Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Una pagina del Risorgimento italiano – I martiri di Belfiore

Con la morte di Napoleone tornò la dominazione austriaca che fece di Mantova uno dei capisaldi del famoso quadrilatero difensivo.

Pur fra le continue angherie dei governanti austriaci e la sanguinosa repressione, la fede liberale andava diffondendosi sempre più. In questa atmosfera avvenne l’esecuzione dei Martiri di Belfiore che furono impiccati nella valletta Belfiore, un dolce declivio che degrada verso il lago Maggiore ove crescono i fiori di loto.

Questa fu una delle pagine più tristi ma al tempo stesso più gloriose del nostro Risorgimento.

Dopo il congresso di Vienna del 1815, Mantova tornò ad essere parte del patrimonio della casa d’Asburgo d’Austria.
La maggior parte della popolazione restò indifferente di fronte al ritorno degli austriaci, ma fu impossibile non constatare il ripristino immediato delle consuetudini conservatrici, per quanto stemperate dalla proverbiale buona amministrazione asburgica.

Inoltre, la Municipalità aveva proposto all’Austria il recupero degli ordinamenti del vecchio ducato; per tutta risposta, Mantova entrò a far parte del Regno del Lombardo-Veneto, in diretta dipendenza dall’Impero. Inoltre, si accentuò il suo carattere di fortezza, insieme agli altri tre vertici del cosiddetto Quadrilatero (Peschiera, Verona, Legnago).

Infine, le umide stanze del Castello di San Giorgio divennero uno dei carceri di massima sicurezza dell’Italia del Nord.
In risposta a questa azione repressiva, la resistenza era andata organizzandosi già dal 1850 con la nascita di comitati rivoluzionari clandestini legati a Mazzini ed ispirati al suo pensiero. I patrioti che li animavano, constatato il fallimento della guerra regia condotta con troppe incertezze dal Piemonte, riponevano le loro speranze in una guerra di popolo cercando di crearne le premesse attraverso l’organizzazione capillare di una rete cospirativa.

Ma veniamo agli avvenimenti oggetto di questa pagina riportando che vi fu una cospirazione la cui anima fu Don Enrico Tazzoli, sacerdote nato a Canneto sull’Oglio. 

Numerosi furono i partecipanti, tanto da scatenare la rabbiosa reazione asburgica, che pure cercò di rimanere entro i confini di una certa moderazione. Gli arresti e le esecuzioni si susseguirono durante il 1851, il 1852 e il 1853, anno in cui il tribunale imperiale decise di assolvere un gruppo di imputati per non esacerbare ulteriormente gli animi. 
Seguirà, in occasione delle nozze imperiali del 1854, un provvedimento generale di grazia. Tuttavia, nel volgere di questo breve periodo erano già stati impiccati parecchi patrioti, tra cui i mantovani Tazzoli, Grioli, Grazioli, Poma e Frattini, chiamati Martiri di Belfiore dal nome della valletta fuori porta, accanto al lago, in cui vennero giustiziati. Giovanni Arrivabene era sfuggito alla morte molto tempo prima grazie alla fuga e all’esilio. Domenico Fernelli iniziò a scontare in carcere una pena di 16 anni, poi abbreviata a quattro. Gli scampati ingrossarono le fila dell’esercito garibaldino, partecipando in qualche caso (Finzi, Acerbi) all’impresa dei Mille. Mantova rimase comunque sotto la dominazione austriaca fino al 1866, quando l’Impero fu costretto a cederla, insieme al Veneto, al nascente Stato Italiano. La bandiera del Comune porta la medaglia d’oro assegnata alla città per il rilevante contributo offerto al processo di liberazione nazionale.

 

I martiri di Belfiore

  • Don Giovanni Grioli morto nel 1851
  • Don Enrico Tazzoli morto il 7-12-1852
  • Angelo Scarsellini morto il 7-12-1852
  • Bernardo de Canal morto il 7-12-1852
  • Giovanni Zambelli morto il 7-12-1852
  • Carlo Poma morto il 7-12-1852
  • Don Bartolomeo Grazioli morto il 3-3-1853
  • Carlo Montanari morto il 3-3-1853
  • Tito Speri morto il 3-3-1853
  • Pietro Frattini morto il 19-3-1853
  • Pier Fortunato Calvi morto nel 1855

I martiri di Belfiore avrebbero potuto salvarsi se avessero negato le accuse. Infatti l’articolo 443 del codice penale austriaco prevede in questo caso la prigionia per 20 anni e non il patibolo, riservato solo a chi confessa le colpe di alto tradimento. Unico patriota che non fu condannato a morte fu Giuseppe Finzi, in quanto conoscendo il codice penale, aveva sempre negato di fronte alle accuse dei compagni, infatti fu condannato a 18 anni di carcere duro.

Grande, inoltre, fu l’ingenuità di questi patrioti nel non prevedere la possibilità di essere arrestati e di conseguenza nel non conoscere le possibilità per scolparsi.

La dura repressione austriaca riceveva la sua approvazione dal Papa Pio IX il quale volle che tutti i preti coinvolti nella congiura fossero sconsacrati.

Il Vescovo di Mantova, monsignor Corti tentò inutilmente di intervenire affinché si evitasse per don Enrico Tazzoli la sconsacrazione. 
Fu costretto a procedere alla mortificante cerimonia: la lettura della formula di condanna, il ritiro dei paramenti sacri tolti di dosso e la raschiatura con un coltello della pelle delle dita che sorreggono l’ostia durante la comunione.

Per somma ingiuria, e con gran dispetto alla pietà cristiana, il governo austriaco vieterà anche il seppellimento degli impiccati in terra consacrata. 

Ciò a ulteriore umiliazione della Chiesa mantovana.

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Testo ed immagini da ricerche sul web

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