Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Rimeggiando tra miti, attualità e storia della città eterna – Vol. 3°

Il terzo approccio con la “città eterna” proposto da Sandro Boccia che ci invita, con la sua prosa rimata, a leggere considerando quattro diversi momenti della storia di Roma (“I sette re di Roma”, “La legione”, “Il processo nell’antica Roma”)

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I SETTE RE DI ROMA.

Dopo Romolo, regnò su una Roma ancora piena di miseria,

Numa Pompilio, che istituì parecchi collegi sacerdotali,

edificò il tempio di Giano, costituì il corpo delle Vestali

e si racconta, fosse ispirato, nei boschi sacri, dalla ninfa Egeria.

Tullo Ostilio, terzo re, riprese la tradizione militare,

combattendo contro Albalonga, la città più potente del Lazio,

e la guerra fu decisa con il famoso duello ove sopravvisse solo un Orazio.

Anco Marzio estese poi il dominio di Roma fino al mare,

ove fondò il porto di Ostia, guerreggiando contro l’esercito latino.

Gli successe Tarquinio Prisco, che favorì l’influenza greca nella città,

costruì il foro, il Circo Massimo, il tempio di Giove capitolino

e la Cloaca Massima che servì ai bassofonni per’ farlli prosciugar

Servio Tullio continuò la politica del predecessore, alla pace propenso,

riformò la costituzione e divise il popolo secondo il censo;

edificò poi le mura che racchiudevano i sette colli (Palatino,

Campidojo, Quirinale, Aventino, Celio, Viminale e Esquilino).

L’ultimo re Tarquinio il Superbo, come i precedenti due, etrusco,

dette a Roma splendore e potenza con un modo di governar assai brusco

tanto che con la prorpia famglia, in fretta e furia, se ne dovette andar via,

favorendo l’avvento della Repubbrica e dando così addio alla Monarchia!

A titolo di curiosità in tempi moderni i Romani, a ogni esperienza rotti,

hanno proclamato ottavo re prima Claudio Villa e poi Francesco Totti!

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LA LEGIONE

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A nord del Foro romano c’è un tempio, del tempo di re Numa, dedicato

a Giano bifronte con la porta spalancata quando s’era in guerra

che vitale per la società quest’evento era considerato.

Perfetto addestramento, rapidità di manovra specie per terra,

armamento efficace e disciplina ferrea erano il condimento

che faceva sì che Roma fosse vincitrice d’ogni combattimento.

Perno di questa potenza militare era la Legione

(che per me rievoca ricordi della massima importanza

perché sono stato comandante della 18^ nella Guardia di Finanza),

costituita da seicento uomini, ognuno chiamato centurione;

quest’unità perloppiù di fanteria era chiamata con il nome d’ un imperatore,

oppure da un nome di battaglia, come per esempio, “Invicta”.

L’insegna di questo reparto aveva un simbolo sacro da difendere con onore:

l’aquila era la bandiera che un soldato sorreggeva con un’asta dritta,

vestito da un vessillo venerato dalla legione come una pelle di lupo,

di toro o di leone ma adesso oramai il tempo è diventato cupo;

son passati i secoli e l’aquila e la lupa son ora i simboli di Roma e Lazio,

le due squadre capitoline di pallone che il più delle volte sono uno strazio!

 

 

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IL PROCESSO NELL’ANTICA ROMA 

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In fondo all’aula della basilica c’è lo scranno del pretore

che presiede l’udienza; ii centumviri stanno a sedere ai lati

e di fronte prendono posto le parti in causa assieme agli’avvocati,

familiari, amici e soprattutto il pubblico presente a tutte l’ore.

Oggi si dibatte su un reato semplice, il furto d’alcuni domestici animali:

è giustizia-spettacolo. Parla l’avvocato con gesti plateali,

con citazioni dotte, con seghe verbali, sembra un istrione piuttosto,

discute con parole roboanti, accattivanti, tutto fumo e niente arrosto.

L’assistito lo interompe bruscamente: “Il vicino le capre m’ha rubato;

la giuria vuol le prove e tu invece tiri in ballo Caio Gracco e Cincinnato”.

La folla ride poi ondeggia, va nell’aula accanto, cambia canale

per sentir l’arringa di Cicerone acuta e pungente come strale,

oratore che enfatizza le parole, cura il tono e l’impostazione della voce

secondo uno schema collaudato per mettere la parte avversa in croce.

Cicerone poi addita una coppia ingiustamente estromessa da un’eredità,

indi di botto il corpo di scena: i loro pargoletti in aula fa entrar

suscitando commozione e stupore quando parla del futuro loro,

senza genitori, senza sesterzi, senza eredità: è un tripudio in coro

nel popolo a cui nel frattempo evidenzia che hanno pure la “bua”

e così vince la causa confermando il detto “Cicero pro domo sua!”

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    1 commento

    1. Porro Angelo Porro Angelo
      27/02/2018    

      Bravissimo Sandro. Sintetico e chiaro, privo di inutili fronzoli. Ciao a presto Angelo

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