Per gli antichi egizi non esiste alcun simbolo per indicare lo zero; per indicare il risultato zero di una sottrazione, si usava lo spazio o il simbolo geroglifico


nfr, “svuotamento”1.

Ma esiste un’altra versione su questo simbolo:

tratto da: Gli occhi di Horus

 Di Gaetano Barbella
domenica 7 ottobre 2007

Vedi: http://www.webalice.it/gbarbella/occhi di horus.html

Si tratta della stele marmorea di Nebipusesostri risalente al regno di Amenemhet III, raffigurata di seguito. Su di essa si possono leggere le annotazioni sul culto di Osiride a Abido.

Come si vede nella figura, in alto sulla colonna di centro si nota con chiarezza il geroglifico che si sta cercando. E con gran soddisfazione, non senza meraviglia, si scopre qualcosa di nuovo posto fra i due occhi di Horus. Più da vicino riporto di seguito i dettagli che vi riguardano. Premetto che tutte queste cose sono state tratte dal libro edito da Giunti, «Come leggere i geroglifici» di Mark Collier e Bill Manley.

Dunque se gli antichi egizi non conoscevano lo zero, che potrebbe essere associato al “peccato”, al “male”, secondo la concezione cristiana, tuttavia era in loro questa “possibilità” di “conoscenza” poiché nell’usare nella sottrazione il simbolo geroglifico

che significa nfr, “svuotamento” concepivano l’idea della “sofferenza” in relazione a questo simbolo che nella rappresentazione degli occhi, e in particolare in quello di Horus, indicano tre lacrime che sta per perfezione, bellezza, meraviglia e splendore (secondo Mark Collier e Bill Manley col suo citato libro).

Debbo pensare, riflettendo, che la vita animica dell’antico egizio era diversa da quella successiva e, ovviamente da quella contemporanea. L’egizio era libero dal peccato in senso esteriore della vita, ma non nell’interiorità e per questo ne subiva il dominio. Forse è in questo senso che va considerato il potere del cristianesimo poiché veramente Gesù Cristo è la vita infusa nell’uomo al momento del battesimo. Cioè l’uomo è libero dalla schiavitù di quel “zero” occulto. Come voler significare che lo “zero”, ossia il “male” è messo allo scoperto e non più vincolato all’anima resa libera dal potere del Cristo. Ma è pur vero che oggi, se da un lato ci avvaliamo di una matematica con lo zero capace di una scienza foriera di meravigliose scoperte e vantaggi per la vita corporea (grazie proprio all’apporto del demone del “male”, ossia del “principe del mondo”), ne dobbiamo pagare il prezzo. Cioè per mangiare il pane occorre comprarlo perché non ci viene gratis, mentre quello per alimentare l’anima è un dono. Ma resta pur sempre l’ipoteca del corpo esteriore un “documento” nelle mani del “principe del mondo” che deve trovare il modo di essere riscattato e così risorgere come quello del Cristo.

L’idea dell’accoppiamento di 0 con 5, scherzosamente immaginata nel mio breve scritto, La storiella di zero che preferiva restare anonimo2, si rifà al tempo dei primordi, mettiamo, per stare più vicino alla nostra epoca con gli antichi egizi, in cui questa coppia “viveva” in modo animico.

In quanto alla riflessione sul riscatto dell’ipoteca del corpo perché risorga dalla “morte” in cui soggiace, ossia di essere soggetta allo “zero” che porta alla comprensione del potere del “principe del modo”, si comprende in modo convincente del vantaggio di non possedere alcuna “ricchezza” terrena (e non solo quella del benessere economico). Ancor meglio di essere compreso nei “poveri” indicati da Gesù nel discorso della “montagna” riportato nel vangelo di Matteo 5,3-12 in particolare. Così si spiega anche la difficoltà del giovane ricco incapace di rinunciare ai suoi beni per « avere in eredità la vita eterna” (Mc 10, 17-22), mentre chi è povero non ne ha tanta a rinunciare a quel poco che gli offre il “principe del mondo”.

Nel vangelo di Matteo vengono enunciate otto beatitudini e sono considerate dai credenti un modello per vivere secondo gli insegnamenti di Gesù. Le Beatitudini, infatti, descrivono le caratteristiche per essere veramente felici, come se fossero già coloro che vivono nel Regno di Dio.

Le Beatitudini rappresentano la persona di Gesù, sono l’identità del cristiano, il cristiano che vive secondo questi insegnamenti, sa ed è consapevole di portare la croce della vittoria, l’emblema della risurrezione, come Cristo nel momento della trasfigurazione nel dialogare con Elia e Mosè alla presenza di tre apostoli disse, se prima non fosse stato innalzato sulla croce non sarebbe potuto entrare nella gloria del padre, spazzando via la morte. Così il cristiano se non si identifica nella persona di Cristo non può accedere al Regno di Dio.

« Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati gli afflitti, perché saranno consolati.

Beati i miti, perché erediteranno la Terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli »

 

Brescia, 21 agosto 2017

 

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Illustrazione: Il discorso della Montagna. Dipinto di Carl Heinrich Bloch.

1 Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Matematica_egizia

2  Fonte: http://www.webalice.it/gbarbella/index 080628.html