Nelle rocce del deserto giordano è stata scavata una strana, isolata necropoli. Chi la costruì?
Cosa avvenne dei suoi antichi abitanti?
Perché la città restò nascosta per così tanti secoli?

I racconti dei viaggiatori al ritorno da Petra ispirarono lo studioso di epoca vittoriana John Burgon, che divenne in seguito decano di Chichester, in Inghilterra, a immortalare la leggendaria località: 
“Trovatemi fuor d’Oriente un luogo che sia il pari,
una città vermiglia antica quasi come il tempo”.

Altrettanto inesatto, giacché Petra non è per nulla vermiglia ed evoca semmai i colori del deserto, fu il commento del cuoco italiano di Edward Lear, Giorgio: “Oh signore, arrivammo in un mondo dove ogni cosa è fatta di cioccolato, prosciutto, curry e salmone”.

planim_PetraPetra è sbozzata nella roccia, all’interno di una cerchia di montagne quasi impenetrabili del deserto giordano, e ancora oggi può essere raggiunta solo a piedi o a cavallo. Dal wadi Musao valle di Mosè, nei pressi del villaggio di Elji, il sentiero che conduce a Petra si stringe fino a divenire un siq[1], una gola scura larga in certi punti poco più di 1 m. 
Il siq si snoda per quasi 1,5 km fra alti dirupi che sovrastano uomini e animali. Ai due lati vi sono blocchi di pietra di un caldo bruno decorati e intagliati, con canali incisi nella roccia per convogliare l’acqua. All’improvviso, senza alcun preavviso, il siq emerge dall’oscurità alla luce del sole e al visitatore appare il primo e più sensazionale monumento di Petra: dalla pietra si stacca il Khazneh, un risplendente tempio nabateo rosso cupo.

Petra sorge nell’attuale Giordania, a est della grande vallata che collega il Mar Morto al Golfo di ‘Aqaba. Un affluente scorre dalla piana alla montagna di Petra, nella catena di Esh Shara, a una distanza di circa 190 km a sudovest di Amman e di 96 km a nordest di ‘Aqaba.
Per molti secoli l’esistenza di Petra fu ignorata dal mondo occidentale, ed essa restò meta esclusiva dei Beduini. Ma nel 1812 un giovane esploratore anglo-svizzero, Johann Ludwig Burckhardt, penetrò nella città nascosta fra i monti e tratteggiò in segreto rapidi schizzi delle meraviglie che vide.

All’antica città rupestre di Petra si accede attraverso il siq, un’angusta gola che si snoda fra torreggianti muraglie di roccia. Il primo monumento che si mostra al visitatore è la classica facciata del Khazneh, d’ispirazione fondamentalmente greca. Questo palazzo che sorge fra le montagne, nel cuore del deserto, contrasta talmente con il paesaggio circostante da sembrare un pezzo di scenario di film abbandonato sul luogo. 
Dopo la scoperta della città, nel 1812, altri esploratori svelarono al mondo gli splendori di Petra. Due francesi, il conte Léon de Laborde e l’ingegnere Maurice Linaut, giunsero sul posto nel 1826 e tracciarono romantici ma precisi disegni dei suoi edifici, fra cui questo schizzo del Khazneh.

schizzo del Khazneh
L’opera dell’uomo
 si fonde magicamente con quella della natura nella straordinaria serie di tombe e templi scavati nella nuda arenaria rossa delle montagne di Petra, in Giordania. Qui, nel I secolo a.C., fiorì sotto i Nabatei, un’antica tribù nomade di origine araba, una grande e prospera città. 

Al momento del massimo splendore essa accoglieva probabilmente più di 20 000 persone, ma gran parte delle abitazioni di pietra non ricavate dalla roccia sono scomparse da tempo. Le prime tombe e i primi templi, scolpiti nelle rupi verso il 300 a.C., erano costruiti negli stili dell’Egitto e dell’Assiria. Ma quando in Medio Oriente si diffuse l’influenza greca, e poi romana, i Nabatei la assorbirono e svilupparono una propria elaborata maniera.

Le antiche rovine di Petra

Petra_Jordan_BW_22El Khasneh (“Il Tesoro”, nome completo el Khasneh al Faroun, “il Tesoro del Faraone”), nelle statue, nelle nicchie e nelle colonne, mostra evidenti influenze greche. 
Era un tempio, una tomba o un nascondiglio di ricchezze? Forse era tutte e tre le cose insieme, benché il nome tragga origine dalla leggenda del tesoro di un faraone racchiuso nell’urna alla sommità del monumento. Per molto tempo, fino a quando l’usanza fu proibita, i Beduini locali ebbero l’abitudine di sparare contro di essa con i fucili, sperando di essere sommersi da una pioggia di monete. L’edificio era probabilmente usato come tomba, dato che a Petra abbondano le costruzioni funerarie, dalla Tomba dell’Urna reale scavata nel fianco di una rupe, alle camere sepolcrali pubbliche sistemate nelle pareti e alle raccapriccianti tombe a pozzo in cui i criminali erano gettati ancora vivi. 
Man mano che il visitatore avanza verso il cuore della città, scorge delle rovine romane, e in particolare l’immenso teatro sul fianco di una collina, con 33 file in grado di accogliere oltre 3000 spettatori. I Romani costruirono anche la Strada del Colonnato, che attraversava l’affollata zona centrale della Petra del II secolo: la via era fiancheggiata da mercati e la fontana pubblica, il Ninfeo, dedicata alle ninfe acquatiche, forniva ombra e un fresco ristoro nella torrida estate.
La Strada del Colonnato conduce alla sacra area del Temenos, originariamente protetta da porte. Al suo centro si elevava isolato il tempio nabateo di Kasr El Bint, attualmente in rovina e databile probabilmente al I secolo a.C. Benché si trattasse di un santuario dedicato alla divinità Dusares, il suo nome significa ‘Castello della Figlia del Faraone’, senza che se ne conosca la ragione. A ovest si trova il moderno museo, alloggiato in una tomba o tempio. Di assai più difficile accesso è il Deir, o Monastero, uno dei monumenti più impressionanti della città, ricavato nella costa di un monte e anch’esso sormontato da un’urna. Lungo il sentiero che sale al wadi al Deir vi sono numerose grotte piene di croci scolpite che ricordano la breve era cristiana di Petra, ma di cui s’ignora ancora la funzione.


