Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Porco diavolo

di Luigi Orlotti

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  1. Il porco come simbolo del demonio e della sessualità

  “Il Signore disse a Mosè e ad Aronne: «Riferite agli Israeliti: Questi sono gli animali che potrete mangiare fra tutte le bestie che sono sulla terra. Potrete mangiare d’ogni quadrupede che ha l’unghia bipartita, divisa da una fessura, e che rumina. Ma fra i ruminanti e gli animali che hanno l’unghia divisa, non mangerete i seguenti: il cammello, perché rumina, ma no n ha l’unghia divisa, lo considererete immondo; l’irace, perché rumina, ma non ha l’unghia divisa, lo considererete immondo; la lepre, perché rumina, ma non ha l’unghia divisa, la considererete immonda; il porco, perché ha l’unghia bipartita da una fessura, ma non rumina, lo considererete immondo. Non mangerete la loro carne e non toccherete i loro cadaveri; li considererete immondi»”[1]. 

Nel libro del Levitico il Signore fissa al suo popolo, Israele, il limite tra ciò che è puro da ciò che è impuro. L’origine del senso di impurità degli animali si trova non solo in un motivo estetico o igienico, o perché l’animale impuro fosse in rapporto con culti idolàtrici, ma soprattutto perché questi, in un lontano passato, vennero associati a delle potenze minacciose. Il porco rappresentava l’incarnazione dell’antica divinità Baalzabub, il diavolo. Cibarsi della carne suina voleva dire assumere dentro di sé il diavolo. Questa discriminazione tra animali puri e impuri viene ribadita anche nel Deuteronomio:  “Non mangerai alcuna cosa abominevole. Questi sono gli animali che potrete mangiare: il bue, la pecora e la capra; il cervo, la gazzella, il daino, lo stambecco, l’antilope, il bufalo e il camoscio. Ma non mangerete quelli che ruminano soltanto o che hanno soltanto l’unghia bipartita, divisa da una fessura e cioè il cammello, la lepre, l’irace, che ruminano ma non hanno l’unghia bipartita; considerateli immondi; anche il porco, che ha l’unghia bipartita ma non rumina, lo considererete immondo. Non mangerete la loro carne e non toccherete i loro cadaveri”[2].

porco_diavoloDunque, per la cultura giudaica il porco incarnava il diavolo e Cristo, con la cacciata della legione di demoni nel branco di porci, non fa che suggellare ancora una volta e, meno velatamente, quest’intima unione fra suino e diavolo:

Gesù gli domandò: «Qual è il tuo nome?». Rispose: «Legione», perché molti demoni erano entrati in lui. E lo supplicavano che non ordinasse loro di andarsene nell’abisso. Vi era là un numeroso branco di porci che pascolavano sul monte. Lo pregarono che concedesse loro di entrare nei porci; ed egli lo permise. I demoni uscirono dall’uomo ed entrarono nei porci, e quel branco corse a gettarsi a precipizio dalla rupe nel lago e annegò”[3].

Nel mondo ellenico il porco era l’animale che simboleggiava la sessualità. È Aristotele che ci descrive come il maiale sia un instancabile copulatore, di gran lunga superiore a tutti gli altri animali. Nella sua Historia animalium ci parla dettagliatamente del modo di riprodursi del suino: “Il porco è un buon riproduttore fino all’età di tre anni. I piccoli dei soggetti che superano tale età sono meno forti; passata questa età il porco non si sviluppa più e non accresce le forze. Prende l’abitudine di accoppiarsi quando è sazio e non copre più un’altra femmina; altrimenti l’accoppiamento è troppo breve  i nati troppo piccoli. Quanto alla scrofa, genera un ridotto numero di piccoli in occasione della prima gravidanza, ma già con la seconda è al culmine. Quando invecchia continua a generare alla stessa maniera, ma si accoppia con maggiore lentezza. A quindici anni cessa di essere riproduttiva ed è definitivamente vecchia. Se ben nutrita, la scrofa si presta facilmente all’accoppiamento, tanto se è giovane quanto se è vecchia. Se ingrassa troppo quando è pregna, produce meno latte dopo il parto. I piccoli migliori sono quelli nati da genitori nel pieno delle forze per quel che riguarda l’età, e per quel che riguarda il periodo dell’anno, quelli nati al principio dell’inverno; d’estate invece nascono dei porcellini di qualità inferiore, piccoli, magri e flaccidi. Un maschio ben nutrito è in grado di accoppiarsi a qualunque ora del giorno e della notte; altrimenti ha l’abitudine di preferire il mattino per la copula. Invecchiando lo fa con minore frequenza […]. Spesso, quando ai porci la virilità viene meno per età o per debolezza e non riescono ad accoppiarsi rapidamente, la femmina, stanca di stare in piedi, si stende e si accoppiano così, distesi l’uno accanto all’altra. La scrofa che sia in calore è stata fecondata soprattutto se abbassa le orecchie, altrimenti è nuovamente in calore”[4].

