno 1686. Nel castello di Pentedattilo ed in tutto il territorio circostante fervono i preparativi per accogliere la famiglia al completo del 1° Consigliere del Vicerè di Napoli don Pedro Cortez in occasione della celebrazione delle nozze della primogenita Maria con il Marchese Lorenzo Alberti, Signore di Pentedattilo.
Il corteo che dalla spiaggia di Catona, presso Reggio, muove alla volta di Pentedattilo viene accolto, in prossimità dei centri abitati del litorale che attraversa, da calorose manifestazioni di giubilo ed entusiasmo, in parte suscitato dagli sfarzosi abiti indossati dai componenti della famiglia di don Pedro Cortez. Tra tutti rifulge la figura di don Petrillo, rampollo del Consigliere, che viaggia ammantato di uno splendido costume color cremisi. Celebrate le nozze, don Pedro rientra a Napoli, dove urgenti affari di Stato lo chiamano, lasciando a Pentedattilo la moglie, che nel frattempo si era ammalata, ed il figlio don Petrillo. Durante il breve soggiorno al castello don Petrillo è colpito dalla leggiadria e dalla fresca bellezza di Antonia, sorella maggiore di Lorenzo Alberti e se ne innamora a tal punto da chiederne la mano al cognato che accondiscende di buon grado ad accordargliela. La notizia dell’imminente fidanzamento tra i due giovani si propaga rapidamente e giunge alle orecchie di Bernardino Abenavoli, barone di Montebello, discendente di quel Ludovico Abenavoli che fu tra i 13 prodi della disfida di Barletta, confinante del marchese Alberti. L’Abenavoli ama segretamente, ampiamente ricambiato nei suoi sentimenti, la bella marchesina (la relazione è tenuta in piedi grazie alla complicità di una donna del luogo che fa da tramite tra i due innamorati). Grandi sono il furore ed il desiderio di vendetta che si impadroniscono del barone nell’apprendere la notizia, tanto da indurlo ad organizzare immediatamente una spedizione contro il castello per rapire la sua amata ed infliggere una severa punizione al marchese.

Arruolata una “banda di quaranta suoi scherani armati di scuri, di pali, di scale e di altri ordigni bisognevoli al meditato scopo “, 1 nella notte del 16 Aprile 1686, Domenica di Pasqua, scalando la scoscesa salita che si stende a nord del maniero di Pentedattilo ed approfittando della complicità di Giuseppe Scrufari (indotto al tradimento a causa della sua destituzione dalla carica di Consigliere privilegiato del marchese Alberti) si introduce furtivamente nel castello seguito dalla disordinata e indisciplinata turba che lo accompagna nell’impresa. Nel breve volgere di pochi attimi lugubri, angosciose ed agghiaccianti urla di terrore lacerano il buio della notte. Sotto i colpi del barone Abenavoli cade per primo il marchese Lorenzo Alberti, principale destinatario della vendetta del Signore di Montebello che a “sfogare la rabbia che gli divorava l’anima, volle di sua propria mano accarnare in quel morto corpo quattordici colpi di stile, onde rimase sformato miseramente in un lago di sangue”2. Stessa sorte subiscono la madre Maddalena Vanctoven, accorsa alle disperate grida del figlio, e l’altra sorella Anna, sedicenne, uccisa dalla mano traditrice di Giuseppe Scrufari, nonché il fratellino di appena 8 anni.

