Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Ricerche ed ipotesi sulla fine di Atlantide

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di Alberto Arecchi

Mi sono convinto che l'”Atlantide” di cui parla Platone dovesse essere “l’anello mancante” della transizione dalla civiltà neolitica a quella dei metalli nell’area mediterranea ed europea, il centro di quella grande civiltà marinara che controllò le rotte del nostro Mediterraneo nei secoli compresi tra il 3000 ed il 1200 a.C..

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LE RICERCHE: TRA STORIA E MITO

Ho lavorato a lungo, senza posa, intorno alle descrizioni di Atlantide, offerte da Platone nei due Dialoghi “Crizia” e “Timeo”. Un intero anno, trascorso soltanto a rintracciare i testi originali – quelli antichi e quelli di tanti commentatori “moderni” ma non troppo alla moda… – e a vagliarli, alla ricerca di elementi che altri autori avessero potuto trascurare o sottovalutare.

Mi sono convinto che quella “Atlantide” di cui parla Platone, con precise descrizioni e caratteristiche fisiche, dovesse essere “l’anello mancante” della transizione dalla civiltà neolitica a quella dei metalli nell’area mediterranea ed europea, il centro di quella grande civiltà marinara che controllò le rotte del nostro Mediterraneo nei secoli compresi tra il 3000 ed il 1200 a.C.
 Devo naturalmente premettere che tutte queste mie considerazioni non entrano neppure nel merito dell’esistenza – o meno – di mondi preistorici, altamente sviluppati, molto lontani da noi nel tempo… ma le premesse del racconto platonico sono precise: gli antenati degli Ateniesi arrestarono l’avanzata di un impero marinaro che, da occidente, premeva contro i territori dell’Egitto e della Grecia… e – secondo le nostre conoscenze – i diretti antenati degli Ateniesi furono un incrocio di popoli (Pelasgi, Achei, Dori) che si formò tra il 1600 ed il 1400 a.C.Si pensa che Solone abbia compiuto il suo viaggio in Egitto verso il 570 a.C.

Gli autori classici Eudosso di Cnido (1), Manetone (2) e Diodoro Siculo (3) propongono un’interpretazione delle date del racconto platonico basata sull’unità di misura del “mese lunare”, anziché su quella dell’anno solare. Supponiamo valida la lettura del tempo in mesi (rivoluzioni lunari).

Un anno solare comprende 12 mesi lunari e 11/12 giorni (l’attuale calendario musulmano). In tal caso, 9.000 mesi lunari equivalgono a poco più di 725 anni solari.

Il racconto di Platone collocherebbe dunque la grande espansione di conquista di Atlantide, e la sua guerra contro gli antenati degli Ateniesi, verso il 1295-96 a.C., mentre la terribile catastrofe che pose fine a quel regno sarebbe avvenuta mille mesi (circa 80 anni) dopo, ossia intorno al 1215 a.C.
Se invece ci basassimo sull’anno egizio, che secondo Erodoto comprendeva 360 giorni e 12 mesi di 30 giorni ciascuno, 9.000 mesi corrisponderebbero a 750 anni e condurrebbero al 1320 a.C., e 1000 mesi dopo corrisponderebbero all’anno 1237 a.C. La catastrofica fine di quel mondo che Platone chiama Atlantide sarebbe così, ragionevolmente, da collocare nel periodo 1240-1210 a.C.
Molti tasselli del racconto platonico (quali l’uso dei metalli, l’uso dei carri trainati da cavalli…) trovano una sistemazione riconosciuta nel sapere anche accademico, se si fa riferimento a quegli anni.
Il grande “miracolo” che compì la specie umana in quei secoli fu la scoperta della fusione dei silicati (smalti, vetri) e dei metalli e in quello stesso periodo la sapienza dell’alchimia egizia seppe elaborare tecniche per la realizzazione delle “pietre artificiali”… (4) ma, come direbbe un autore di libri polizieschi: questa è un’altra storia.
Naturalmente, occorre fare i conti con la perenne abitudine degli autori greci (e Platone non fa eccezione) di ribattezzare i nomi stranieri nella propria lingua. Ragione per cui il nome che davano a quel popolo gli antichi Egizi era certamente differente.
“Tjehenu” mi sembra il termine più probabile, ma non posso fare a meno di ricordare il termine “Ha(u)nebu” e l’interessante studio sviluppato su questo termine da Massimo Barbetta (articolo di prossima pubblicazione n.d.edicolaweb)” (5).
Alla fine delle mie considerazioni, non rimaneva nulla di stupefacente o misterioso, ma soltanto la traccia d’una grande catastrofe, in cui perì il nucleo centrale d’un popolo che per quasi due millenni aveva dominato i mari e si era confrontato da ovest con la fiorente civiltà dei Faraoni. 
Una “catastrofe annunciata”, se vista col senno di poi o con l’occhio di un geologo moderno: perché quel popolo viveva in una pianura fertile, splendida, prospera, ma geologicamente instabile, perché posta sotto il livello dell’acqua degli Oceani, e quindi esposta al rischio reale di una sommersione, causata dai drammatici eventi geologici che modificarono il volto del Mediterraneo verso la metà del secondo millennio prima della nostra era.