Varrone, nel De lingua latina, cerca di andare all’origine della parola porco e ci dice che:  “Porcus (porco) deriva dal fatto che i Sabini chiamano il porco aprunus (discendente dal cinghiale) porcus;  porcus viene quindi di là, ameno che non venga dal greco, perché in Atene nei Libri sui sacrifici si legge pÒrkh, pÒrkoj”[5].

Sempre Varrone, nel De re rustica, ci parla più dettagliatamente del maiale dal punto di vista agro-alimentare e dell’economia contadina, illustrandoci, inoltre, una sorta di paragone, almeno nella lingua popolare, tra l’animaletto rosa e il sesso delle donne, specialmente delle donne vergini: “Infatti le nostre donne, specialmente le balie, chiamano porcus nelle vergini l’organo che distingue il loro sesso, mentre quelle greche lo chiamano choeros (porco), quasi a significare che è, questo, un distintivo di dignità del matrimonio”[6].

Ma proprio in greco maiale si dice anche Ûj (hys) e il sesso femminile si dice Ûssax (hyssax): sembra quindi esserci un chiaro riferimento al suino nella radice del termine che esprime il sesso femminile, e inoltre un’estensione di significato della parola Ûssax al sesso delle donne in generale, non necessariamente vergini.

 Gli antichi vedevano nella grande potenza sessuale del porco un’analogia tra questa e il loro stesso desiderio al piacere della riproduzione.

Per i greci, come successivamente sarà per i romani, questa associazione fra il maiale e la sessualità non aveva alcun carattere negativo, né tanto meno demoniaco. È dall’incontro tra il mondo giudaico-cristiano e il mondo greco-romano che il maiale assume su di sé contemporaneamente il carattere demoniaco e il richiamo alla sessualità.

Da allora in poi sarà proprio la sessualità ad essere vista come una delle azioni più peccaminose, con l’introduzione anche del concetto di peccato, e il porco simbolo di ciò che di più abbietto possa esserci per l’uomo: il sesso. A questo senso di demonizzazione della sessualità umana, espressa così potentemente dal maiale simbolo, corrisponderà sempre più una demonizzazione del corpo intero e una svalutazione della materialità, a vantaggio tutto di una sempre crescente divinizzazione dell’anima e della dimensione dello spirituale. Questo, ben inteso, avverrà con lo sviluppo del cristianesimo su di un terreno già fertile riguardo alla svalorizzazione del corpo. Se pensiamo ai riti orfici nella cultura pagana ci rendiamo bene conto di come il corpo, già prima di quest’incontro fra mondi, venisse considerato un mero contenitore, anzi una prigione di qualcosa di superiore, l’anima o il demone. Eppure il cristianesimo è la religione della grande rivalutazione del corpo, che nell’eschaton finale vuole proprio la resurrezione della carne come perfezione della condizione salvifica della grazia di Dio. Notiamo allora due modi di vivere il Vangelo: quello della peccatrice che lava i piedi di Cristo e li unge con olio[7], dove il corpo viene curato e accudito proprio per la sua sacralità, e quello che vuole invece il corpo fustigato, straziato per essere purificato, considerato ancora come qualcosa di immondo. Per lungo tempo ha prevalso il secondo modo di intendere il corpo, e, anche oggi, non possiamo affatto dirci immuni da certe pratiche di disprezzo. Perfino molti santi hanno vissuto il loro corpo come il segno dell’impurità, dell’imperfezione e come tale lo hanno trattato allo scopo di salvare l’anima e purificare la carne. Leggiamo alcuni passi dei Panegirici del Padre Paolo Segneri, in cui si parla di queste pratiche assai diffuse tra santi: “Un sol miracolo io voglio qui che campeggi manifesto è vero, perenne, palpabilissimo, ma tanto ancor più sublime. E qual è questo? Il morto corpo di Anselmo. E non considerate stupore? Fece, per così dire, Anselmo il possibile per arrivare a distruggere questo corpo: lo maltrattò, lo macerò, lo straziò; ma non gli è potuto riuscire. Eccolo a onta di tanti strazi anche intero già cinque secoli, senza che da i denti del tempo gli sia fin ora stato fatto un oltraggio, neppur nelle ugne, neppure nella pelle, neppure nei peli. È vero che egli comparisce tant’arido, che poco vi si conosce fiorir la carne. Ma non crediate che ciò sia stato trionfo, che in qualche modo abbia finalmente potuto di questo corpo recar la morte. Fu lo spirito, ahi troppo implacabilmente severo, di Anselmo stesso, che con le assidue fatiche, che con le austerità, che con le astinenze, lo ridusse anche vivo a foggia di scheletro: tanto la mortificazione in lui seppe emular la morte. Però coloro che lo conobbero, ne scrissero in questa forma: mirabamur omnes subtilitatis eius inexsuperabiles vires.[8] Si era egli già si affilato, sì assottigliato, che potea parere un cadavero, se non avesse in vivacità superato anche i più robusti. Niuno però si stupisca, se Anselmo morto non sembri nulla più florido: tal fu mentr’era anche vivo”[9]