Nella precipitosa ritirata verso l’esterno del Castello, dal quale porta con sé, oltre ad Antonia, anche don Petrillo quale ostaggio, l’accolita di sanguinari lascia esanimi sul terreno altri tre corpi di innocenti ospiti. Nei giorni che seguono la strage, mentre nel suo castello di Montebello Bernardino Abenavoli fa celebrare le sue nozze con la marchesina Antonia, il resto del regno è percorso in tutte le sue contrade da un’ onda di brivido e sdegno per l’accaduto. Lo stesso Preside della Provincia di stanza a Pizzo, informato tempestivamente il Vicerè a Napoli, non esita a imbarcarsi e giungere a Reggio la sera del 21 Aprile per coordinare e dirigere personalmente le operazioni investigative per la cattura dei responsabili dell’eccidio. In breve tempo i punti nevralgici dell’intera provincia vengono presidiati per impedire la fuga del barone il quale, avvertendo che il cerchio predisposto dalle forze di polizia gli si stringe pericolosamente attorno, lasciando presso la sua dimora don Petrillo strettamente sorvegliato da alcuni suoi seguaci, insieme alla moglie ed ai più facinorosi e temerari dei suoi congiurati, tenta la via della fuga e si dirige verso la fiumara del Valanidi dove viene intercettato dal Battaglione di Reggio che perlustra la zona in cerca dei suoi complici. Con un’ azione fulminea nonché coraggiosa, dopo una breve colluttazione ed uno scambio di archibugiate, riesce ad aprirsi un varco e dirigersi verso la città di Reggio. Intanto sopraggiunge sul posto della scaramuccia il Preside della Provincia con il grosso della cavalleria regia che ha il preciso obiettivo di marciare su Montebello allo scopo di liberare dalla prigionia don Petrillo, il quale viene condotto a Reggio dove si ricongiunge con la madre e la sorella. Una volta messi al sicuro i componenti della famiglia di don Pedro Cortez, tutta la provincia diviene teatro di una gigantesca caccia all’uomo, condotta con tutte le forze disponibili alle quali si affiancano ben nove compagnie di fanteria spagnola, sbarcate a Reggio su sette galee inviate dal Vicerè. L’ operazione non tarda a dare i suoi primi frutti. Infatti, sei dei congiurati sono riconosciuti, catturati, decapitati ed esposti dai merli del castello di Pentedattilo.
Successivamente è preso lo stesso Giuseppe Scrufari, il consigliere traditore che, con truce violenza, aveva ucciso senza esitare la giovanissima sorella del marchese Anna, ed il suo capo mozzato viene piantato nel preciso punto in cui la fanciulla esalò l’ultimo respiro.
Ma la persecuzione nei confronti del barone Abenavoli non trova seguito alcuno, egli sembra quasi essersi dileguato nel nulla, finché la sua presenza non viene fortuitamente segnalata nei pressi del convento dei Cappuccini al Crocefisso. Il Preside in persona guida la pattuglia che si reca a perquisire da cima a fondo il convento, ma del barone nessuna traccia. Pare che il frate che con estrema disinvoltura e cortesia guida il Preside nella ispezione delle singole celle sia il barone in persona sotto mentite spoglie (dal che è lecito supporre che l’Abenavoli godesse in città di una vasta rete di consolidate amicizie e protezioni che lo misero al riparo da qualunque persecuzione).
Riuscito ad eludere momentaneamente la morsa che lo attanaglia ed intuito che ormai per lui l’aria del regno è irrespirabile, dopo aver salutato fugacemente la sua sposa, ospite di un Istituto di suore, avventurosamente si reca a Brancaleone da dove un barcaiolo, dietro lauta ricompensa, lo conduce a Malta. Da qui si reca in incognito alla corte di Vienna dove si arruola nell’esercito imperiale. Riconosciuto da un pastore dei suoi armenti e portato al cospetto dell’imperatore, cui la vicenda di Pentedattilo è nota, conferma,con estrema fermezza e risolutezza, di essere il barone Bernardino Abenavoli del Franco, fornendo molto probabilmente una versione dei fatti che lo discolpano, agli occhi dell’ imperatore, dalle tremende accuse che pendono sul suo capo. 
Egli implora lo stesso imperatore di volersi servire del suo indomito coraggio nella presente guerra che sta conducendo, al fianco della Repubblica di Venezia, contro il Turco invasore. Per ordine dell’ imperatore sulla sua divisa vengono appuntati i gradi di Capitano dell’esercito, che egli onora, distinguendosi in numerose azioni di guerra, finché il 21 Agosto del 1692, colpito da una palla di cannone nemico mentre si prodiga ad organizzare la risposta ad un attacco, conclude la sua intensissima ed avventurosa vita.