Gran parte delle considerazioni da me sviluppate trovavano un riscontro preciso in testi di autori francesi e tedeschi, elaborati tra a fine dell’Ottocento e la fine degli anni ’20 dello scorso secolo. In particolare, l’analisi dell’ing. F. Butavand (capo dell’ufficio dei “Ponts et Chaussées” di Francia) giungeva a stabilire la collocazione di Atlantide in un territorio molto simile a quello che io stavo identificando (6).
L’elemento importante, oserei dire “nuovo”, perché nessun autore vi aveva ancora fatto esplicito riferimento, è l’esistenza nel mio quadro geografico di riferimento del vasto “secondo mare sahariano“, un ampio bacino di forma approssimativamente circolare, che all’epoca doveva contenere acque dolci, con un’estensione superficiale di circa 280.000 km2, una quota superficiale di + 330-340 metri sul livello attuale del mare ed una profondità massima di circa 400 metri.
Un bacino idrico che esisteva certamente e cominciò a disseccarsi – gradualmente – verso il 2500 a.C., ma poi si svuotò per un “misterioso” evento e lasciò a lungo come residuato l’ampio lago Tritonide, esistente ancora all’epoca dell’Impero romano. 
Oggi il fondo di quel lago, una depressione ricca di sali, costituisce la “regione degli Shott” (Chott, in grafia francese), tra il sud tunisino e l’est algerino. Intorno al mare sahariano correva la “strada dei carri“, che collegava la Piccola Sirte con l’ansa del fiume Niger, passando a ridosso del massiccio dell’Ahaggar (la “montagna rotonda” che Erodoto chiama “Atlante”). Un grande e lungo fiume, paragonabile al Nilo, scendeva da questa montagna, alimentava il lago e poi ne usciva per scendere al Mar Mediterraneo, nell’attuale Golfo di Gabès. Ancor oggi, il perimetro di quell’antico bacino è ricco di falde d’acqua, fredde e calde, che alimentano una corona di oasi.

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LE GUERRE TRA GLI ATLANTI E GLI ANTENATI DEGLI ATENIESI

Un dotto autore che si firma con lo pseudonimo “Michele di Grecia” (7) riferisce di una serie di conflitti avvenuti tra Greci e Cretesi e riportati dai miti ateniesi delle origini. Chi furono gli eroi di quelle guerre?
Gli stessi re che Platone cita come artefici della vittoria di Atene sugli abitanti di Atlantide: Cecrope, Erecteo, Erictonio, Erisictone, tutti anteriori a Teseo. (8)
Cecrope fu il primo a nominare Zeus quale dio supremo e ad abolire i sacrifici di sangue, sia umani, sia di animali. Si cominciò allora a bruciare sugli altari i “pelanos”, tipici pasticci confezionati dai Greci. (9) Egli proveniva dalla città egiziana di Sais. Sotto il suo regno ebbe luogo la disputa tra Atena e Poseidone per il controllo sulla città diAtene (10), disputa che può coprire proprio una contesa relativa al predominio sulla città dei Cretesi (Atlanti), devoti al culto eponimo di Poseidone.
“Poseidone fu il primo a venire in Attica… e dopo di lui arrivò Atena” (11) e in una tribù della regione del lago Tritonide si raccontava che Atena, figlia di Poseidone, litigò col padre e si fece adottare da Zeus. (12)
Apollodoro e Diodoro Siculo concordano sull’attribuire tali avvenimenti al periodo in cui regnò Cecrope. (13)
Sant’Agostino ricorda anche che il ruolo delle donne nella società diminuì d’importanza: “Esse non furono più ammesse al suffragio e i neonati non ricevettero più il nome dalla madre”. (14) Usanze matriarcali, che si ritrovano – ad esempio – sia nelle società berbere, sia nell’antica Creta e nell’isola di Malta, col culto della Grande Madre.
Ad esempio, Diodoro Siculo riferisce che i Cretesi avevano elevato in Sicilia un tempio alle loro madri, “portandosele da Creta, ove si onorano le Dee”. (15)
Cecrope dovette subire una terribile invasione. “Secondo Filocoro, quando questo Paese fu devastato dai Carii provenienti dal mare e dai Beoti che venivano da terra… Cecrope installò la sua gente in dodici città…” (16) Ora, sappiamo che Caria e Beozia erano due “province” cretesi.
Erictonio istituì le feste panatenee, in onore di Atena, (17) ma il suo successore, il figlio Pandione, era probabilmente un cretese. Il figlio di Pandione, Lico, è tramandato come il fondatore del regno di Licia. (18)

Nota: ritroviamo i Lici tra i Popoli del Mare che tentarono d’invadere l’Egitto poco prima del 1200 a.C. Apollodoro ricorda che sotto il regno di Pandione “Demetra e Dioniso vennero in Attica”. (19) La prima era certamente una divinità originaria di Creta. È vero che alcuni autori pongono tale adozione di nuovi dei sotto il regno diErecteo. (20) Anche sotto il regno di Pandione, troviamo menzione di guerre: “La guerra t’impediva di compiere i tuoi doveri. Battaglioni di barbari avevano attraversato il mare e gettato il terrore tra le tue mura”… (21) Uno dei successori, Erecteo, dovette subire l’attacco di un “devoto di Poseidone”: Eumolto, re di Eleusi. Gli Ateniesi, per difendersi, dovettero ricorrere all’aiuto di truppe mercenarie. (22)Secondo Apollodoro, la fortuna aiutò gli Ateniesi, ma Poseidone, adirato, distrusse la casa di Erecteo, che si trovava sull’Acropoli, e l’uccise con tutta la suafamiglia. (23)

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MELKHART E LE COLONNE D’ERAKLES

