Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Piccola storia della fata d’argento

Accanto alla città di traffico e motori, la millenaria metropoli di glorie e grandezze, che tra mille strade sorelle porta la memoria di cupole celesti… accanto alla città, in un angolo di spazio racchiuso tra terra e mare, c’era il bosco del Tempo… nessuno sapeva che esistesse o meglio… tutti vi passeggiavano nelle domeniche di sole, senza sentire il brulichio di vita che lo percorreva. In questo bosco c’era il regno delle fate, nascosto dentro un pino animato, che sprofondando di notte nella terra bruna, cambiava ogni dì posizione, rincorrendo i raggi del sole.

Nel bosco del Tempo non c’era tempo, tutto era bello e perfetto… le fatine svolazzavano tra i fiori e le felci, raccoglievano i raggi del sole e li portavano dentro il mondo del pino, dove danze, canti e sorrisi si ripetevano incessanti da mattina a sera.

La fata Percaso cantava il destino, e mentre cantava la vita degli umani che correvano per le strade del mondo di fuori…seguiva il suo corso…un ritardo di qualcuno gli evitava un incidente mortale, un inciampo tempestivo e s’incontravano uomini e donne, si innamoravano…una porta si apriva per un ritorno inaspettato offrendo lo spettacolo atroce di un tradimento, segnando la fine di un amore…che bello e che brutto il destino!

La fata Innocenza cantava il tesoro dell’universo mai perduto e mai riconosciuto…il suo canto raggiungeva le bocche dei bimbi, le parole dei vecchi, sulle panchine dei giardini del ricordo, il cuore delle mamme che dicevano addio al mondo per un figlio…che scrigno prezioso e robusto per difendere l’Innocenza!

La fata Magia cantava l’imprevedibile e l’inspiegabile, certi sussurri di notte che arrivavano silenti e rumorosi alle menti degli uomini potenti, quelli che avevano dimenticato d’essere figli di Dio, anche loro…degli uomini inquieti, sofferenti per una donna svanita nelle braccia di un altro, che cercavano sempre nuove braccia in cui riposare…negli occhi delle donne che avevano stretto corpi senza calore…ella cantava sempre, senza pause, perché un incantesimo non conosce riposo.

La fata Speranza cantava gli orizzonti dell’anima, mai raggiunti del tutto, mai descritti completamente…ella aveva questo compito oneroso, di creare musiche nuove per tutti i cuori del mondo, musiche celestiali, belle da ascoltare, da vivere da non rifiutare…e corde d’arpa che abbracciavano violini di cristallo guardavano tenere e comprensive il flauto di Pan…esso sempre danzava su nuvole di zucchero filato per dare profondità d’armonia pure ai silenzi delle note spossate e ripetute….la fata Speranza…volenterosa e con bocca di rosa.

La fata Dispetto, birichina e impertinente, cantava stornelli da giullare…i ritornelli delle sfide perenni, mentre seduti l’uno di fronte all’altro…uomini di successo mettevano firme, aggiungevano clausole, stabilivano condizioni di complicatissimi contratti….mentre un ragazzino villano alzava la gonnella ad una suora che pregava sulla fermata di un autobus…la fatina guardando dalla sua finestra…svolazzava e sorrideva.

La fata Armonia cantava e componeva le sinfonie della notte adornata di stelle…le sue forse erano le parole più belle…mai sentita la musica del silenzio? Di questa musica s’ispirava Armonia…volava leggera, con grazia, le sue note prendeva da corolle di camelie, bianche, candide, restie ad ogni tocco…la sua chitarra, un tramonto rosso e violento caduto in un mare di dolcissima panna.

La fata Fanciulla cantava il desiderio d’un figlio…le mani intrecciate fortissimamente e poche parole solenni: ” Facciamo un bambino”… non aveva bisogno nemmeno di cori e ghirigori… un figlio era il canto naturale d’ogni respiro.