 “Finch’egli [san. Luigi Gonzaga] non ritrovò cilicio più atto, costumò, con invenzion non più udita, di cingersi i fianchi nudi con acutissimi sproni da cavalcare: tanto industriosa era in quegli anni più teneri l’avidità di patire. Indarno i suoi camerieri gli componeano, sotto padiglioni pomposi, letti agiatissimi; ch’egli furtivo rubando or tizzoni spenti, or asse spezzate, nasconderle sotto de’ molli lini, parte perché gli rendesser penosi i sonni, parte perché gli servissero di sollecito destatoio. Conciossiaché dopo breve ora, non so se di tormento o di quiete, riscosso subito, sbalzava generoso di letto su’l terren nudo, ed ivi con la sua sola camicia indosso, nella vernata più rigida, nella notte più cupa, tra silenzi più taciturni, perseverava ginocchione ad orare, ove le quattr’ore seguite, ed ove le sei rimanendo frattanto da capo a piedi sì crudelmente indolenzito dal freddo ed intormentito che a poco a poco se gli agghiacciava ogni vena e mancatagli ogni virtù. Ma quando tanta virtù mancar gli potea, che quella poca egli non tornasse a raccogliere, per tornare a ritormentarsi? Sallo quella terra destra, a cui, quantunque gelata, sempre avanzò fervor bastante a trattare flagelli orribili. Funi, lasse, catene, spilli, rosette, tutto indifferentemente ammetteva al sanguinoso macello che ben tre volte fra notte e dì giunse a fare delle sue membra. Tornavano all’affettuosa madre ogni settimana le camicie tutte sanguigne…”[10].

Ci fornisce un’altra testimonianza in tal senso Lodovico Abelly su San Vincenzo de’ Paoli: “In quanto alla mortificazione esterna di Vincenzo [San Vincenzo de’Paoli], può dirsi con verità che andasse a passo uguale coll’interna, o sia che la praticasse perfettamente e quasi senza alcuna interruzione: perché trattò sempre il corpo con grandissimo rigore, perfino nella sua estrema vecchiezza e nelle più grandi infermità; ed oltre alle penitenze e mortificazioni ordinarie… egli abbracciava e ricercava tutte le occasioni che poteva incontrare per soffrire…”[11].

 Il porco, alla luce di quanto detto fin ora, in tutti questi secoli, non ha fatto altro che raccogliere su di sé metaforicamente il disprezzo che l’uomo ha avuto per il suo corpo e per la sfera della sessualità. Atteggiamento negativo che in parte sopravvive ancora oggi: figli noi pure di un grande malinteso, di una profonda scempiaggine, di un’inutile violenza.

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  1. Il porco come espressione del sacro

 Nella prima parte abbiamo parlato del divieto che gli ebrei avevano di cibarsi di carne di maiale perché da Dio detta impura. Con l’avvento di Cristo questo divieto è destinato a cadere, come l’ennesimo servilismo dell’uomo nei confronti della legge dell’Antico Testamento.