Lo “spostamento delle colonne d’Ercole” da Gibilterra alla Tunisia è stato di recente presentato agli Italiani come una grande scoperta. Si tratta in realtà di una conoscenza antica, e gruppi di studiosi lavorano ormai da decenni sui templi ipogei di Malta e nei fondali della stessa isola, antico santuario delle genti dell’impero del mare (se non vogliamo chiamarli “Atlanti”, con un nome d’impronta troppo greca…).
La rocca di Malta, coi suoi templi dedicati alla grande madre, era una delle due “colonne” poste da Melkhart-Erakles, il capostipite di tutte le stirpi regali del Mediterraneo (che stranamente ricorda il Posidone del racconto platonico).Non l’Ercole dei Romani, il semidio umanizzato che andava in giro a compiere prodezze, ma un capostipite mitico ed eroico, nel cui stesso nome Melkhart si riflette l’origine del nome regale (Malik).
Lo stretto dominato a quel tempo dalla rocca di Malta custodiva l’estremo occidente del mare d’oriente e settentrione, il Mediterraneo conosciuto dagli Egizi e dagli antenati dei Greci, ben distinto dal “grande mare d’Occidente”, il bacino del Mediterraneo occidentale, dal quale dobbiamo supporre che fosse fisicamente ben distinto.
Sulla collina dell’altra “colonna”, a sud di quello stretto, doveva sorgere la capitale della federazione di stati di Atlantide: la mitica città dalle tre cinte di mura, ricoperte di tre metalli (e l’oricalco, “rame di montagna”, altro non era che rame rosso, raccolto allo stato nativo dalle miniere a cielo aperto del sud tunisino).
Solo dopo il secolo VI a.C. l’espressione “colonne d’Eracle” fu adottata per indicare lo stretto di Gibilterra.
Secondo alcuni, le colonne d’Eracle sarebbero state le “colonne del cielo”, confidategli da Atlante. Apollodoro precisa tuttavia che le colonne affidate da Atlante ad Eracle non si trovavano ad occidente, bensì a nord della Grecia, nel paese degli Iperborei.
In seguito, Tacito scrisse: “Queste colonne si sono conservate sino ai giorni nostri” e afferma che Druso Germanico cercò di ritrovarle, “ma ne fu impedito dall’oceano”.
Seneca afferma: “Quelle colonne sono il perno di ogni cosa” e si trovano “nel mare di fango… all’estremità del mondo… alle frontiere dell’oscurità… in mezzo alle sacre acque… là dove gli dèi hanno il loro ritiro”.
È ovvio che il culto romano di Ercole non sia mai stato collegato all’isola di Malta e neppure alla regione della Piccola Sirte. L’estremo limite occidentale del mondo romano fu subito identificato con lo stretto di Gibilterra, ma erano ormai trascorsi mille anni dalla fine della discendenza da Melkhart delle stirpi regali del Mediterraneo. (24)

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TRE MARI: DUE MEDITERRANEI, UN ATLANTICO… E QUELLO CHE NOI CHIAMIAMO OCEANO NON C’È
Immaginiamo di ritornare indietro nel tempo, 3300 anni fa, intorno all’anno 1300 a.C. (ossia novemila mesi prima di Solone, dalla cui narrazione il filosofo Platone trasse le proprie informazioni su Atlantide).

Quello che oggi è il Mare Mediterraneo doveva essere a quel tempo distinto in due mari, posti a quote diverse e privi di comunicazioni reciproche.
Ad ovest, il bacino costituito dal Mediterraneo occidentale e dal Tirreno era – come oggi – in comunicazione con le acque dell’Oceano, attraverso lo stretto dell’attuale Gibilterra, che si era aperto più di mille anni prima, e le sue acque avevano ormai raggiunto un livello simile a quello odierno, grazie all’apporto costante garantito dall’apertura di quella bocca di comunicazione con le acque oceaniche.
Un secondo mare, ad est, andava dalla Piccola Sirte alla costa siro-palestinese e comprendeva lo Ionio, il basso Adriatico e il Mar di Candia (mentre il territorio Egeo, tutto emerso, era una vasta pianura, costellata di rilievi montuosi di origine vulcanica). Esso era ben separato dal primo, perché al posto dello stretto di Messina esisteva un istmo roccioso e quello che oggi è il canale di Sicilia era allora una fertile pianura, irrigata da fiumi e protetta da alte montagne, che scendeva dolcemente verso le sponde del mare inferiore.
Le acque del Mediterraneo orientale dovevano trovarsi ad una quota di circa 300 metri sotto quella odierna. Faremo riferimento a questa quota come “livello zero” per misurare le altitudini relative.
All’estremo occidente del Mediterraneo orientale, non lontano da dove ora si erge l’isola di Malta, due strette imboccature davano accesso ad un grande golfo, profondo oltre mille metri. Intorno a quel golfo, protetto alla sua imboccatura da una vasta isola, era sorta una civiltà fiorente, fondata da una stirpe libica che era forse scesa sino a qui dalle alte montagne del sud.
Chi fosse provenuto da oriente, da Creta o dall’Egitto, avrebbe visto una costa rocciosa, piuttosto ripida, nella quale si aprivano due stretti, ai lati di un’ampia isola, con un’estensione compresa tra 11.000 e 17.000 km2, che si ergeva sino ad una collina di circa 150 metri. I due stretti a nord e ad ovest dell’isola misuravano tra i 15 e i 30 km. Poteva però essere anche una penisola, con un solo stretto alla sua estremità nord, quale unico accesso al grande golfo.
Possiamo identificare in questo sistema di stretti le “colonne d’Eracle” dell’antica mitologia (e una delle due “colonne” appare identificabile nel massiccio roccioso dell’attuale isola di Malta). Le alture più elevate di quel sistema emergono ancora dal mare del canale di Sicilia e sono: Pantelleria, le isole Pelagie (Lampedusa e Linosa), le isole maltesi.
Lungo la sponda settentrionale del golfo si ergeva un sistema di rilievi, un po’ più elevato di 500 metri, che dominava il panorama (le attuali isole maltesi); le coste meridionali erano un po’ più dolci, ma un lungo e piatto rilievo si elevava vicino al mare, sino ad oltre 400 metri dal pelo delle onde, e di fronte ad esso, non lontano, un’alta isola sorgeva dalle acque del bacino (le attuali isole di Lampedusa – la prima – e di Linosa, quella staccata dalla costa). In direzione nord-ovest, in fondo al grande golfo, si stagliava un imponente picco vulcanico, alto più di 1100 metri dalle acque del mare.
Per usare un chiaro riferimento attuale, si trattava di quella che oggi conosciamo come l’isola di Pantelleria.
Dietro di essa, a nord, la costa saliva a delimitare l’orizzonte, per un’altezza di almeno 300 metri. Al di là vi era l’altro mare, che riceveva ormai da secoli l’apporto delle acque dall’Oceano, e da lì “era possibile raggiungere le altre isole per coloro che allora compivano le traversate e dalle isole a tutto il continente opposto, che si trovava intorno a quel vero mare (pontos)… Infatti tutto quanto è compreso nei limiti dell’imboccatura di cui ho parlato appare come un porto caratterizzato da una stretta entrata: quell’altro mare, invece, puoi effettivamente chiamarlo mare e quella terra che interamente lo circonda puoi veramente e assai giustamente chiamarla continente.” (Platone).

