Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Segreti e leggende dell’anconetano

Massignano

Massignano, secondo una leggenda, sarebbe la località più anticamente abitata fra quelle di tutto il circondario. L’attuale borgo sarebbe stato fondato in epoche remotissime da una mitica stirpe di giganti.
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“Massignan l’han funnatu i gran giganti
omeni ch’spauriva a tutti quanti”
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Questi giganti avrebbero costruito cinque fortezze, una per ogni colle e cioè: Monte Leone, Larciano, Monte Colombo, Gradina grande, Gradina Piccola.
Queste fortezze sarebbero state collegate fra loro da grotte e cunicoli, e fra esse ruolo di preminenza l’avrebbe svolto proprio quella che sorgeva sul Monte Leone, ossia l’attuale Massignano

veduta_massignanoQuesto ancor prima del Diluvio Universale. 
Ma i terrificanti giganti, che dall’alto delle loro cinque fortezze dominavano le campagne che si stendevano attorno, furono sconfitti e perirono, non si sa bene come. Dei cinque castelli, o fortezze, ne restò una sola: quella di Monte Leone, detta più tardi Massignano. Coloro che l’abitavano praticavano per lo più il mestiere di cavatori di pietra: estraevano i grandi massi dalle viscere del Monte Conero, li legavano con grosse corde (i cosiddetti “canapi”) li trascinavano a valle dove li attendevano i carri.

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Grotte degli schiavi a monte

Vengono chiamate ” Grotte degli schiavi a monte ” le grotte artificiali che si possono facilmente vedere nel bosco, nella contrada ove viveva la famiglia Rubini, verso la metà della strada che va da Massignano a Poggio, restando però nel territorio del primo. Queste grotte, ora in parte franate, vengono anche dette “Grotte dei Romani” perché si dice siano state scavate dai Romani. La denominazione “Grotte degli Schiavi” si dovrebbe invece al fatto che qui un tempo venivano impiegati come minatori, cavatori di pietra, scalpellini, etc., uomini trattati come schiavi. Si dice che il loro lavoro fosse veramente massacrante, il cibo pessimo, il trattamento crudele (chi si rifiutava di eseguire qualche ordine, magari perché si trovava allo stremo delle forze, veniva ferocemente malmenato) tanto che gli uomini che, come schiavi, lavoravano in quelle grotte, spesso si ammalavano e morivano miseramente. Non mancavano perciò tentativi di rivolta, spesso soffocati nel sangue. Una di queste ribellioni fu però accuratamente preparata: i minatori scavarono persino la tomba in cui avrebbero seppellito, vivi, i loro maledetti aguzzini. La rivolta scoppiò, i cavatori si ribellarono e vinsero.
I crudeli fustigatori ed aguzzini furono portati su, fin dentro le viscere della montagna, fin dove la grotta giunge (si tratta di quella di cui si vede l’imboccatura accanto ad un fico in direzione di Massignano). Qui era scavata la loro tomba, qui furono fatti morire. C’é chi dice che furono costretti a salire in ginocchio, c’é chi dice che morirono ancor prima di giungere alla tomba. Ma la felicità dei rivoltosi durò poco: giunsero i soldati che reprimettero sanguinosamente la rivolta.
Qualcuno parlò e si seppe della fine degli aguzzini, i cui resti furono recuperati e cristianamente sepolti, in luogo sacro.

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Leggenda dell’arcobaleno

Si racconta che un gruppo di uomini che era riuscito a sopravvivere alla catastrofe del Diluvio Universale fuggendo sul Monte Conero salutasse con gioia un’ alba in cui la pioggia torrenziale che durava da molti giorni cominciava gradatamente a scemare. Uscendo fuori dai ripari dove s’erano a lungo difesi dalle intemperie, mandando grida di felicità commossa, videro nel cielo un grande arcobaleno, rilucente di tutti i colori dell’iride, di cui pareva che una parte si perdesse nella sommità del cielo ed un’altra poggiasse sulla collina di Massignano. Segno questo che essi interpretarono come un volere divino e, scesi, cominciarono qui ad edificare le loro prime case.
Nacque cosi, secondo la leggenda, il paese di Massignano, per volere del cielo.

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Storia del Poggio

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I quattro Re

Si dice che sia esistito al Poggio un castello, su cui dominavano quattro re, di cui due fratelli fra loro, giovani alti dagli occhi chiari e dalle lunghe barbe e dai lunghi capelli biondi. Costoro, si dice, sconfissero con l’aiuto della Madonna e di certi angeli armati di lunghe spade, una masnada di feroci pirati.
Per ricompensa i quattro donarono allora ad alcuni monaci un pezzo di terra su cui costruire una chiesa in onore della Vergine, chiesa che sarebbe dovuta restare a loro ricordo, per sempre. Chiesero in cambio ai monaci di combattere al loro fianco contro chiunque l’avesse attaccati.
Passò del tempo, ed ai primi monaci mansueti succedettero altri, avidi e prepotenti, che infastidivano i giovani dei due sessi. Né i monaci combattevano più a fianco dei poggesi, quando quest’ultimi venivano attaccati.
Ma venne il giorno del castigo: con un boato fragoroso il monte franò e sommerse tutte le case dei frati sotto una spessa coltre di pietre.
Si salvò, miracolosamente, la chiesa voluta dai “quattro re” che si spostò di qualche centinaio di metri, e cioè da sotto le rupi fin sul ciglio del mare, dov’è ora, senza subire lesioni, testimonianza di ciò che deve sempre durare.

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La setta

La leggenda parla d’una setta, specie segreta, che sarebbe esistita al Poggio fino al secolo scorso. Gli appartenenti a questa setta, fra l’altro, si preoccupavano di far giustizia dei prepotenti e dei soverchiatori. Lo scopo della società era anche quello di lottare contro il vecchio governo del Papa, tanto che si dice abbia aderito prima alla Carboneria poi alle Giovane Italia di Mazzini.
I congiurati, che negli ultimi decenni di vita dell’organizzazione l’avevano un po’ pomposamente chiamata “Repubblica marsigliana” perché dicevano di prendere ordini da Marsiglia, pare che ogni tanto si riunissero per decidere chi doveva essere eliminato e come. Si sorteggiava colui che doveva compiere l’esecuzione, che doveva essere pubblica. Se il prescelto si sottraeva ai suoi obblighi veniva considerato traditore e veniva punito in questo modo: tutti gli altri si portavano sotto casa sua, di notte, invitandolo a raggiungerli con canti e scherzi. Tutti, poi, festanti si sarebbero portati a Portonovo dove al malcapitato sarebbe stata spiccata la testa dal busto, dopo averlo fatto poggiare su un ceppo.
La testa, issata su un palo, sarebbe stata esposta nella piazzetta al centro del Poggio, come si dice fosse in uso fare con pirati catturati (la tradizione non dovrebbe essere del tutto falsa, perché pare siano stati rinvenuti sepolcri di soli teschi).
Un particolare: gli appartenenti alla setta dovevano confessarsi una volta all’anno, a Pasqua, a Loreto, per non essere scoperti e arrestati dalla polizia pontificia.
Per verificare l’autenticità delle leggenda é possibile consultare i Libri dei morti depositati presso la Parrocchia di S. Biagio del Poggio. Si potrà notare come molti fossero, almeno nel ‘600, coloro che venivano uccisi…. senza che si conoscesse l’autore dell’omicidio. Particolare curioso: i cadaveri, per lo più di forestieri, venivano trovati in un forno che sorgeva accanto alla pieve.

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