 “Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo». Quando entrò in una casa lontano dalla folla, i discepoli lo interrogarono sul significato di quella parabola. E disse loro: «Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?» Dichiarava così mondi tutti gli alimenti”[12].

E a Pietro è Dio stesso, negli Atti degli Apostoli, che ribadisce quest’abolizione:

Il giorno dopo, mentre essi erano per via e si avvicinavano alla città, Pietro salì verso mezzogiorno sulla terrazza a pregare. Gli venne fame e voleva prendere cibo. Ma mentre glielo preparavano, fu rapito in estasi.  Vide il cielo aperto e un oggetto che discendeva come una tovaglia grande, calata a terra per i quattro capi. In essa c’era ogni sorta di quadrupedi e rettili della terra e uccelli del cielo. Allora risuonò una voce che gli diceva: «Alzati, Pietro, uccidi e mangia!» ma Pietro rispose: «No davvero, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla di profano e di immondo». E la voce di nuovo a lui: «Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano»”[13].

 Se da un lato Cristo è colui che scaccia il demonio nei porci, dall’altro Cristo è anche e soprattutto colui che purifica la carne, il corpo, colui che la rende pura. Il maiale diventa così contemporaneamente metafora di qualcosa d’altro dal demoniaco, di qualcosa di totalmente altro, ossia della dimensione del sacro. Non è compito nostro, in questa sede, analizzare il perché dell’accentuazione delle pratiche di disprezzo del corpo con la diffusione del cristianesimo, ma possiamo ben vedere che la radice di quelle pratiche sta piuttosto in un fondo di paganesimo che permane nella cristianizzazione della società civile europea.

Già nel mondo pagano il maiale era considerato un animale sacro. Varrone, nel De re rustica, ci spiega come proprio i sacrifici degli animali siano nati dal sacrificio dei suini, e per darne una prova più convincente tenta anche un’improbabile etimologia del termine sus:

Il termine sus (porco) corrisponde al greco Ûj  (hys), che una volta era  qÚj (thys), dal verbo qÚein (thyein), che vuol dire sacrificare. Sembra infatti che dai suini abbiano avuto inizio i sacrifici di animali. Ve ne sono tracce nel fatto che nella iniziazione del culto di Cerere s’immolano dei porcellini e nelle cerimonie di stipulazione dei trattati di pace, quando si suggellano i patti, si uccide un maiale e che a principio del rito nuziale degli antichi re e dei personaggi etruschi di alto rango, nel congiungersi in matrimonio gli sposi novelli immolano un porcellino”[14].

 In Grecia il porco veniva offerto a Demetra, la Madre, e Roma non si discostava dall’orizzonte agrario in cui la Grecia pare collocare il maiale. L’antica città laziale lo offriva insieme alla pecora e al bue per la purificazione dei campi. Nel suovetaurilia, nome latino del rituale, erano comprese le tre specie animali più importanti del regime sacrificale antico: un suino appunto, sus, un ovino, ovis, un bovino, taurus. Leggiamo il racconto di quest’antica pratica votiva nel racconto di Catone: “Agrum lustrare sic oportet. Impera suovetaurilia circumagi: ‘cum divis volentibus quodque bene eveniat, mando tibi, Mani, uti illace suovetaurilia fundum agrum terramque meam quota ex parte sive circumagi sive circumferenda censeas, uti cures lustrare’. Ianum Iovemque vino praefamino, sic dicito: ‘Mars pater, te precor quaesoque uti sies volens propitius mihi domo familiaeque nostrae, quoius rei ergo agrum terram funqumque meum suovetaurilia circumagi iussi, uti tu morbos visos invisosque, viduertatem vastitudinemque, calamitates intemperiasque prohibessis defendas averruncesque; utique tu fruges, frumenta, vineta virgultaque grandire beneque evenire siris, pastores pecuaque salva servassis duisque bonam salutem valetudinemque mihi domo familiaeque nostrae; harumce rerum ergo, fundi terrae agrique mei lustrandi lustrique faciendi ergo, sicuti dixi, macte hisce suovitaurilibus lactentibus immolandis esto: Mars pater eiusdem rei ergo macte hisce suovitaurilibus lactentibus esto’. Item [esto item] cultro facito struem et fertum uti adsiet, inde abmoveto. Ubi porcum immolabis, agnum vitulumque, sic oportet: ‘Eiusque rei ergo macte suovitaurilibus immolandis esto’. Nominare vetat  Martem neque agnum vitulumque. Si minus in omnis litabit, sic verba concipito: ‘mars pater, siquid tibi in illisce suovitaurilibus l<act>entibus neque satisfactum est, te hisce suovitaurilibus piaculo’. Si <in> uno duobusve dubitabit, sic verba concipito: ‘Mars pater, quod tibi illoc porco neque satisfactum est, te hoc porco piaculo’”[15]. 