Ancorché memore dell’insegnamento di Benedetto Croce sulla illiceità di mescolare immaginazioni ed invenzioni ai dati desunti dai documenti secondo motivi dettati non dal pensiero, ma dal sentimento e dalla fantasia, appellandomi alla pura congettura, mi permetto di formulare una serie di interrogativi e rilievi critici, da approfondire, che mi si presentano spontaneamente nel valutare le congiunture socio-ambientali sul cui sfondo si consumarono i tragici eventi.
1- Il Signore di Montebello Bernardino Abenavoli viene descritto da quasi tutti gli autori come un sanguinario attaccabrighe, accecato dall’odio e dal desiderio di vendetta, che, per portare a termine le sue imprese, si serve di una masnada di “bravi” e “sgherri”, reclutata alla meno peggio tra i diseredati ed i briganti dell’entroterra. Nulla viene riferito circa più complesse, seppur possibili, motivazioni all’azione. Si registra soltanto un timido accenno a contrasti di interessi derivanti da generici rapporti di vicinato. Accade, però, che nelle sue vene circolasse lo stesso sangue che nella piana di Barletta, nella famosa disfida, con il suo avo Ludovico aveva dato ampia dimostrazione di quali slanci e nobili sentimenti l’orgoglioso spirito guerriero fosse capace e di cui egli stesso fornì encomiabile prova, distinguendosi nella generosa lotta contro i Turchi che combatté arruolandosi nell’esercito austriaco.
Non è forse plausibile che il suo temperamento, tra il goliardico ed il guascone, refrattario a qualsiasi sorta di imposizione regia, impregnato di ideali di indipendenza non disgiunta da tolleranza nei confronti dei subalterni, rappresentando un contraltare alla gozzovigliante aristocrazia, potesse essere vissuto come una spina nel fianco dal collaudato sistema di potere vigente nelle baronie e nei marchesati di questa realtà periferica del reame quale era la Calabria Ultra?
E ancora, la concretizzazione del legame parentale tra don Petrillo Cortez ed il Marchese Alberti poteva essere interpretata come recrudescenza dell’opprimente pressione esercitata sul popolo già vessato fino ai limiti della sopportazione, soprattutto negli strati più poveri e suscitare in essi sentimenti di rancore ed odio mitigati, probabilmente, dalla tacita delega conferita all’ Abenavoli quale ultimo baluardo difensivo contro lo strapotere e la prepotenza della nobiltà.
2- Quali furono il ruolo e la funzione ricoperti dalla Chiesa nella vicenda? Furono esclusivamente la carità e la pietà cristiane che indussero i monaci del convento del Crocefisso ad ospitare Bernardino Abenavoli o, come qualcuno ha paventato, perfino il vescovo di Reggio Calabria si interessò personalmente dell’episodio concedendo asilo ad Antonia e disponendo il suo affidamento ad un Istituto di suore, e nel contempo fornendo pericolosa copertura e protezione al barone?
In questo caso suonerebbe ben strano che la Curia vescovile si esponesse alle severe rappresaglie della Corona (che sicuramente sarebbero scattate nel caso in cui il Preside che ispezionò il convento avesse riconosciuto il Barone nel frate accompagnatore che lo guidò nella perquisizione) soltanto per aver aiutato un personaggio che si era macchiato di così orrendi delitti.
