Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Perle di filologia della lingua siciliana: stigghjóla (o stigghiola)

Perle di filologia della lingua siciliana a cura di Federico Faraone

.

stigghjóla (o stigghiola)

.

STIGGHJÓLA (o Stigghiola), succulenta pietanza costituita da interiora di capretto o di agnello (ma talvolta anche di pollo e coniglio) arrostita in tegame o sui carboni, insaporita con prezzemolo e spezie.

L’origine è nella parola latina (espressa al plurale) exta, che indicava le interiora della vittima sacrificale destinate alla divinità (fegato, cuore e polmoni), mentre il resto della vittima andava consumata dai partecipanti al rito.  La parola stigghjola è composta dai due sostantivi: exta ed ilia.

Quest’ultimo termine (ilia), espresso al plurale, come il precedente (exta), è riferito al basso ventre, all’intestino, alle viscere in genere. In questo senso e per queste ragioni, la “stigghjola” è costituita unicamente da ben determinate “interiora” che la compongono.

Va infine annotato che la formazione “exta + ilia” conclude con la parola “ola”, che può  anche sembrare un comunissimo suffisso diminutivo, ma che:

  • Se di provenienza greca, όλα (ola) può indicare la particolare composizione, ossia: fatta tutta quanta  di  sole interiora  arrotolate,  priva  di  altro elemento legante (spago, legnetti, etc.). Infatti  la stigghjòla si presenta come όλος (òlos= tutto quanto) un intreccio aggrovigliato  di budella, che prima sono state ripulite  con cura;
  • Se di provenienza latina, olĕa ci ricorderà (dal verbo olēre) l’odore, il profumo morbido, invitante, profondo, penetrante…
Immagini tratte da Facebook

Immagini tratte da Facebook

linea2_b

.

A margine del lavoro di ricerca dell’amico Federico Faraone, mi piace inserire un passo di Gaetano Basile che, nel suo “Dizionario sentimentale della parlata siciliana”, sotto la voce stigghiola scrive:

“si facevano arrostire già nel thermopolion (luogo dell’agorà dove si potevano consumare bolliti e fritture) delle città greche di Sicilia le delicate budellina di capretti e agnelli, ma pure quelle vaccine.
Per fortuna sono arrivate fino a noi sopravvivendo a bandi, divieti, norme igieniche, HACCP.
È cibo da pomeriggio, roba da five ‘o clock, quando il cielo viene invaso da fumi biancastri e odorosi che portano in alto, nei cieli, l’odore delle nostre umane miserie. È cibo greco che, curiosamente, ci perviene con un nome latino: extilia sono gli intestini, ed extiliola è un diminutivo da innamorato, se permettete. Li vendevano crudi gli strifizzàri di una volta (chi macellava gli animali e ne vendeva le carni ), ora si trovano soltanto arrostite, pronte a essere prese delicatamente con tre dita della mano destra e portate in bocca. Ce ne sono due modelli: il primo, quello cittadino, è fatto di budella, ben lavate naturalmente, infilzate ad anse su uno spiedo di ferro; l’altro è la ricercata stigghiola viddàna, che si fa nei paesi della provincia con budelline di agnello e/o capretto ravvoltolate attorno a un pezzetto di cuore, fegato o altro della bestia stessa. Non possiamo esprimerci: tutti e due sono antiche delizie che surrogarono la carissima carne, lontana anni luce dalle possibilità economiche dei poveracci. Non beveteci sopra intrugli di lattine colorate: è cibo che vuole il vino, un buon vino rosso della stessa terra che ha dato loro i natali.
Oggi rappresentano una facies importante dell’antichissimo cibo di strada. Un aspetto della mobilissima cucina dei buffittieri”.

Similar posts