Nel Pino felice i battiti delle ali repentine erano febbrili ed inarrestabili…al centro della sala del Pensiero stava la culla di gigli in cui sedeva tra luccichii sfavillanti di stelline di cobalto… la Regina delle Fate, la fata Sogno… il suo canto era il sospiro di vita che controllava l’infinito lavoro di tutte le fate… attraverso un diamante intagliato nell’arcobaleno… coi suoi occhi viola, strizzati a battito di vento… ella guardava il mondo di fuori e quello di dentro.
C’era un po’ di confusione da una settimana a quella parte nel pino animato e senza tempo…. c’era una fata silente… che non aveva più canti, né più sorrisi, né battiti celeri e divertenti…era la Fata d’Argento, che un dì lontano s’era chiamata Amore e che poi era stata ribattezzata in virtù della propria luce.
La fata regina aveva convocato il consiglio di tutte le fate per decidere il da farsi a proposito.
“O mia regina – disse la fata Speranza – parlo a nome di tutte e ti dico: speriamo che la fata d’argento riprenda a cantare… c’è poca riserva d’amore nel mondo e muore sempre di più affogando in questo atroce silenzio”
La fata regina rifletté un momento, poi con un battito di mani zittì il vocio che s’era esteso da fata a fata, riempiendo tutto lo spazio senza tempo.
“Fata d’Argento… vieni al mio cospetto e racconta… perché c’è tanta tristezza nel tuo cuore?” La fata d’Argento avanzò timida, senza forze e senza sentimento… poi raccontò:
“O mia regina, tu sai che io canto l’amore da milioni e milioni di lune…per cieli di rubino e di smeraldo s’è diffuso il mio canto… ed ho volato ovunque senza mai riposo… regalando una musica che sapevo giusta, ma che non avevo mai vissuto. Una settimana fa, mentre volavo nel bosco alla ricerca d’un fiore su cui riposare… un fruscio rumoroso mi spaventò e mi fece cascare dentro un rovo di spine… ecco guarda… – e mostrò a tutte le ferite che portava addosso e per le quali molto doveva soffrire – alzando lo sguardo alla ricerca del sole ho incontrato i due occhi più belli del mondo ed ho sentito per la prima volta quella musica che io stessa per tanti avevo generata”
Le fatine si strinsero le une alle altre e tutte insieme cominciavano a piangere lacrime che cadendo si trasformavano in gocce di tormento.
“Sono stanca di questo mondo senza tempo o mia regina… non posso cantare l’amore, se l’ho incontrato ed è svanito così… com’era venuto. Voglio andare a volare tra i suoi capelli ed asciugare le lacrime dei suoi dolori, poggiare i miei baci lievi sui suoi sorrisi incantati”
Un lunghissimo silenzio si diffuse imponente… era giorno di lutto nel Pino senza tempo, che d’un tratto divenne Pino del Silenzio.
“Alzati fata d’Argento… io ti rendo la libertà di esistere… non avrai più ali per volare, né potrai fare magie per te stessa… i tuoi incantesimi saranno solo in virtù dell’amore. Mai più potrai nutrirti solo di pensieri… avrai bisogno di mangiare, di bere e di riposare… conoscerai la fatica ed il dolore… ricorda fatina che per superare la prova… solo l’AMORE ti potrà aiutare”

La fata attraversò la sala del regno con la morte nel cuore ma finalmente libera di andare… dove meglio credeva, alla ricerca di pane per il suo cuore. Nella notte tempestosa lasciò il bosco senza Tempo e si avviò verso la città frastornata, assonnata dagli eccessi di una vita senza pensiero… cercò e cercò… sbirciò da mille finestre dentro le case di mattoni che le erano così ignote… vide scene d’amore e d’odio, baci, schiaffi, carezze, cene ricche e povere, sorrisi per feste di compleanno, lacrime per dipartite senza ritorno… era esausta, sporca di fango, senza respiro, quando si posò davanti all’ultima finestra… non sembrava esserci luce lì dentro, ma guardò meglio, sbirciò ed intravide una piccola candela… e lui… che guardava, sfogliava immagini sbiadite dal tempo… mentre piangeva… anche lei piangeva.
S’infilò per la fessura ed entrò… in silenzio, si stese sotto il suo cuscino e sprofondò in un abisso che prima d’allora non conosceva: il sonno.
Quando riaprì gli occhi si ritrovò dentro il suo palmo di mano… erano mani grandi ma gentili, morbide come le nuvole su cui un tempo aveva giocherellato… lo guardava timorosa e tremante.
“Ma cosa sei tu? O dio mio… devo essere ancora ubriaco”
“Io… io sono… la fata d’argento e vengo dal bosco senza Tempo”
“Ahahahahah si come no… e io sono merlino… tanto lo so che sei una allucinazione, anzi io adesso chiudo un attimo gli occhi, li riapro e poi tu sparisci”
Chiuse gli occhi e la fata lo guardava, non capiva perché si aspettasse che lei sparisse… era una cosa strana. Poi lui riaprì gli occhi e la fisso da molto vicino… lei si perse tra il battito del suo cuoricino impazzito e quel mare turchese con le sfumature dell’infinito.
“Va bene… sei una fata… non c’è dubbio, altrimenti sono diventato pazzo… ma cosa vuoi da me?”
“Nulla…  io sono stata cacciata dal mio regno perché avevo smesso di cantare e…” ma non finì la frase: le lacrime le cadevano dagli occhi facendola fremere ed incupire.
“Non piangere… puoi restare qui se vuoi… tanto così piccola come sei, non mi darai di certo fastidio. Una sola cosa ti chiedo… resta in silenzio”
Fu quello l’unico giorno in cui parlarono la fata e l’uomo del Silenzio… i giorni si susseguirono senza sosta… lui ogni tanto andava via lasciandola nella solitudine più nera, le lasciava briciole di dolci e piccole gocce di latte sparse per casa… lei diveniva sempre più debole, sfiancata dall’assenza di musica e di sole. Aveva imparato a leggere le parole dell’uomo… quelle che lui scriveva su tappeti bianchi abbandonati dentro cassetti impolverati… quante cose crudeli aveva letto…
“Ogni giorno io cerco l’amore… lo cerco per le strade di questa città ed aspetto che la mia principessa arrivi un giorno… la riconoscerò quando la guarderò negli occhi… ho un grande semplice sogno da realizzare… voglio circondarmi di terra bruna, rossa di pomodori”
e poi, ancora…
“…Ma credo che l’amore non esista come noi lo intendiamo, incontriamo dei fantasmi a volte, che sembrano persone… tutto quello che viviamo lo produciamo creando… è solo frutto di aspettative”
Lei moriva ma rileggeva, si chiedeva perché non la guardava mai negli occhi… eppure era così dolce con lei, nonostante il silenzio!
Un giorno la fata d’Argento si svegliò di soprassalto… madida di sudore, non vedeva più nulla… era tutto fatto di buio e di tristezza quel mondo.. e respirava a stento… lo sapeva, lo sentiva, che la vita la stava abbandonando.