Non potrebbe essersi trattato di un rischio calcolato in funzione di possibili indebite interferenze esercitate dagli Alberti ( impegnati in quegli anni nell’espansione urbanistica sul litorale di Melito Porto Salvo) sui cospicui privilegi ecclesiastici ?
3- I sistemi di sicurezza a protezione degli illustri ospiti del castello erano stati predisposti con competenza ed accuratezza?
Non è ipotizzabile che il lungo corteo che accompagnò don Pedro da Reggio a Pentedattilo, tra due ali di folla in tripudio, fosse composto esclusivamente da autorità locali e servitù, ma è da presumere che, vista l’importanza dei personaggi, al seguito viaggiasse una nutrita scorta armata. Quella notte di Pasqua del 1686, quindi, oltre al tintinnio delle coppe d’argento sollevate dai convitati doveva esserci anche un sinistro stridore di armi a rompere il silenzio e la quiete del luogo. Ammesso che vi siano stati tradimenti e defezioni nella cerchia di collaboratori del Marchese che hanno agevolato l’Abenavoli nel suo proditorio attacco, non trova comunque giustificazione alcuna la circostanza che esso sia avvenuto quasi senza colpo ferire e proprio nella parte più vulnerabile del sistema difensivo che, proprio per questo motivo, quella notte doveva essere la più presidiata.
4- Vi è un netto contrasto perfino tra il racconto popolare, trasmesso oralmente di generazione in generazione secondo cui l’impronta della mano insanguinata del Marchese impressa su una parete del maniero grida vendetta e la realtà storica dello sfruttamento dei materiali di risulta prodotti dall’azione distruttiva dei terremoti sul castello. La storia vuole, infatti, che gli abitanti del luogo ne utilizzassero le pietre per la costruzione di nuove abitazioni e per erigere muri di protezione (prelevarle, d’altronde, dal greto della fiumara che scorre ai piedi della rupe sarebbe stato oltremodo faticoso data l’asperità del terreno). Non può che suscitare stupore e perplessità la circostanza che il popolo, incolto e superstizioso, usasse con disinvoltura i materiali maledetti del castello per edificare le dimore dove trascorrere la vita senza il timore di importarvi gli anatemi di vendetta di cui narra la leggenda.
E siccome è accertato che buona parte dei materiali sono serviti per l’ampliamento dell’abitato, bisogna dedurre che il popolino non doveva essere poi tanto superstizioso ed incolto per come si è tentato di dipingerlo; è lecito, al contrario, supporre che l’infarcire di elementi fantastici il racconto tornasse comodo alla comunità che, arricchendo di un alone di leggenda la tradizione storica del luogo, accresceva il prestigio di cui godeva presso le genti del circondario.
Alla luce delle considerazioni esposte non dovrebbe apparire aberrante l’ipotesi che la “Strage degli Alberti” non sia stata perpetrata esclusivamente per motivi passionali, ancorché il Barone Bernardino Abenavoli, stante la corresponsione di sentimenti di cui sembrava godere presso la bella Antonia Alberti, avrebbe potuto conseguire l’identico risultato dandole un appuntamento al di fuori delle mura del Castello per trarla seco, sfruttando la complicità ed il tradimento di alcuni collaboratori del Marchese Alberti ed evitando i nefasti avvenimenti che cambiarono il corso della sua vita e di quello della sua amata.