Santino di Sant'Antonio Abate

Santino di Sant’Antonio Abate

Il porco, dunque, ricopre un duplice ruolo: di contatto con il demoniaco, il male, e di contatto con il divino, il bene, delle cui grazie è ottimo intercessore. Nell’agiografia cristiana il maiale è il fedele compagno di Sant’Antonio Abate, il suo aiutante magico o, addirittura, il suo doppio. Ma da dove nasce quest’amicizia? Una leggenda, fra le tante, vuole che Sant’Antonio in Gioventù avesse fatto il porcaro e che un maialetto della sua mandria, affezionatosi a lui, non l’avesse mai voluto abbandonare e che, ovunque l’uomo andasse, la bestiola lo seguisse. Un tempo, però, gli uomini erano senza fuoco e, per non morire di fame e di freddo, chiesero aiuto a Sant’Antonio. Il santo pensò bene che l’unico luogo dove poteva trovare del fuoco era l’Inferno e così decise di recarvisi. All’entrata dell’Inferno, i diavoli, riconosciutolo, non volevano permettergli di entrare. Proprio allora, il porcello prese l’iniziativa e, senza che i diavoli se ne accorgessero, appena mise un piede dentro, iniziò a grufolare correndo per ogni dove, mettendo a soqquadro ogni cosa. I diavoli, disperati dalla gran confusione, chiesero al santo di riprendersi l’animale e lo fecero entrare. Ma anche Antonio, appena varcata la soglia di quel luogo di dannazione, cominciò a tormentare i diavoli col suo bastone. I demoni, furiosi dell’oltraggio, strapparono di mano il bastone di ferula all’uomo e ne misero la punta sulle fiamme ardenti. Allora il maiale ricominciò a seminar scompiglio e Antonio chiese, come prezzo per fermare nuovamente il suo amico, che gli restituissero il bastone. Così il santo riuscì ad ingannare i demoni, perché il bastone di ferula è fatto di legno spugnoso all’interno, in modo tale che se una scintilla di fuoco vi rimane continua a bruciare senza che dall’esterno si veda nulla. Una volta fuori, sant’Antonio alzò in alto il bastone e lo fece volteggiare con la punta infuocata, spargendo scintille per ogni dove. Da allora gli uomini godono dei benefici del fuoco.

Questo racconto, dove sant’Antonio ricopre, in chiave cristiana, la funzione di un nuovo Prometeo, è interessante alla nostra analisi perché ci fa comprendere ancor meglio i caratteri che, nella tradizione, sono stati attribuiti al porco: da un lato egli è così maledettamente grande creatore di scompiglio che neppure il diavolo può farci nulla, dall’altro figura come inserviente del divino, e in questa veste opera per il bene degli uomini. E, al di là del racconto leggendario, di cosa necessitavano soprattutto gli uomini nei tempi antichi? Di quale Bene avevano bisogno? Di cibo. Il porco era considerato realmente strumento di salvezza da tanti uomini e donne stretti sotto il giogo della carestia e della fame: la sua carne significava la vita o la morte di una famiglia, in un’economia agreste ancora di piccole dimensioni, dove nulla poteva essere sprecato per sopravvivere. E del maiale, è noto, non si butta via nulla. Gli uomini in passato, bisogna ricordarlo, non morivano solo in conseguenza della loro peste, ma anche di quelle che prendevano i loro branchi di suini e bovini; nell’Europa medievale e della prima età moderna, le epidemie che colpivano gli animali domestici “rappresentavano un dramma per tutta la comunità che ne era colpita, come la peste bubbonica nelle città”[16].