Quel mare, che era da secoli in collegamento con le acque dell’Oceano tramite la bocca di Gibilterra, era molto vicino a debordare al di qua della sua sponda e a dilagare verso il golfo ed il Mediterraneo orientale, posti ad una quota più bassa.
Questa era la vera maledizione pendente sul capo del popolo (Atlanti-Tjehenu) che abitava quelle terre, ma essi forse erano convinti che la situazione di precario equilibrio potesse durare in eterno, così come essi l’avevano sempre vissuta. 
Ad ovest del “porto” o golfo che abbiamo descritto si stendeva un’ampia, fertile pianura irrigua, che ritorniamo a descrivere con le parole usate da Platone. Essa riceveva da nord le acque della Medjerda, che oggi scendono al mare non lontano da Tunisi, mentre da ovest poteva essere abbondantemente irrigata grazie alle acque provenienti dall’ampio “mare” interno, le cui acque dovevano essere piuttosto dolci.
Quell’estensione di pianura corrisponde, per misure e caratteristiche fisicoclimatiche, al territorio descritto da Platone: la distanza dalla chiusura del golfo, verso sud, sino alle sponde del Mediterraneo occidentale, è di 540 km (tremila stadi), e quella dalla costa del golfo sino ai rilievi alle spalle della pianura, che delimitavano il mare interno, di 360 km (duemila stadi).
Il filosofo narra che gli abitanti di Atlantide coltivavano – fra l’altro – datteri e banane, in mezzo ad una fauna in cui spiccava la presenza di elefanti. Dalla costa, la pianura saliva dolcemente verso ovest, in direzione di una cresta di colli di origine vulcanica, ricchi di giacimenti metalliferi, dalla struttura morfologica in prevalenza tufacea. Al di là della cresta, a circa 450 km di distanza dalle acque del Mediterraneo, si stendeva un enorme bacino d’acqua: un vero e proprio mare, la cui superficie era posta ad una quota di circa 650 metri superiore a quella del Mediterraneo.
Quel mare raccoglieva le acque di un vasto bacino pluviale, che andava dall’attuale massiccio degli Aurès, a nord, a sud sino ai massicci del Tassili e dell’Ahaggar (la “montagna Atlante”, secondo il testo di Erodoto), dal quale scendeva il fiume che oggi ha il nome di Wed Igharghar. Le sue acque, a loro volta, alimentavano un emissario che scendeva verso est, al Mediterraneo: un fiume perenne, che irrigava le terre della vasta pianura.
Quando l’acqua toccava il massimo livello quel mare poteva raggiungere una profondità di circa 350-380 metri ed aveva una forma quasi circolare, con una superficie di oltre 280.000 km2, paragonabile per estensione a quella dell’intera penisola italiana. Nel fondo del suo bacino oggi c’è un grande sedimento di sabbia, il Grand Erg orientale (Igharghar): uno dei deserti sabbiosi più estesi al mondo.
Si può suppone che a quel grande mare fosse attribuito in epoca antica il nome primitivo di “oceano (pelagos) Atlantico”. Per comodità, visto che il mito antico pose in quella regione il Giardino delle Esperidi e che ancora oggi il suo fondo disseccato si chiama “Chott el Djerid” (palude disseccata del giardino, del palmeto), lo chiameremo “il mare dei Giardini”.
A sud-ovest del mare dei Giardini, a una distanza di altri 500 km, si ergeva verso il cielo il grande massiccio roccioso dell’Atlante… si tratta della montagna oggi nota col nome berbero di Ahaggar, “nobile”.
Ricorriamo alla descrizione offertane da Erodoto: “È stretto e circolare da ogni parte ed alto – a quanto si dice – tanto che le sue vette non si possono scorgere: giammai infatti le abbandonano le nubi, né d’estate né d’inverno. Gli indigeni dicono che sia una colonna della volta celeste”.
Le cime più alte di quel massiccio, nella montagna oggi chiamata Atakor, erano quasi 2800 metri più in alto del livello delle acque dell’oceano (ossia 3400 al di sopra del livello del Mediterraneo di allora). Alle pendici di quella montagna – racconta Erodoto – viveva un tempo il popolo degli Atlanti: “Da questo monte gli abitanti del paese hanno tratto il nome, si chiamano infatti Atlanti. Si dice che essi non si nutrano di alcun essere animato e che non abbiano sogni.”