di Carlo Calabrò

1- D. Spanò-Bolani, Storia di Reggio Calabria. Gangemi editore. Reggio Calabria. 1979, p.442.
2- ibidem, p.443

Alcune immagini donate da Sissy per la collezione di Tanogabo

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(*) Pentidattilo

Le caratteristiche morfologiche ne ricordano le dita di una mano: questi i tratti somatici di uno tra i più pittoreschi e caratteristici centri della Calabria ben acquartierato alla base di una ciclopica struttura posta tra la fiumara di Annà e quella di S.Elia. Il centro abitativo si è spostato per ragioni logistiche più a sud, lungo la falda del monte Calvario, lasciando il vecchio sito, caratterizzato da una struttura religiosa in stile bizantino dedicata ai SS. Apostoli Pietro e Paolo e dai resti dell’imponente maniero degli Alberti che fu il palcoscenico della sanguinosa notte di Pasqua del 1686: elementi questi che ancor oggi avvolgono il luogo da un fitto alone di mistero e di romanticismo.
Di Pentidattilo o Pentedattilo si hanno notizie sin dal 640 a.C. quando venne fondato dai Calcidesi e da quel periodo divenne un centro alquanto fiorente fino al periodo romano, per poi subire un periodo di decadenza, durante il periodo bizantino, dovuto alle continue incursioni saracene.
Fu espugnata  e saccheggiata dal Duca di Calabria  e tale avvenimento viene riportato  dal Pontano nella sua pubblicazione “De bello neapolitano”. Intorno al 1336 il castello di Pentidattilo venne occupato dagli almogàveri che erano dei soldati di fanteria, alquanto temuti, una sorta d’avanguardia dell’esercito spagnolo. Venne promossa a baronia sotto l’amministrazione normanna del re Ruggero d’Altavilla, con la reggenza degli Abenavoli che amministrarono anche i territori di Capo d’Armi, Condofuri, Montebello. Un nome, quello degli Abenavoli legato alla famosa disfida di Barletta, dove un Ludovico Abenavolo, fece parte della schiera dei tredici cavalieri che fronteggiarono gli altrettanti francesi nel 1503. La famiglia degli Abenavoli vantava la propria ascendenza al tempo dell’invasione normanna degli Altavilla, ed in seguito, il capostipite si era distinto nella famosa “disfida di Barletta”, tanto da ottenere il rango di barone e i feudi di Capua, Aversa e Pentidattilo.

Attraverso il trascorrere del tempo l’egemonia feudataria  degli Abenavoli si restrinse ai centri di Montebello e di Fossato, passando quindi l’amministrazione di Pentidattilo ai baroni di Francoperta, originari di Reggio Calabria, il cui feudo di Giovanni Francoperta venne confiscato nel 1589 e venduto a Monello Simone degli Alberti, con il titolo di Marchesato. Vennero edificate varie opere civili tra cui si segnala la la fondazione di Melito Porto Salvo nel 1667. Sembrava fosse stata messa in atto una lunga continuità di floridezza economica per l’intera area corredata anche dalle nozze del 7 novembre del 1685 tra Lorenzo Alberti e la figlia del Vicerè di Napoli Caterina Cortez, ma poi tutto venne tragicamente affogato in una pozza di sangue per una serie di motivazioni che vanno dai motivi passionali a quelli, forse di natura economica: era un tiepido 16 aprile del 1686 quando sul piccolo centro si abbatté la mannaia vendicativa di  Peppino Scrufari che con il suo seguito andò ad affogare nel sangue il suo odio. In quella triste serata caddero il marchese Lorenzo Abenavoli, il piccolo Simone Abenavoli, la marchesa Maddalena Vanctoven, Anna Abenavoli, Fracesco Arcasto, il piccolo Giuseppe Milane, Giovanni Pellegrino di Napoli  ed altri ospiti del castello di quella sciagurata notte. Nella narrazione di Berardo candida Gonzaga, “Memorie delle Famiglie nobili delle Province Meridionali”, si narra che Berardino entrò nel castello di Pentidattilo con quaranta schierani per una porticina che gli venne aperta da un un servo della famiglia Alberti. Degli esecutori della strage ne vennero catturati sette e le loro teste, dopo essere state recise, vennero appese ai merli del castello.

Ma Pentidattilo non deve essere ricordata solo per questo ma anche perché diede i natali a Pietro Vitali, umanista del secolo XV, che  fu uno dei maggiori esponenti della cultura greca. Nel 1431 scrisse molte opere, come ci viene descritto da David Romeo, nei “Santi del Regno di Napoli”, tra cui, ci segnala il Marafioti,  un trattato della lingua greca e latina.  Nel Concilio di Firenze del 1439, sotto il Pontefice Eugenio IV sostenne la causa dell’unione sacra delle chiese. Diede i natali alla Beata Orsola, del Monastero della Candeolora, come ci viene descritto dal Fiore. 

 

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