Alla carne stessa di suino si attribuivano, nei riti magici di epoca seicentesca, poteri taumaturgico di cura delle malattie o, come vedremo di seguito, di propiziazione alla fecondazione della donna. La ricetta che viene fornita ora riguarda la preparazione dell’elettuario di Arnaldo di Villanova, esempio moderno di ars procreandi:

Piglia i testicoli della volpe; cioè dell’animale, e radice della erba chiamata testicolo di volpe, un testicolo destro d’un verro o porco maschio seccato all’ombra, rasura d’avolio, sefolcos, matrigne seccate di lepre e suo caglio […] zuccaio la metà del peso del resto, fa polvere d’ogni cosa e danne a digiuno”[17].

Il lardo del maiale inoltre era considerato anche un ottimo rimedio contro il temuto “fuoco di Sant’Antonio”, ovvero l’herpes zoster, malattia cutanea di origine virale. Ritornano ancora la figura del Santo e quella del suo fedele compagno, quasi a liberare gli uomini dal fuoco che loro stessi avevano donato alla terra.

Tutto questo per fare un po’ di chiarezza su ciò che ha rappresentato il porco nell’immaginario collettivo della gente comune, quasi parafrasando il senso della propria esistenza, così in bilico tra carestia e abbondanza, tra caldo e freddo, tra cielo e terra, tra spirito e corpo. Dunque non resta altro che tentare, nell’ultima parte del nostro viaggio, di ripensarci un tutto indivisibile, semmai lacerato da chi ci fa solo materia e chi ci vuole solo spirito.

  1. Su chi noi siamo

Se vuoi conoscere il tuo corpo apri, il tuo porco, perché sono uguali. L’affermazione è audace ed eretica, chiama in causa gli scrupoli del Creatore il quale, non sapendo cos’altro inventare e dovendo fare l’uomo, ha ripetuto il porco, ma se lo dicono tanti, sarà pur vero”[18].

José Saramago riprende un’antica credenza che voleva il corpo dell’uomo simile al corpo del maiale: la scienza oggi ce lo ha confermato con dati empirici. Noi, nelle due sezioni precedenti, abbiamo cercato di capire quale simbologia stesse dietro alla figura del porco. Ora vogliamo riflettere su ciò che l’uomo, pensando al porco, ha pensato di se stesso. Prima s’era detto che la demonizzazione del suino ha rappresentato la svalorizzazione che alcune religioni e una parte della filosofia hanno operato nei confronti della corporeità, ovvero ciò che di materiale v’è nell’uomo. Anche se non si è trattato sempre di una presa di posizione ufficiale, il senso di poter operare indiscriminatamente sul corpo umano come su di una qualsiasi res extensa ha portato gli uomini alle più grandi aberrazioni. Non ultime, ma tristemente vicine e note, quelle dei campi di sterminio nazisti dove l’uomo, fino all’ultimo, è stato mortificato nel corpo prima che nello spirito. Cadaveri, milioni di cadaveri nel Novecento hanno precipitato l’umanità in un Inferno terreno, dalle cui maglie neppure oggi siamo totalmente liberi. Le manipolazioni genetiche e gli esperimenti con il DNA ci fanno capire come anche noi siamo imbrigliati in un inconsapevole senso di disprezzo della materia, che ci porta ad operare, come nuovi demiurghi (o dissacratori?) nel pieno dell’Universo, chora bisognosa di essere in-formata, con-formata, de-formata. L’uomo contemporaneo sembra ubriaco nel suo alienante delirio di onnipotenza. E la filosofia cosa dice? Cosa dicono le comunità scientifiche, per darsi un po’ di autorità si sono chiamate così, di filosofi? Si ribellano, è vero, come hanno fatto anche in passato, ma quanto? E soprattutto come? Se anche tra i filosofi il corpo dell’uomo viene tutt’ora svalutato se paragonato alla sua anima? Tra coloro che poi non riconoscono questa ambivalenza, ma vedono solo l’elemento della corporeità, più che ad un corpo vivo, pensano ad un cadavere, oggetto su cui operare le più straordinarie autopsie con la loro parola imbrigliata in un mondo senza senso.

Dobbiamo ridare dignità a ciò che non è mai stato oggetto di sentimenti di rispetto! Dobbiamo ripensarci un tutto del quale vediamo un’immagine, il corpo, e del quale sentiamo voci, la nostra interiorità.

La domanda fondamentale su cui soffermarci allora è questa: chi noi siamo? Chi sono io?

