Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Polifemu – Una poesia di Giovanni Meli

Una poesia dell’abate Giovanni Meli (1740 – 1815) 

Böcklin_Odysseus_Polyphemus

Originale in lingua siciliana

Traduzione in lingua tialiana

    
    Polifemu era un omu grossu ammàtula 
chi cu la testa tuccava li nuvuli,               
ed era amanti di certa curàtula,                
ch’avia lu cori duru comu rùvuli;               
Galatia, duci chiù di na nacàtula,               
chi senz’isca, carvuni, e senza prùvuli,     
c’infusi arduri accussì forti e strànii,         
chi lu furzau a sdari ntra li smanii.              

Chiù non ci spércia jiri a la putia            
unni lu mastru so zoppu Vulcanu,               
pri ddà fari, di l’àutri in compagnia,             
li fulmini chi Giovi teni in manu.                 
Né chiù ci piaci, comu ci piacia,                  
fari di crapi e boi lu guardianu,                    
da comu un vacabunnu mariolu                  
scurri e lu sceccu fa ‘ntra lu linzolu.                

A guardàrilu era cosa d’allucchiri,         
accussì grossu, grassu e smisuratu;               
chi pri vastuni si  sulia sirviri                         
d’un àrvulu di pignu arrimunnatu;               
usari non sulìa nuddu vistiri,                        
ca di pila era tuttu cummigghiatu;              
ed ognunu di chisti di grussizza                    
era quantu un caddozzu di sosizza.                   

Comu un tirrenu chinu di pirreri            
avia la facci crafogghi crafogghi;                 
pirchì appi li valori accussì feri       
chi si ‘un tinìanu forti li cunocchi                 
li Parchi, iddu muria comu un sumeri;     
avia un occhiu, chi jeva pri cent’occhi,     
ch’era, dici un auturi di giudiziu,      
quantu lu ròggiu  di lu Sant’Uffiziu.   

      Era lu nasu quantu un bastiuni,  
ch’avia corvi pri muschi cavaddini;              
la vucca chi capeva ‘ntra un muccuni        
lu gran cunventu di li Cappuccini;  
avia ancora pri oricchi dui gruttuni,               
nida di cucchi e d’oceddi rapini;               
avia vòscura ‘ntesta pri capiddi                     
ca addànii, e porci spini, e vulpi e griddi.

     D’un chiuppu sbacantatu s’avia fattu        
all’usu campagnolu un friscalettu,                
chi sunannu lu jia di trattu in trattu              
sirvénnucci pri sfogu e pridilettu;        
parrava sulu sulu comu un mattu,   
cuntava a li grutti lu so affettu;                  
li quali allammicannu a stizza a stizza,     
chi chiancìanu, cridia, pri tinnirizza.   

                                Giuvanni Meli

 

   
   Polifemo era un uomo grosso invano 
che con la testa toccava le nuvole.  
ed era amante di certa massara,  
che aveva il cuore duro come rovere;  
Galatea, dolce più d’un pasticciotto,  
che senz’esca, carbone, e senza polvere, 
gl’infuse ardori così forti e strani, 
che forzò a dare in ismanie.  

Più non si cura di andare alla bottega 
dal maestro suo zoppo Vulcano, 
per fare lì, degli altri in compagnia,  
i fulmini che Giove tiene in mano. 
Né più gli piace, come gli  piaceva, 
far di capre e buoi il guardiano,  
e come un vagabondo fannullone 
scorazza e fa l’asino nel lenzuolo.    

A guardarlo era cosa da intontire, 
così grosso, grasso e smisurato;  
che per bastone si solea servire  
d’un albero di pino rimondato; 
usare non solea nessun vestire, 
ché di peli era tutto ricoperto; 
e ognun di questi di grossezza 
era quanto un nodo di salsiccia.    

Come un terreno cosparso di pietre  
avea la faccia butteri butteri;  
perché prese il vaiolo sì forte 
che se non tenevano forte le conocchie  
le Parche, sarebbe morto come un somaro; 
avea un occhio, che valeva per cent’occhi, 
ed era, dice un autore di giudizio,  
quanto l’orologio del Sant’Uffizio.