Chi erano gli abitanti di Petra?

Più di 2000 anni fa una tribù nomade di pastori dalle straordinarie doti artigiane, i Nabatei, fece di Petra il centro del proprio impero. Originari dell’Arabia nordoccidentale, estesero il loro dominio fino a Damasco per un periodo di 600 anni a partire dal V secolo a.C. Un in­sediamento ancora più antico di Edomiti – Edom, che significa ‘rosso’, è il nome biblico di questa regione del Medio Oriente – depredò i Nabatei, ma furono questi ultimi a scavare nella roccia la città. Essi svilupparono un proprio stile architettonico, un’arte ceramica finissima e originale, nonché un sofisticato sistema d’ingegneria idraulica, d’importanza vitale per la storia e la fortuna di Petra. Strategicamente situata al punto d’incrocio fra antiche arterie commerciali, Petra era gremita di mercanti che vi trasportavano i loro prodotti dal Mediterraneo, dall’Egitto, da Damasco e dall’Arabia. Servendosi di questa città, praticamente inespugnabile, come base, i Nabatei controllavano le rotte delle carovane e ammassavano ricchezze, dando vi­ta a una fiorente civiltà. La roccia per essi era importantissima e non costituì perciò una sorpresa, la scoperta che la loro principale divinità, Dushara, era simboleggiata da massi di pietra e obelischi ritrovati nel siq e un po’ dappertutto nella città. In un periodo successivo questa prese il nome, per l’appunto, di Petra. Nei secoli immediatamente precedenti e seguenti la nascita di Cristo i Nabatei erano al culmine del loro potere e a Petra viveva una popolazione di circa 20 000 anime. In qualche occasione essi dovettero difendersi dagli attacchi dei vicini, e in particolar modo dai Romani che, nel 63 a.C., progettarono di impadronirsi della città sferrando un assalto improvviso. Essi riuscirono però nel loro intento solo nel 106 d.C., allorché Petra entrò a far parte, sembra senza opporre resistenza, della provincia romana d’Arabia.

Benché la dinastia nabatea si fosse ormai estinta, la popolazione locale coesistette con la romana per oltre un secolo. 
In quel periodo Petra continuò a prosperare e i dominatori vi edificarono il teatro e la Strada del Colonnato. Allorché venne assorbita dall’Impero Bizantino nel IV secolo, una delle più vaste tombe di epoca nabatea, la Tomba dell’Urna, fu trasformata in chiesa e la città divenne sede di un episcopato. Ma a partire dall’ascesa dei musulmani, nel VII secolo, la storia tace sul destino di Petra, se si eccettua la breve permanenza dei Crociati che costruirono, a ovest, in cima a una collina, un piccolo castello.

Johann Ludwig BurckhardtUn giovane esploratore anglo-svizzero, Johann Ludwig Burckhardt, viaggiando da Damasco al Cairo, nel 1812, sentì parlare di un’antica città stretta fra montagne impenetrabili e decise di andare a cercarla. Sapeva parlare arabo e poté così travestirsi da commerciante musulmano, e raccontare di aver fatto voto ad Allah di sacrificare una capra al profeta Aronne presso la sua tomba in cima a Gebel Haroun, un’alta collina sovrastante la chiacchierata città. 
Una simile complicata storia di copertura era resa necessaria dalla diffidenza che le tribù beduine locali nutrivano nei confronti degli stranieri. A Elji Burckhardt convinse due indigeni a guidarlo lungo il wadi Musa e attraverso il siqfino al Khazneh, dove, servendosi dei suoi ampi indumenti come schermo, riuscì a tracciare uno schizzo dell’edificio. Compì poi una breve visita attorno alla città e, al cadere delle tenebre, sacrificò la capra ai piedi del tempio di Aronne prima di fare ritorno a Elji, a missione compiuta.

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[1] al-Siq (in lingua araba السيق) è un canyon che costituisce l’ingresso principale all’antica città di Petra nel sud della Giordania. La buia e stretta gola (in alcuni punti non vi sono più di 3 metri fra una parete e l’altra) si snoda per circa 1.600 metri e termina di fronte al monumento più noto di Petra, El Khasneh. (wikipedia)


Alcune foto dell’odierna Petra

(cliccare sulle immagini per ingrandirle)

 

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