“Fatina, svegliati”

Ma lei non rispondeva, non le era stato mai concesso di parlare… adesso, non aveva nulla da spiegare. Aprì gli occhi per un ultimo istante e lo guardò immobile senza luce sospirando con l’ultimo filo di voce…

“O mio amore… ho lasciato il mio regno per trovare i tuoi occhi, non volevo più cantare se non potevo sfiorarti i capelli… ti ho amato più della mia stessa vita… ma sono solo una fata d’Argento… non ho mai capito che non avresti mai potuto amarmi. Voi umani amate in un altro modo ed io… sono troppo piccola… addio per sempre mio dolce amore”

Le sue belle manine divennero gelide e si spense l’ultimo fioco raggio di sole insieme al suo respiro… la morte aveva rubato il suo canto e restava ormai… soltanto silenzio.   “Nooooooooooo…. fata svegliati” – piangeva adesso quella presenza diventata assenza – ho ucciso l’amore, l’ho ucciso di nuovo, sono un disperato, un vile, un condottiero senza gloria, un indemoniato” Pianse per ore interminabili… alla fine stremato… la depose in una corolla di rosa, piano le pettinò i capelli morbidi, la coprì di veli azzurrini, e la sfiorò con un bacio… un bellissimo dolcissimo intenso bacio.

Fu allora che avvenne la magia più bella che l’universo avesse mai visto… la casa divenne il pino incantato… e tutto fu ritorno alle radici… le fatine cantavano le nenie tristi degli addii… svolazzavano senza posa, lanciando dall’alto miele ed ambrosia… era il loro ultimo canto per la fata d’Argento… frammenti di stelle invasero il buio dell’innamorato… lo trasformarono in meraviglioso firmamento… narcisi e margherite ed edera senza fine a ricoprire la fatina senza vita… uno scoppio di vita contro la morte ed ecco… sopra il letto di rose la fata d’argento diventava una donna vera… bella come le donne, intoccabile come le fate… delicata fanciulla dai capelli corvini, coperta e scoperta da vestiti di zucchero filato… le fate sollevarono il letto e strette strette in un unico volo lo portarono al centro del lago di cristallo… lo lasciarono cadere piano, senza scossoni… quel momento doveva essere eterno… la bella fata donna sparì poco a poco nelle acque del lago… lui guardava tutto impotente, con la certezza di averla persa per sempre. E poi… più niente.

Quel bosco esiste ancora… quando di domenica mattina passeggiate per i sentieri verdeggianti, coi vostri figli e i vostri nipoti, state attenti ai fiori che calpestate… potreste far cadere una fata dentro un rovo di spine… se inoltrandovi fino al lago avrete il cuore di aspettare il tramonto… vedrete un uomo al calar del sole, seduto sopra un sasso, infilare collane di rose che si andranno a posare sull’acqua silente, da cui per l’eternità s’innalza un canto d’Amore.

Una sola cosa vi chiedo: questa è una fiaba che non troverete in nessun libro, mi sono svegliata stamattina e ce l’avevo dentro il cuore… perciò, se volete, stampatela e raccontatela ai vostri figli un giorno, quando vi accorgerete che hanno paura di amare.

Fine.

 

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