Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Perle di filologia della lingua siciliana: piccióttu

Perle di filologia della lingua siciliana a cura di Federico Faraone

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piccióttu, carusu, picciriddu, píccilu, nicu

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Sembra proprio che la lingua francese ci possa dare risultanze curiose ma tuttavia verosimili.

Iniziamo dalla prima parola: picciòttu.

Quando parliamo dell’età riferita a una persona che è nel pieno del suo vigore psico-fisico (arco d’età dai 18 ai 40 anni circa), diciamo generalmente che tratta di un picciòttu. Già nell’antichità questo arco di vita aveva un nome preciso. Per i greci era la ηλικία (ēlichìa) tanto decantata da Platone, Tucidite, Senofonte, mentre presso i latini veniva chiamata bona aetas, per distinguerla dalla mala aetas, che era la vecchiaia (Cicerone).

Felice Canonico - Due picciotti, anni '50 Foto tratta da: http://www.museum-bagheria.it/felicecanonico.html

Felice Canonico – Due picciotti, anni ’50
Foto tratta da: http://www.museum-bagheria.it/felicecanonico.html

Nel nostro caso, appunto, non teniamo conto dell’età e non menzioniamo il numero degli anni. E proprio di quest’età devono essere stati i celebri picciotti siciliani dell’epopea garibaldina. Bisogna intanto annotare che lo stesso termine picciòttu ha anche riferimento nel provenzale puchot (puscjòt), ma è addentrandoci nel francese, che troviamo subito la parola chiave: la pige (sostantivo femminile), che nel gergo familiare indica l’anno solare ed anche l’anno di vita, di età. (Per opportuna conferma, vale la pena rilevare che la pige richiama la nostra “pigione”, che si calcolava per anno e che in molti casi si pagava in natura, al periodo della Ricòita (il raccolto).
Alla parola pige troviamo aggiunta la voce “ôté”; è il participio passato del verbo ôter, che ha il significato generico di togliere, levare ed estensivamente escludere, tralasciare, non dire. Si tratta quindi di piges-ôtès (pisg-òté = quantità d’anni non menzionata), che sembra       soddisfare sia nel significato che nella assonanza, il nostro termine di picciuòttu.

A questo termine sono collegati i nostri picciotta, picciuttanza, picciuttèddu/a, ed anche, ad esempio, il “ragazzo” che lavora nella bottega: (uno per tutti, ‘u picciottu rô varvieri (il ragazzo del barbiere); ed anche il picciuottu di jurnata (quello che lavora solo per qualche giorno (nei campi, per un trasloco, per un servizio occasionale).

Il Piccitto e il Rholfs evidenziano anche il picciuottu di sgarru (manovalanza “particolare”) ponendolo nei gradi bassi (2^ e 3^ grado della gerarchia), in una società a delinquere.

In questo contesto possiamo evidenziare la voce carùsu (ragazzo).  Il termine ci riporta subito al greco κύρος (kjùros) ed anche κόρος (kòros) nel significato di ragazzo, giovinetto, mentre non è da sottacere il normanno gars, con uguale significato.  La somiglianza appare anche più evidente se teniamo conto che la “ga” iniziale di parola diventa per noi quasi sempre una “ca”.

Un paio di esempi, per chiarire meglio: la voce francese gamelle (=recipiente in metallo per cibo gavetta), che noi pronunciamo camella assieme al diminuitivo  camillinu);  oppure gugusse (= lo  stupido  che  non capisce,  il  “testone”, che pronunciamo cucuzza,  col  suo accrescitivo cucuzzùni).

Caravaggio - Fanciullo con canestro di frutta vedi nota (**)

Caravaggio – Fanciullo con canestro di frutta
vedi nota (**)

Anche quello di piccirìddu è un termine generico che sembra riferirsi all’età di una ragazzina o di un ragazzino, entro l’arco di vita che va dai 5 ai 10 anni, giacché con buona approssimazione si può riconoscere l’età realmente dimostrata ossia, per dirla con la lingua francese, una pige-réelle (pisg-reèll = anno reale, effettivo).  Questa locuzione riflette molto – anzi moltissimo –  il ben noto termine napoletano di “piccerélla”, che per noi diventa “piccirìdda” ed ha identico significato. L’esempio al femminile è quindi perfettamente       sovrapponibile al maschile.

Pìccilu è invece l’infante, il bimbo piccolissimo cui attribuiamo l’età di uno o due anni, espressa generalmente in mesi di età. Si parla infatti di unnici, dicinnovi, vintidùi misi, (undici, diciannove, ventidue mesi) etc. La locuzione francese corrispondente è: pige-liè (pisg-liè) e dove pige è ancora l’anno e liè è il participio passato del verbo lier (=legare) e che rende bene l’immagine del bimbo pìccilu, legato appunto ai primssimi anni di vita, conteggiati in mesi. (e l’anno è appunto di dodici mesi)….

L’uso aggettivale più estensivo ci porta al termine latino pauculus (= pìccilu, cioè “piccolino”), che dà il senso del ridotto e del poco cresciuto, nella qualità e nella dimensione.

Per la voce nicu, prendiamo a riferimento il verbo francese nicher (niscer), che nel gergo familiare francese vuol dire “nidificare”, stare nel nido).  Curiosamente, aggiungiamo che, nel linguaggio familiare dei francesi il nichon (niscion) era la tetta mentre la niche (nisc) è la “nidiata” e metaforicamente il nido medesimo. Dunque “nicu” si riferirebbe al più piccolo (l’ultimo nato), con la stessa affettuosa e amorevole tenerezza che il nostro linguaggio attribuisce al cacanìru (=cacanido).

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(**) Alcuni studiosi ipotizzano che il dipinto possa risalire al periodo immediatamente successivo a quello della collaborazione con il Cavalier d’Arpino e cioè a quando Caravaggio e il sedicenne pittore siciliano Mario Minniti sperarono di rendersi più autonomi fornendo dipinti al mercante d’arte Costantino. Sulla scia di questa proposta di datazione, è stato ipotizzato che il ragazzo ritratto nel dipinto sia proprio lo stesso Mario Minniti. Tuttavia, l’affascinante ipotesi non ha ancora trovato un definitivo riscontro documentale e, conseguentemente, l’identità del ragazzo nel dipinto è ad oggi ancora ignota.
Nota tratta da Wipedia

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