   Era il naso quanto un bastione,                  
che avea corvi per mosche cavalline;  
la bocca vi  entrava in un sol boccone  
il gran convento dei Cappuccini;  
aveva ancora per orecchie due grandi grotte, 
nidi di cucchi e di uccelli rapaci; 
avea boschi in testa per capelli  
con daini, e porci spini, e volpi e grilli. 

   D’un pioppo svuotato s’era fatto 
all’uso campagnolo uno zufolo, 
e suonando l’andava di tratto in tratto 
servendogli per sfogo e per diletto; 
parlava solo solo come un matto,                 
e raccontava alle grotte il suo affetto; 
le quali gocciolando stilla a stilla,  
che piangessero, credeva, per tenerezza. 

                                             Giovanni Meli

 

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Il poeta palermitano Giovanni Meli (6 marzo1740 – 20 dicembre 1815), figlio di Antonio di professione orefice e di Vincenza Torriquas, è principalmente noto per la sua produzione in dialetto. Venne educato presso le scuole dei padri Gesuiti e si appassionò giovanissimo agli studi letterari e filosofici soprattutto della corrente illuministica, che – nata in Francia – allora imperava in Europa; In particolare aveva studiato i classici latini e italiani nonché gli scrittori dell’Enciclopedia (da Montesquieu a Voltaire) trovando ispirazione per un poemetto giovanile rimasto incompiuto, “Il Trionfo della ragione”.
Giovanni_Meli.Fu medico stipendiato dall’abbazia benedettina di S. Martino delle Scale e professore di chimica presso l’Università di Palermo.
Esordì come poeta a soli quindici anni e fu talmente apprezzato nella ristretta ed esigente cerchia dei letterati palermitani che per questo fu nominato socio dell’“Accademia del Buon Gusto”.
Passò successivamente a più importanti circoli esclusivi della nobiltà; nel ’61 fu socio dell’Accademia della Galante conversazione e nel ’66 a quella degli Ereini.
La celebrità arriva nel 1762 e la sua fama crescente lo richiamò a Palermo, conteso dalle dame dell’aristocrazia nei loro salotti.
Non fu mai ricco e negli ultimi decenni del secolo furti e vicende familiari sfortunate lo costringevano a bussare alla porta dei potenti.
Nel 1810 re Ferdinando gli concesse una pensione annua, ma nel 1815, dopo le rivolte giacobine gliel’avrebbe sospesa.
Le opere
La raccolta delle “Poesie siciliane” comprende vari componimenti scritti in tempi diversi, tutti in dialetto siciliano (palermitano). Poemetti satirici e giocosi sono La fata galante (La fata galanti, 1762), L’origine del mondo (L’origini di lu munnu, 1768). Poema eroicomico il Don Chisciotti e Sanciu Panza, (1785-1787).
al tempo stesso satira e esaltazione delle riforme illuministiche. Le Favole morali (Favuli murali, 1810-1814) spiccano nell’abbondante favolistica settecentesca per la sintesi di fantasia e moralismo.
Capolavoro della raccolta è La bucolica (La buccolica). A esso Meli si dedicò a lungo, soprattutto nel 1762 -1772. La struttura è tipicamente arcadica: 2 sonetti introduttivi, 5 egloghe e 10 idilli divisi in quattro parti, ognuna intitolata a una stagione, secondo uno schema diffuso in europa da Pope e Saint-Lambert. L’amore per la natura e la nostalgia rousseauniana per la vita primitiva hanno una immediatezza senza equivalenti nella poesia pastorale del tempo. Vi sono atteggiamenti e modi convenzionali.
Stessa vitale intensità, all’interno dei metri e delle forme dell’Arcadia, è in parte anche nelle Elegie (Elegii), nelle Canzonette (Canzunetti) e nelle Odi. Qui scompaiono gli spunti realistici, a vantaggio di una linea melodica e una grazia figurativa dalle inflessioni rococò.
Benché non abbia preso i voti, Giovanni Meli si fa chiamare abate e si veste da religioso.

Nota biografica tratta da: http://www.partecipiamo.it/Sicilia/poesie.htm
Poesia tratta da: http://www.csssstrinakria.org/mitologia.htm

 

vedi anche la poesia “Li surci”

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