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LA TERRA DEI POPOLI BERBERI

Due percorsi principali, tradizionalmente, conducono dalle sponde del Mediterraneo verso le montagne dell’Ahaggar, e corrono l’uno lungo la sponda ovest dell’antico Mare dei Giardini (è la strada che conduce alle oasi di El Goléa e di Ghardaia, “alti luoghi” del turismo sahariano, i cui wed – quando portano acqua – puntano ancora in direzione del grande mare disseccato), l’altro lungo la sua sponda orientale, ed è la grande “strada dei carri”, cosparsa di dipinti e graffiti rupestri, descritta nelle sue tappe e oasi dal racconto di Erodoto, percorsa a suo tempo anche dalle truppe romane che penetrarono l’Africa sino al bacino del Niger.
La sponda nord era rocciosa, dello stesso tipo di rocce che si frantumarono nel disastro che provocò la fine di Atlantide: sono le gole e i canyon che solcano il versante sud delle montagne degli Aurès e che, in prossimità di Bou Saada, vanno a sfociare sulle prime sabbie dell’antico grande mare. Il fondo disseccato di quel grande mare è occupato ancora oggi da un impenetrabile deserto di sabbia. Ad ovest, all’interno del primitivo bacino, corre ancora da sud a nord una falda d’acqua abbastanza ricca da fornire vita e nutrimento alle oasi del Souf: in questa regione è sorta El Wed e ad una quota più in alta, verso l’antica sponda occidentale, si trovano Wargla e i pozzi petroliferi di Hassi Messaoud.
In quella regione viveva un popolo libico o “prelibico”, prospero per agricoltura e commerci, dotato di una propria struttura di stati “confederati” in una sorta di impero. Quegli uomini erano grandi costruttori e grandi navigatori e usavano una scrittura, presumibilmente simile a quella libicoberbera; nei geroglifici egizi erano chiamato Tjehenu e nei testi greci “Atlantói”. Diversi popoli erano loro confederati o vassalli (e ne ritroveremo taluni nell’elenco dei popoli del mare che sciamarono verso l’Egitto, dopo la catastrofe finale).
Se vogliamo provare a riunire gli indizi offerti dai vari autori dell’epoca classica, quel popolo poteva essere giunto alle coste del Mediterraneo dalla grande montagna dell’interno, detta Atlante, al di là del mare “sospeso”, con una migrazione di oltre 2000 km.
Almeno sin dal 3000 a.C. gli Atlanti erano capaci di costruire con grandi blocchi di pietra città fortificate e vivevano in costante confronto con l’impero dei Faraoni, in quel lungo confronto che taluni studiosi hanno chiamato “la guerra del bronzo”. Fra i prodotti di vitale importanza per la diffusione della tecnologia, essi detenevano il monopolio di importanti giacimenti di ossidiana, un materiale litico (vetro vulcanico) molto pregiato per la produzione di lame e di altri oggetti d’uso. Fra le principali fonti dell’ossidiana nel Mediterraneo, si collocano infatti Pantelleria (l’alto picco vulcanico, posto proprio al fondo del loro grande golfo) e le isole Eolie, che dovettero far parte dei territori sotto loro controllo.
Le miniere di rame nativo (oréi-chalkos) si trovavano sulle colline alle spalle della pianura atlantide, ma una grande innovazione tecnologica fu costituita dall’uso del bronzo, lega tra rame e stagno, con migliori caratteristiche di durezza e di resistenza.
L’obiettivo strategico per ottenere il monopolio del bronzo era il controllo delle miniere di stagno, di cui l’Africa è priva. I Faraoni sostennero per questo la lunga guerra contro gli Hittiti e conquistarono il controllo delle miniere dell’Anatolia. Gli Atlanti dovettero rivolgersi altrove: il loro stagno proveniva dal sud-ovest della penisola iberica, forse dalla Cornovaglia. In effetti, la rete dei loro rapporti commerciali potrebbe essere stata connessa con la diffusione delle “culture megalitiche” in Europa e nel Mediterraneo occidentale.
Secondo il racconto sviluppato da Platone nei suoi “Dialoghi”, la società atlantide era strutturata in un sistema statale (una confederazione di piccole monarchie, a quanto pare di poter interpretare il racconto del filosofo), che praticava l’agricoltura, costruiva città, fondeva i metalli (oro, rame e stagno) e aveva scoperto il modo di legarli per ottenere il bronzo, conosceva la scrittura, aveva praticato un espansionismo di conquiste estese sino alla Tirrenia (attuali Lazio e Toscana), combatteva da 2000 anni contro i signori dell’Egitto ed era entrata in conflitto con popolazioni pelasgiche che vivevano sulle coste della pianura egea… i suoi combattenti sono stati raffigurati in bassorilievi egizi e nei dipinti rupestri delle piste sahariane, usavano carri da guerra e da caccia trainati da cavalli, e Platone si sofferma a lungo su una serie di usanze di quel popolo sulle quali, oggi, non possiamo esprimere molti dubbi…

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I CAMBIAMENTI CLIMATICI E GEOLOGICI DEL SECONDO MILLENNIO a.C.

Secondo Platone, i sacerdoti di Sais avevano raccontato a Solone che grandi siccità, mai viste prima, avevano calcinato la terra intera, immensi incendi avevano imperversato sulle contrade e distrutto le foreste, fulmini erano caduti dal cielo, terremoti avevano scosso il pianeta, provocando grandi e considerevoli distruzioni, disseccando sorgenti e fiumi. Alle siccità sarebbero sopravvenute le inondazioni ed enormi trombe d’acqua si sarebbero riversate sulla terra, inghiottendo – tra l’altro – l’isola degli Atlanti.
Quei cataclismi sembravano segnare una fase di transizione, il passaggio da un periodo con un clima più caldo ad un’altra fase, con condizioni di vita più dure.
Corrispondono tali descrizioni a mutamenti climatici che potrebbero essere realmente avvenuti nel secolo XIII a.C.?
Secondo altri documenti contemporanei (le iscrizioni egizie del tempio funerario di Ramses III, a Medinet Habu, l’Esodo biblico), le catastrofi descritte avvennero veramente.
Fu proprio verso il secolo XIII a.C. che la Libia (Nordafrica) conobbe il culmine di una grande fase di desertificazione.
Un’iscrizione di Karnak precisa: “I Libici vengono in Egitto per cercare di sopravvivere”. Anche il mito di Fetonte può ricordare una serie di drammatiche siccità che colpì il Mediterraneo, “all’origine della storia dei Greci”.

