Certi indizi portano a far pensare che i nostri antichi progenitori conoscessero l’elettricità

Attraverso ricerche basate su scoperte fino a ieri trascurate, gli studiosi si stanno interessando di più, rispetto a un tempo, a rintracciare le testimonianze di sistemi di illuminazione, in tempi remoti, apparentemente dovuti all’elettricità. 
Nessuno è riuscito finora a trovare una spiegazione convincente a due domande che perseguitano da lunghissimo tempo i “cacciatori di misteri” : come furono costruite le lampade enigmatiche dell’antichità – i cui indizi sono spuntati un po’ dappertutto – e da dove proveniva l’energia che le faceva brillare? 

Uno dei bassorilievi del Tempio di Hator a Dendera

Uno dei bassorilievi del Tempio di Hator a Dendera

Per esempio, secondo il professor Zecharia Ghoneim, vi sono passi oscuri di alcuni documenti dell’antico Egitto che alluderebbero all’uso di misteriose energie da parte degli uomini del faraone. 
Del resto, è affascinante rendersi conto di quanto certi bassorilievi del tempio di Dendera, scoperti nel XIX secolo dall’archeologo Auguste Mariette, assomiglino in una maniera impressionante a delle lunghe lampade con il loro filamento serpentiforme al loro interno, dove passa la corrente elettrica
Presso le culture antiche era un’usanza comune quella di mettere fonti luminose in mezzo ai sepolcri, forse come offerta alle divinità dell’oltretomba, forse col proposito religioso di aiutare i trapassati a trovare la strada attraverso la “valle delle ombre”. In epoche successive, quelle stesse lampade furono sostituite da una specie di versioni ridotte contenenti una sostanza simile all’olio ma che non le faceva funzionare, come in precedenza un’energia sconosciuta, di cui l’origine rimane ancora oscura.

Le scoperte più straordinare, tuttavia, sono rappresentate da lumi che ardevano ancora all’apertura delle tombe, dopo secoli e secoli. Il framassone e medico legale William Wynn Westcott, ha calcolato attorno a 150 il numero dei ritrovamenti di questi strani oggetti soltanto sul territorio europeo. Interessante è il fatto che essi non vennero rinvenuti soltanto in Europa e nella zona mediterranea, ma anche in India, in Cina e in America del sud. 

Iside ed Horus

Iside ed Horus

Numa Pompilio, il secondo re di Roma, fece installare una di queste lampade, forse la stessa che Plutarco descrive riferendosi a un luogo di culto di Giove Ammone, in Egitto. 
Una scoperta paragonabile è dovuta a Sant’Agostino, secondo cui “in onore di Iside bruciava una fiamma che non poteva essere spenta nè dal vento nè dall’acqua”
Nelle viscere delle piramidi si trovano vani talmente segregati dal mondo esterno che l’aria fresca vi venne portata dai loro scopritori quaranta secoli dopo la chiusura. Le superfici sono coperti di geroglifici estremamente complicati e a più colori. 
Per effettuare opere di tale raffinatezza e perfezione nella pressochè totale oscurità,c’è bisogno di luci potentissime, sorgenti luminose pari perlomeno agli attuali fari fotografici. Inoltre, negli stessi vani non vi è traccia di fumo o fuliggine, come se ne trovano invece in altre stanze, dei complessi archeologici egiziani, il cui interno è illuminato con tale sistema.

Anche in Mesopotamia e in India pare siano state rinvenute lanterne di natura sconosciuta contenute in luoghi sigillati, le quali si spegnevano immediatamente una volta a contatto con l’aria e la luce del giorno.

La colonna in ferro di Delhi

La colonna in ferro di Delhi

Louis Pauwels e Jacques Bergier parlano di antichi ornamenti, scoperti su un altopiano delle Ande da John Alden Mason, fatti di platino fuso e di un oggetto di alluminio rinvenuto in una tomba di venti secoli fa. 
Il punto di fusione del platino è di più di millecinquecento gradi, non ci sono testimonianze di forni e apparecchiature preistoriche in grado di produrre un tale riscaldamento di una sostanza metallica, e il solo metodo per estrarre l’alluminio dalla bauxite è l’elettrolisi, scoperta dallo scienziato Michael Faraday nel 1833. 
Del resto, se pensiamo come in mezzo a un cortile del complesso di Qutb Menar, a Delhi, svetta la cosiddetta “colonna Ashoka”, un rigido pilastro di ferro puro alto dieci metri, il quale, dopo più di due decine di secoli di intemperie dovute ai venti monsoni, non presenta alcuna traccia di ruggine, vediamo come un materiale così inossidabile non possa venire prodotto senza l’utilizzo di un qualche tipo – conosciuto o meno – di energia che non è comune associare al V secolo d.C.

Secondo Maurice Denis Papin e Robert Charroux, l’“arca dell’alleanza”, la quale si pensa racchiudesse le tavole della legge, la verga d’Aronne e un vaso colmo di manna del deserto (Esodo, XXV), era una specie di forziere elettrico, rivestito d’oro all’interno e all’esterno (col legno di acacia come isolante), capace di produrre forti scariche dell’ordine di 500-700 volt. Un fatto molto strano fu registrato verso la metà del XV secolo, durante il papato di Paolo III quando venne scoperchiata una tomba sulla via Appia: vi si rinvenne il corpo di una giovane donna che venne identificata con Tullia, la figlia di Cicerone (44 d.C.). La salma della ragazza – che non presentava la benchè minima traccia di mummificazione – giaceva intatta, immersa in un liquido trasparente di composizione sconosciuta, e ai suoi piedi brillava una lampada che si spense poco dopo l’apertura del sepolcro. Secondo alcune rivelazioni tramandate da diversi documenti, durante il dominio dell’imperatore Giustiniano (527 – 565 d.C.) venne scoperta in un luogo che alcuni situano ad Antiochia e altri a Edessa, una lanterna incastrata all’interno di una nicchia, che ardeva – stando alla tradizione popolare – da almeno cinquecento anni, e che venne purtroppo distrutta dai soldati di Bisanzio. Considerando tutto quanto è stato esposto nel presente post, possiamo ritenere che si tratta di qualcosa di più di una leggenda il fatto che durante la notte dei tempi fosse conosciuta l’energia elettrica e le sue applicazioni.

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