Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Tre guerrieri dell’età del ferro

Certo per essere strani, sono strani davvero… Eccoli qua. Tutti e tre insieme, finalmente. 
Ma chi sono?  E che gente li ha fatti?

Tre_guerrieri


Leggiamo su una pagina di Repubblica del 20 giugno 2000:

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Di questi tre principi guerrieri di pietra, riuniti da oggi in mostra a Chieti per la prima volta in Italia, anche coloro che sanno di più, tutto sommato, ne sanno pochissimo. 

Mica come i due bronzi di Riace, belli e possibili, ben inquadrati fin dal ritrovamento in un contesto culturale stranoto, arcistudiato. 
Dei tre giganti si sa a malapena quel che si vede e poco più. Il resto sono indizi, ipotesi, supposizioni e misteri. 
Si sa che – a parte i copricapi ed alcune minime differenze di look – questi Principi europei dell’età del ferro sono bardati in maniera pressoché identica, con collari di bronzo spesso, i pugnali sull’addome, i bracciali importanti quasi alle ascelle. 
E che la strana posizione delle loro braccia, ieratica, con gli avambracci paralleli che pendono in giù, non può essere un caso e che, anzi, li connota come appartenenti a un’ unica cultura estetico-simbolica.

Stessa razza-stessa faccia, quindi? Oppure opere di artisti giramondo che, nel VI e V secolo prima di Cristo, zigzagavano tra Marche, Abruzzi e Germania a piazzare a pagamento statue funebri come queste, su tumuli circolari sorprendentemente simili? L’ impatto con loro tre – che da oggi, e fino a fine di agosto, (2000 ndr) ricevono i visitatori all’ Archeologico di Chieti, per poi separarsi di nuovo – vale il viaggio. Maria Ruggeri, la direttrice, e l’ architetto che l’ ha aiutata, Mosè Ricci, hanno deciso di sistemarli su dei supporti di terra cruda alti più di un metro, in modo che il colpo d’ occhio, oggi, sia quello stesso che doveva impressionare la gente di 2500 anni fa che passava davanti alle loro tombe. 
Guerriero_di_Capestrano_-_Arte_Picena_-_Museo_di_ChietiL’ effetto è maestoso, inquietante: il Guerriero di Capestrano (l’ unico di produzione propria, essendo stato ritrovato per caso nel 1934, a metà strada tra Chieti e l’ Aquila) è alto un metro e 96; degli altri due principi guerrieri che arrivano dalla Germania uno (quello da Glauberg ) è un metro e 85, e l’ altro (quello di Hirschlanden) un metro e mezzo ma solo perché ha le gambe spezzate. Altri, in frantumi, ne sono stati trovati nei pressi di Glauberg, tanto da far ipotizzare che ogni statua dovesse rimanere lì, sul suo tumulo, a ricordo dell’ ultimo sovrano deceduto, fin quando non fosse morto il nuovo principe regnante. 
A quel punto – si suppone – la statua del predecessore veniva rimossa, interrata e a svettare sul tumulo da quel momento in poi veniva sistemata la statua del sovrano appena morto. Delle tre la più bella, la meglio conservata, la più surreale – con quel suo sombrero a falde larghe, con tanto di cimiero – è proprio quella di Capestrano. 
E’ anche uno stranissimo azzardo per gli anni in cui fu fatta: siccome poggia su due piedi che non ne avrebbero potuto garantire la stabilità, l’ artista che la creò, escogitò due fregi laterali che sembrano lì solo per abbellirla ma che invece la puntellano, con eleganza. A fine lavoro doveva essere davvero soddisfatto di quella soluzione: sul bordo laterale destro, infatti, lo scultore ha lasciato scritto – con caratteri decifrati solo una decina di anni fa da Adriano La Regina – “Me bella immagine fece Aninis per il re Nevio Pompuledio”. 
Scritta davvero importante, da considerarsi la prima vera firma di artista – Aninis, appunto – della storia dell’arte visto che è datata VI secolo avanti Cristo e che Fidia arrivò solo il secolo dopo. La più pazza è quella che i tedeschi hanno battezzato da decenni “Topolino” per quelle sue due orecchione smisurate che lasciarono di stucco persino gli archeologi tedeschi che la ritrovarono a Glauberg. 
La più astratta e malridotta, splendida peraltro, è il Guerriero di Hirschlanden: l’ unica tutta nuda, l’ unica vistosamente su di giri, “itifallica” la catalogano gli esperti. 
Se i tre principi guerrieri da Chieti dominano su tutto il resto, basta poi guardare per bene le tre mostre di Chieti, Ascoli e Teramo, per rendersi conto di quanti e quali tesori circondassero questa gente e la loro vita e la loro morte: bronzi sbalzat, incisi, istoriati, stele, gioielli a profusione, vasi – un’ infinità di vasi in terracotta e bronzo -, armi, amuleti, strumenti di lavoro, divinità di un pantheon mai visto… E sì che solo un quarto di secolo fa, Massimo Pallottino non poteva far altro che scrivere:
Noi abbiamo un grande fantasma che ci perseguita da decenni: sull’ Adriatico questo fantasma sono i Piceni“. 