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IL DISASTRO FINALE

Tutto quel mondo che abbiamo descritto finì nello spazio di ventiquattr’ore, in un giorno di un anno compreso tra il 1235 e il 1220 a.C..
Una serie di violenti terremoti incrinò seriamente la consistenza degli sbarramenti rocciosi (fatti di tufo e quindi abbastanza friabili, forse già indeboliti da infiltrazioni d’acqua) e aprì alcune brecce, che ben presto cedettero di fronte alla pressione delle acque dei due grandi bacini posti alle quote superiori: il mare sahariano e il Mediterraneo occidentale, costantemente rifornito dalle acque dell’Oceano. Le acque si fecero strada con impeto in canaloni larghi decine di chilometri, con ondate di piena veramente immani, neppure lontanamente paragonabili a quella del Vajont, che è drammaticamente rimasta nella memoria degli italiani.
Pur calcolando per difetto il volume del mare sahariano, abbiamo detto che esso in antico conteneva almeno 50.000 chilometri cubi d’acqua, sino ad una quota massima di 650 metri sul livello del Mediterraneo orientale. Per determinare l’energia potenziale di quell’ondata, potremmo schematicamente identificare il baricentro della massa d’acqua versata a + 350 metri. Ne sarebbe derivato l’impatto di un’energia equivalente almeno a 17,5 x 1015 kgm = 17 x 1016 Joule.
Supponiamo pure che il livello dell’acqua nell’invaso originale potesse essere già sceso di molto, all’epoca della catastrofe, a causa dei sopravvenuti cambiamenti climatici, ma certo un’ingente l’onda d’urto si poté rovesciare sulla pianura sottostante. Per distruggere e spazzar via completamente Atlantide, sarebbe bastata un’ondata costituita da meno di un decimo del volume del mare superiore, riversata dal dislivello allora esistente con il bassopiano. L’enorme cascata andò a colpire con un impatto diretto l’isola con la capitale di Atlantide, che si trovava ad una distanza di circa 600 km dallo sbarramento.
Ancora oggi, a chi guardi con attenzione su una carta geografica o su una foto satellitare la regione del Grand Erg orientale, del Golfo di Gabès e della Piccola Sirte, l’antica catastrofe traspare “tra le righe”: il Golfo di Gabès appare come un vero e proprio “imbuto” e non è difficile immaginarsi l’enorme massa d’acqua che vi si scaricò, per riversarsi, con grandi quantità con fango e sabbia, nei bassifondi antistanti, che un tempo dovevano costituire una fertile pianura.
Dobbiamo ancora spiegarci, però, perché mai quella zona sia poi rimasta, nei secoli, annegata sotto le acque.
La stessa serie di terremoti ruppe altri diaframmi rocciosi; innanzitutto quello che delimitava a nord la grande pianura in declivio e che costeggiava un mare a un livello più basso, ma di gran lunga più pericoloso: perché quel mare era ormai collegato agli Oceani, e da loro riceveva un afflusso d’acqua costante. Quando anche quelle acque cominciarono a riversarsi sulla pianura di Atlantide, la storia di quella civiltà fu definitivamente sommersa sotto centinaia di metri di acqua salata.
I due Mediterranei si fusero in un solo mare. Fu definitivamente sommersa la pianura dell’Egeo, costellata di rilievi montuosi, che rimasero trasformati in arcipelaghi.
Per alcuni secoli, gli Achei e gli altri antenati delle culture mediterranee videro l’acqua che saliva, copriva i loro porti, le città costiere e portava via i loro migliori terreni coltivabili… Alcuni di loro tentarono di conquistare l’unico rifugio possibile, la grande pianura che s’innalzava lungo il corso del grande fiume Nilo, al riparo dalla salita del mare… ma furono respinti o assorbiti dalla grande civiltà che già, lungo quelle sponde, aveva costruito un impero, destinato a durare nei secoli e a lasciare di sé un’impronta immortale…

Tutto ciò rimase impresso nei miti di origine della stirpe greca, col diluvio di Deucalione e Pirra, con le grandi epopee di Eracle e degli Argonauti.

Il quadro del cataclisma appare completo se immaginiamo che la stessa serie di scosse telluriche provocasse il cedimento del diaframma (istmo roccioso) che collegava l’Italia alla Sicilia, con la conseguente apertura dello stretto di Messina.
L’impeto della corrente scavò un solco profondo, un letto tortuoso al centro del canale di Sicilia, intaccando e disgregando le rocce di minore resistenza, e andò a biforcarsi, con violenza, contro le rocce più consistenti dell’imponente picco vulcanico di Pantelleria.
Il risultato dei cataclismi di quel periodo dovette essere un flusso di corrente verso est, dalla portata molto maggiore di quella che, attraverso Gibilterra, alimentava il livello del Mediterraneo; un flusso che durò a lungo, il cui effetto fu probabilmente rafforzato da quello proveniente dallo stretto di Messina.
Si può calcolare che l’innalzamento delle acque nel Mediterraneo sino al livello attuale abbia comunque impiegato alcuni secoli. Le acque fluivano come una veloce corrente tra le sabbie e i fanghi che si erano riversati nel golfo della Piccola Sirte dal grande mare sahariano, e salivano di livello sino ai Dardanelli, alla costa siriana, al Delta del Nilo, coprivano tutti i porti dell’antica cultura minoica, trasformavano Ilio in una città marinara, e spingevano sino a lì i conquistatori Achei, ben decisi a impadronirsi dei poteri e delle ricchezze che il nuovo mare rendeva loro accessibili. Altri di loro partirono verso le rovine sommerse dell’antica Atlantide e incontrarono altre vicissitudini (gli Argonauti nella regione delle Esperidi…).
Finirono sommersi tutti gli stabilimenti portuali allora esistenti nell’area del Mediterraneo orientale. Finì sott’acqua ciò che rimaneva della civiltà di Thera, già fortemente colpita dalla gigantesca esplosione vulcanica di due secoli prima; finirono sott’acqua i templi maltesi, scavati nella grande roccia sacra che era stata, sino ad allora, la “sentinella” di Atlantide. La roccaforte maltese ci appare come una delle due primitive “colonne d’Eracle”, e forse la sua collocazione in questo contesto può aiutare a gettare nuova luce sulla ricchezza di insediamenti sacri, di costruzioni ipogee e di ritrovamenti sottomarini che l’attuale isola e i suoi fondali offrono ancora oggi.
I fanghi, le correnti e i bassi fondali della Piccola Sirte e del Canale di Sicilia resero a lungo difficile la navigazione, come è riferito da Platone e da altri autori classici (incluse le narrazioni del mito degli Argonauti).