Sono quello che vedo. Tutti i corpi, nella loro diversità, sono uguali perché materiali. La differenza è nella loro forma. Forse la materia di un pioppo è la stessa di quella di un foglio di carta, eppure io non dico che il foglio di carta su cui scrivo in questo momento è identico al pioppo che vedo: anzi, prima di conoscere la materia di un corpo so distinguerlo dagli altri per la sua forma particolare che lo rende unico nel mare della molteplicità. Una materia e una forma che non spiegano ancora nulla di me, di questo corpo che vedo, tocco, sento, esperisco. Una risposta sul corpo e in parte anche su chi noi siamo ce la dà Merleau-Ponty, filosofo del Novecento:

Sia che si tratti del corpo altrui o del mio proprio corpo, ho un solo modo di conoscere il corpo umano: viverlo, e cioè far mio il dramma che lo attraversa e confondermi con esso. Io sono dunque il mio corpo, per lo meno nella misura in cui ho un’esperienza, e reciprocamente il mio corpo è come un soggetto naturale, come un abbozzo provvisorio del mio essere totale”[19].

Il filosofo francese mette l’accento sul corpo considerato “come un abbozzo provvisorio del mio essere  totale”. Dunque il mio essere è formato dal corpo, ma non solo da questo: c’è qualcosa d’altro che io sono e che il mio corpo vivo esperisce. Ma cosa? Per tentare di rispondere poniamoci ancora una volta la domanda: “Chi sono io?” Io non mi percepisco soltanto come un’immagine riflessa in uno specchio, né solo come percezioni esterne che mi stimolano e mi fanno fare esperienza del mondo che mi circonda. Io sono anche quello che sento dentro me stesso e che nessuno può sentire. Una voce che non viene dall’intelletto perché potrebbe sembrare che anch’esso agisca dentro di noi, oltre che fuori. La scienza, però, ci ha dimostrato che anche l’intelligenza è corpo, come la nostra capacità razionale: in questo siamo un po’ più evoluti degli animali, diciamo moltissimo, ma qualitativamente entrambi, uomini e animali, siamo esseri razionali in quanto accomunati dallo stesso desiderio di conservazione nell’essere. L’esteriorità dell’intelletto è proprio data dal fatto che esso sia materia. Noi, però, sentiamo che siamo diversi dagli animali. In cosa differiamo realmente da loro, se veramente differiamo? Cosa ci rende uomini piuttosto che semplici animali razionali?

L’uomo agisce spinto dall’intelligenza che lo guida nella conservazione del suo essere e possibilmente nell’accrescimento a discapito degli altri, eppure notiamo che non sempre è così. Capita che vi siano uomini che, pur dotati di intelligenza, agiscono in piena autonomia da essa. Pensiamo a due persone che si amano. Oltre al loro desiderio di riproduzione non vediamo e sappiamo che altro è il motivo per cui si uniscono e desiderano giacere insieme?

E se ad essi, mentre giacciono insieme, si avvicinasse Efesto con i suoi attrezzi e domandasse loro: ‘Che cos’è, o uomini, che volete ottenere l’uno dall’altro?’. E se essi non sapessero rispondere, e quegli domandasse ancora: ‘Forse è questo che volete: diventare la medesima cosa l’uno con l’altro, in modo che non vi dobbiate lasciare né giorno Né notte? Se è questo che desiderate, io voglio fondervi e unirvi insieme in una medesima cosa, in modo che diventiate da due che siete uno solo, e finché vivrete, in quanto venite ad essere in questo modo uno solo, viviate insieme la vita, e quando morirete, anche laggiù nell’Ade, invece di due siate ancora uno, uniti insieme anche nella morte. Guardate se è questo che desiderate, e se vi basta ottenere questo’. Sappiamo bene che sentendo queste cose, neppure uno direbbe di no. Né direbbe di desiderare altro, ma direbbe di avere udito proprio quello che desiderava da tempo, ossia, congiungendosi e fondendosi insieme con l’amato da due diventare uno”[20].

Platone qui richiama non solo il principio primo dell’Uno, fondamento insieme alla Diade di grande e piccolo della realtà metafisica del mondo, ma la metafora degli amanti ci mostra anche come esista qualcosa che unisce gli uomini al di là delle cose, al di là della bellezza fisica, al di là dell’intelligenza e della ragione, al di là della fede. L’uomo si scopre tale quando ama e a tutti, anche agli stupidi e agli ignoranti, questo è dato in dono: l’amore. Se allora esiste un motore dell’universo questo è l’amore che ci sprona ad agire o a non agire, che muove ogni cosa nel cosmo, che tutto accorda e tutto compone in unità. Negli uomini noi sperimentiamo l’amore. Purtroppo però, non in tutti, sebbene a tutti sia dato in potenza.