Passi avanti da allora se ne sono stati fatti assai, ma quel “fantasma” di Pallottino solo da poco ha cominciato a svelarsi: non solo gli scavi e queste mostre, ma anche un gran bel libro di Alessandro Naso appena uscito per Longanesi (I Piceni, pagg. 345, lire 65.000) materializzano ormai quel popolo a lungo evanescente, tanto che è possibile tentarne una prima carta d’ identità. Dunque…
Nome (che essi stessi si davano): Safini, Sabini, Maronci, Pupuni… Nome (che gli autori greci e latini appiopparono alle genti delle Marche soprattutto): Picenti, Picentini e, solo dall’ epoca di Augusto, Piceni. Residenza abituale? Marche e zona nord degli Abruzzi.
Lingua: uno strano mischione tutto italico. 

Data di nascita: 800 a. C., più o meno. 
Massimo splendore: 600-400 a.C. Due dei re di Roma, in quegli anni – Tito Tazio e Numa Pompilio – è gente loro. 
Data di morte (con i Galli che prima gli arrivano addosso da Nord, e soprattutto i Romani che li conquistano da sud): 268 avanti Cristo. 

Museo_Archeologico_Nazionale_delle_Marche_-_Signore_degli_Animali_da_Belmonte_Piceno

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Religione? Per anni e anni il loro dio – riprodotto con gran fascino sui bronzi esposti – è uno strano “Signore dei Cavalli“.
Segni particolari: grandi guerrieri e mercenari fidati. Cimieri, gambali, spade in ferro, pugnali in bronzo, pettorali salvacuore, archi, frecce, giavellotti, lance ne facevano vere e proprie macchine da guerra.
Vizi? Grandi giocatori di dadi (ritrovati in osso ed esposti in mostra); grandi bevitori di vino; grandi mangiatori di buon gusto. Tanto che le fonti latine si lasciano spesso andare a magnificare le loro delikatessen: Marziale esalta la farina picena e la loro salsiccia lucanica; a Plinio piace sia il loro pane, che le loro olive, che l’ olio che se trae… Persino la lana prodotta da loro è più bella e morbida delle altre: parola di Silio Italico, il quale racconta che è tinta talmente bene che non ha nulla da invidiare né alle porpore di Sidone né a quelle libiche…
Rapporti & Relazioni: tutto un vorticare di commerci, dall’Etruria viterbese alla Germania, gran mercato dell’ ambra che arrivava giù dal Baltico…

Un gran bel puzzle, insomma – questo piceno – che si va componendo come in diretta: a sorpresa, ne viene fuori un Adriatico davvero strano, nuovo e cosmopolita – come firmato da Jodorowsky – con ori macedoni, decori sciti, i greci ad Ancona e mille segreti da svelare.

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testo tratto da un articolo di SERGIO FRAU  (Repubblica — 20 giugno 2000)

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