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DOV’È FINITA L’ATLANTIDE DI PLATONE?

Se è credibile quanto abbiamo esposto, Atlantide non si è mai mossa, non è sprofondata in nessun abisso oceanico. È stata sconvolta da immani ondate, le sue rovine sono state ricoperte da decine di metri di fango e sabbia e poi da alcune centinaia di metri d’acqua.
La distruzione del centro conomico-culturale di Atlantide può apparire collegata alla misteriosa interruzione delle attività di costruzione di complessi megalitici, che intorno a quell’epoca si verificò in tutta l’area del Mediterraneo occidentale: nella penisola iberica, così come in Sardegna e in Corsica e – potremmo aggiungere – sino alle isole britanniche.
Era scomparso un importante polo di ricchezza e di riferimento, un paese di grandi navigatori, che commerciavano con i paesi più occidentali per importare lo stagno, essenziale a fondere il bronzo, e in cambio esportavano ossidiana ed altri prodotti mediterranei. I popoli ad esso collegati, per i quali era venuto a mancare il principale partner economico, si trovarono così di colpo proiettati in una condizione di “barbarie”, o quanto meno nella nuova esigenza di basarsi su un regime di sussistenza alimentare.
Lo svuotamento completo del grande mare africano, avviato dall’improvvisa catastrofe, fu il colpo di grazia per la desertificazione del Nord Africa.
Il fenomeno proseguì con l’inaridirsi del clima e col disseccarsi dei corsi d’acqua che alimentavano il bacino dell’Igharghar, e durò più d’un millennio: il livello scese per l’accresciuta evaporazione e gli uomini dell’antichità classica conobbero un grande lago Tritonide, con un fiume Tritone, che scendeva dalle pendici dell’Ahaggar nel letto dell’attuale Wed Igharghar, la cui lunghezza complessiva raggiunse i 2000 km, secondo i calcoli effettuati da Butavand.
Assumono così un tragico colore le vicende di quella terra di Atlantide che, secondo il racconto platonico, era stata “assegnata a Poseidone“: letteralmente, in quanto era posta al di sotto del livello del mare (nel significato che oggi assume una tale espressione).
Si potrebbe tentare di individuare i diversi livelli costieri sommersi, corrispondenti alla progressione delle acque dal momento della catastrofe di Atlantide sino al completo riempimento del mare Mediterraneo alla quota attuale. Ma, naturalmente, questo oggi appare solo come un sogno utopistico.
Un’importante conferma, relativa agli antichi livelli marini, potrebbe provenire dalla ricerca in profondità degli antichi porti minoici, che potrebbero essere identificabili nei fondali intorno all’isola di Creta in modo certo meno complesso e macchinoso di una ricerca che puntasse direttamente al ritrovamento di resti nell’area dell’antica Atlantide.
Se ora proveremo a rileggere i “Dialoghi” di Platone e a confrontarli con la “nostra” mappa di Atlantide, avremo la netta sensazione che le cose corrispondano e vadano al loro posto. Le acque del mare salivano gradualmente e allagavano le fertili pianure dell’Egeo, lasciandone emergere solo le cime dei rilievi, che si trasformavano in isole, sempre più piccole… ci renderemo conto che i “novemila anni” di Platone devono davvero corrispondere a un periodo lungo, sì, ma “a misura” della stirpe degli Achei e dei Greci, dopo che essi si insediarono nel bacino del Mediterraneo.

“Accadute dunque molte e grandi inondazioni per novemila anni (tanti ne sono corsi da quel tempo sino ad ora), la terra, che in quei tempi e avvenimenti scendeva dalle alture, non si ammassò come altrove in monticelli degni di menzione, ma sempre scorrendo scomparve nel profondo del mare; pertanto, come avviene nelle piccole isole, sono rimaste in confronto di quelle d’allora queste ossa quasi di corpo infermo, essendo colata via la terra grassa e molle e rimasto solo il corpo magro della terra. Ma allora ch’era intatta, aveva come monti alte colline, e le pianure ora dette di Felleo erano piene di terra grassa, e sui monti v’era molta selva, di cui ancora restano segni manifesti. Dei monti ve ne sono ora che porgono nutrimento soltanto alle api, ma non è moltissimo tempo che vi furono tagliati alberi per coprire i più grandi edifici, e questi tetti ancora sussistono. V’erano anche molte alte piante coltivate e vasti pascoli per il bestiame. Ogni anno si raccoglieva l’acqua del cielo, e non si disperdeva, come ora, quella che dalla secca terra fluisce nel mare, ma la terra, ricevutane molta, la conservava nel suo seno, e la riportava nelle cavità argillose, e dalle alture la diffondeva nelle valli, formando in ogni luogo ampi gorghi di fonti e di fiumi, dei quali le antiche sorgenti sono rimaste ancora come sacri indizi, che attestano la verità delle mie parole.”