Chi sono? Interroghiamoci nuovamente. C’è un soffio che spira dal di dentro e che fa che tutto sia in me. Mi sento infinito non perché sono ubriaco, ma perché posso pormi infiniti perché, posso amare infinitamente e altrettanto infinitamente odiare. In me c’è l’universo intero con le sue infinite possibilità d’essere. Il corpo che racchiude questa luce è però finito, ovvero c’è solamente questo, io sono questo corpo che vedo e basta. Ma come può l’infinito essere racchiuso in una stanza? Forse non vi abita veramente? Oppure vive sempre altrove? Anche il corpo è parte di questo infinito, dunque io sono ciò che tutto può essere infinitamente nella potenza di uno Spirito, che proprio perché potente può far sì che l’infinito sia finito e il finito infinito. Lo Spirito è nell’uomo ciò che ci permette di amare e non opera se non in questo corpo, che troppe volte nella storia abbiamo martoriato, straziato e mortificato. Ma il corpo non sarebbe vivo se non fosse animato da uno Spirito, non a conservarsi nell’essere, ma a vivere in tutte le cose, a dormire nella pianura della vita. 

Sono un guardiano di greggi.
Il gregge è i miei pensieri
e i miei pensieri sono tutti sensazioni.
Penso con gli occhi e con gli orecchi
e con le mani e i piedi
e con il naso e la bocca.
Pensare un fiore è vederlo e annusarlo
e mangiare un frutto è saperne il senso.
Per questo quando in un giorno di calura
mi sento triste di goderlo tanto,
e mi sdraio sull’erba,
e chiudo gli occhi accaldati,
sento tutto il mio corpo coricato nella realtà,
so la verità e sono felice.[21]

 

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NOTE

[1] Levitico 11, 1-8.
[2] Deuteronomio 14, 3-5; 7-8.
[3] Vangelo di Luca 8, 30-33. Si può leggere il medesimo episodio anche negli altri due vangeli sinottici, in  quello  di Matteo 8, 30-33 e in quello di Marco 5, 9-13.
[4] Aristotele, Historia animalium, V, 14, 546a 8-28.
[5] Marrone, De lingua latina, V, 97.
[6] Varrone, De re rustica, II, 10.
[7] Vangelo di Luca 7, 37-47
[8] “Ammiravamo tutti l’ineluttabile forza della sua sottigliezza” (Traduzione mia)
[9] Panegirico di Santo Anselmo, in Panegirici del Padre Paolo Segneri, parte II, Firenze, L. Ciardetti, 1829, pp. 533-34.
[10] Panegirico del Beato Luigi Gonzaga, cit., pag. 170
[11] Della vita di San Vincenzo di Paolo fondatore e primo superiore generale della Congregazione della Missione e delle figlie della carità, di Lodovico Abelly, versione dal francese, Roma, Tipografia Salviucci, 1847, libro III, p. 239.
[12] Vangelo di Marco 7, 14-19.
[13] Atti degli Apostoli 10, 9-15.
[14] Varrone, De re rustica, II, 4, 9.
[15] Catone, De agri cultura, 141, 1-4, edizione di G. Goetz, Lipsia 1922.
[16] Piero Camporesi, La carne impassibile, il Saggiatore, Milano 1983, pag. 276.
[17] P. Bairo, Secreti medicinali… nei quali si contengono i rimedij, che si possono usar in tutte l’infermità, che vengono all’uomo, cominciando da capelli fino alla pianta de piedi. Con nuova giunta posta nel fine. Et questo libro per l’utilità sua si chiama VIENI MECO, Venezia, Nicolò Tebaldini 1602, c. 194r.
[18] J. Saramago Una terra chiamata Alentejo, Bompiani, Milano 1998, p.120.
[19] Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, I, VI.
[20] Platone, Simposio, (Discorso di Aristofane 192 D 2 – E 9).
[21] F. Pessoa, Poesie di Alberto Caeiro, da Una sola moltitudine, vol. II, Adelphi, Milano 1998, p. 95.

*Questo saggio di Luigi Orlotti è stato pubblicato nel volume degli atti della conferenza Nel segno del Porco, tenuta al Liceo Berchet il 4 dicembre 1998.

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