La fine del centro di Atlantide, che basava la propria potenza sull’egemonia commerciale e culturale nel bacino del Mediterraneo occidentale e del Nord-ovest Africano (diremmo oggi, con un termine arabo, “Maghreb”), dovette causare diverse gravi conseguenze, di cui è rimasta traccia nei “misteri” di quelle aree.
Per lungo tempo crollò il commercio dello stagno dalla penisola iberica e dalla Cornovaglia, sino a che non fu rimesso in auge dai commercianti fenici e cartaginesi. L’Egitto, infatti, era soddisfatto del monopolio sul bronzo ottenuto grazie alle guerre contro gli Hittiti, e la fine di Atlantide costituì per i Faraoni un insperato ausilio all’abolizione di una pericolosa concorrenza sulla produzione della preziosa lega (benché l’arrivo nell’area del Mediterraneo degli Achei, dotati di armi di ferro, avesse considerevolmente ridotto l’importanza strategica del bronzo).
Scomparvero “misteriosamente” i costruttori di megaliti, in tutto l’arco del Mediterraneo occidentale. Una volta diminuite le risorse economiche, la popolazione locale era ricaduta in un regime di povertà e di sussistenza alimentare, che non permetteva certo la concezione e la realizzazione di grandi opere.
Le successive occupazioni delle grandi isole (Sardegna e Corsica) da parte dei popoli del mare fecero sprofondare sempre più nel mistero le origini di quel “popolo dei megaliti” che li aveva preceduti.

Un piccolo gruppo di sopravvissuti del popolo Tjehenu conservò forse il ricordo di una parte degli antichi miti. La mitica regina Tin Hinan, sepolta nel massiccio dell’Ahaggar, nel cuore del Sahara, ne può costituire una traccia, almeno nella permanenza del nome, così come l’alfabeto “tifinagh”, usato nelle più antiche lingue libico-berbere.
Certamente, però, l’entità e le modalità della catastrofe sopra descritta furono tali da sterminare l’intero gruppo dirigente, che doveva abitare nella città capitale e nella vasta e fertile pianura, devastate dall’onda di tracimazione del “mare dei Giardini”.

Un’obiezione che mi è capitato di ricevere più e più volte, nel corso dello svolgimento di questa indagine, è stata: “ma se tutta la storia era così evidente, perché nessuno l’ha mai scritta prima?”
La risposta è molto semplice: È proprio perché qualcuno l’ha scritta, che possiamo raccontare questa storia. L’ha scritta Platone, e con grande precisione; ne hanno scritte delle parti importanti Eudosso di Cnido, Diodoro Siculo ed altri autori antichi, ne hanno scritte e raffigurate altre parti i cronisti dell’Antico Egitto, con una precisione che sarebbe invidiabile da parte di molti cronisti moderni… si trattava di raccogliere una serie di “pezzi sparsi”, metterli insieme e partire sulle tracce di un disastro i cui superstiti non sono rimasti per raccontarlo… un “Vajont” dei tempi antichi, avvenuto in uno spazio e in un tempo incredibilmente vicini a noi, molto più di quanto ogni nostra fantasia non ci consentisse di immaginare.
Dobbiamo essere grati all’attenzione di Platone che ha tramandato con una tale ricchezza di particolari il resoconto di Solone su Atlantide: una memoria che sarebbe potuta scomparire, sepolta nell’oblio, come tanti altri eventi dimenticati, nel corso della storia dell’uomo.

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Alberto Arecchi è autore del libro: “Atlantide. Un mondo scomparso, un’ipotesi per ritrovarlo

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Note:
1. Eudosso di Cnido, matematico, geografo ed astronomo greco, ca. 409-356 a.C., citato da Proclo, “Commentario sul Timeo”, I, 102, 25.
2. Manetone, “Storia universale dell’Egitto, Frammenti”, F.H.G. Didot.
3. “Bibliotheca Historica”, I, 26.
4. Cfr. J. Davidovits, “Ils ont bâti les Pyramides”, Paris, éd. Godefroy, 2002.
5. Cfr. M. Barbetta, “Aldebaran e le Pleiadi: da Atlantide… agli ‘Aerei rotondi’ dei Nazisti”, Archeomisteri, n. 11.
6. F. Butavand, “La véritable histoire de l’Atlantide”, Paris, Chiron, 1925.
7. M. De Grèce, “La Crète épave de l’Atlantide”, ed. Rombaldi, 1976.
8. Platone, “Crizia”, 110 a, b.
9. Pausania, “Itinerario della Grecia”, VIII, 2-3.
10. Erodoto, “Storie”, VIII, 55; Proclo, “Commentario sul Timeo”, I-173, 10.
11. Apollodoro, “Biblioteca d’Apollodoro”, III-14-1.
12. Apollodoro, “Biblioteca d’Apollodoro”, III-14 e Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, I-29-2.
13. Erodoto, “Storie”, IV, 80; cfr. anche S. Agostino, De Civitate Dei, XVIII-9 e Apollodoro, “Biblioteca d’Apollodoro”, III-14-1.
14. S. Agostino, “De Civitate Dei”, XVIII-9.
15. “Bibliotheca Historica”, IV, 79.
16. Strabone, “Geografia”, IX, 1-20.
17. Hellanicos e Androtion, (Atthis I), Ister, III-7, citato da Harpocration. F.H.G. Didot, e Eratostene, “Costellazioni”.
18. Erodoto, “Storie”, VII, 92, I, 173;
19. Apollodoro, “Biblioteca d’Apollodoro”, III-14-7.
20 Marmor Paros, F.H.G. Didot.
21. Ovidio, “Metamorfosi”, VI, 421-427.
22. Aristotele, “Costituzioni d’Atene”, III, 2.
23. Cfr. Apollodoro, “Biblioteca d’Apollodoro”, III-15-5. Euripide, citato da Charles Picard, “Réligions préhelléniques”, Paris, 1948.
24. Cfr. in particolare: R. Vieni, “11500 anni fa. Atlantide nel mito platonico”, in “Episteme”, n. 4, 2002.

 

tratto da:edicolaweb.net

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