Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Una pianta assurta a simbolo della Sicilia: il ficodindia

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Il ficodindia è originario del Messico e da qui, nell’antichità, si diffuse tra le popolazioni del Centro America che la coltivavano e commerciavano già ai tempi degli Aztechi, presso i quali era considerata pianta sacra con forti valori simbolici.

Una testimonianza dell’importanza di questa pianta negli scambi commerciali è fornita dal Codice Mendoza. Questo codice include una rappresentazione di tralci di Opuntia insieme ad altri tributi quali pelli di ocelot e di giaguaro.

Il carminio, pregiato colorante naturale per la cui produzione è richiesta la coltivazione dell’Opuntia, è anch’esso elencato tra i beni commerciati dagli Aztechi.

La pianta arrivò nel Vecchio Mondo verosimilmente intorno al 1493, anno del ritorno a Lisbona della spedizione di Cristoforo Colombo.
La prima descrizione dettagliata risale comunque al 1535, ad opera dello spagnolo Gonzalo Fernández de Oviedo y Valdés nella sua Historia general y natural de las Indias. Linneo, nel suo Species Plantarum (1753), descrisse due differenti specie: Cactus opuntia e C. ficus-indica. Fu Miller, nel 1768, a definire la specie Opuntia ficus-indica, denominazione tuttora ufficialmente accettata.

(http://it.wikipedia.org/wiki/Opuntia_ficus-indica)

Il ficodindia ha trovato in Sicilia, e in particolare nelle zone dell’Etna (divenendone una delle piante simbolo), un clima ideale che ne favorisce la crescita, divenendo oggetto di coltura specializzata.

Oltre che per la produzione di frutti il ficodindia è utilizzata come pianta medicinale (i decotti dei fiori svolgono una funzione diuretica).

La pianta di ficodindia si presenta costituito da più fusti piatti chiamati pale che, insieme ai fiori e frutti tutti commestibili, sono un vero e proprio magazzino di sostanze nutritive.

Il ficodindia contiene infatti una buona dose di minerali come il potassio, il magnesio (oligo-elemento indispensabile al buon funzionamento dell’organismo ed un vero rimedio naturale anti-fatica a anti-stress. Stabilisce e riequilibra infatti il sistema nervoso e si comporta come se fosse il suo carburante: controlla la permeabilità delle membrane cellulari, mantiene l’equilibrio neuro-muscolare e interviene nella maggior parte dei processi biochimici dell’organismo. E’ un tonico generale, un rigeneratore cellulare e un rimedio ideale per i periodi di fatica fisica, di astenia psichica, per i problemi legati all’attenzione e alla mancanza di concentrazione, nei casi di iper-eccittabilità nervosa, di insonnia e di depressione. previene i tremolii incontrollati e il rilascio muscolare  nelle persone anziane o deboli aumenta le difese dell’organismo agisce sulla pelle, facilitando la scomparsa di eruzioni cutanee e verruche, facilita la ricrescita dei capelli e delle unghie, agisce favorevolmente sulla digestione è un equilibratore psichico e agisce in modo benefico sull’umore si rivela molto utile per affrontare i cambi di stagione) , il calcio, il ferro insieme a vitamine dalle proprietà antiossidanti, come la vitamina A (sotto forma di betacarotene) e la vitamina C.

Dispone inoltre di una varietà di amminoacidi (proteine di alta qualità) che insieme a minerali e vitamine ne fanno un alimento nutriente, ricco di fibre e con limitato contenuto di grassi.
Le caratteristiche organolettiche del frutto sono:

  1. Costituzione dei frutti:
    • Acqua 56/58% ,  Zuccheri 18/20%,  Protidi 4/6%,  Sali di calcio-potassio, magnesio 8/10%, Vitamina”C” 4.88mg/899ml,  Fibre vegetali 7,2%;
  2. Analisi cromatografiche:
    • Zuccheri:  Glucosio ·  Fruttosio ·  Saccarosio;
    • Acidi Organici: Acido citrico – Acido malico – Acido ossalico;
    • Amminoacidi: Acido aspartico –  Ac.glutammico –  Alanina –  Asparagina –  Leucina –  Lisina –  Prolina –  Serina –  Treonina –  Valina –  Triptpfano.

I frutti di varietà bastardoni iniziano la maturazione a metà Ottobre, e vengono raccolti a più riprese con il caratteristico “coppo” (bastone alla cui estremità si trova un oggetto vuoto a forma di tronco di cono, dentro il quale si introduce il fico d’India, che, con un semplice movimento rotatorio, viene distaccato dalla pala). e si vendono così come si raccolgono,  sono una bacca uniloculare, carnosa e polispermica.
Dopo la raccolta, i frutti possono essere conservati in frigo a 6 °C per 2-3 mesi, vengono anche usati per produrre marmellate, bevande, sciroppi.

La presenza di spine sull’epicarpo inducono a maneggiare il frutto, (al fine di evitare di potersi spinare) nel seguente modo:  

FASE 1
indossare dei normali guanti di lattice e deporre i frutti a bagno in un normale recipiente d’acqua, oppure sciacquarli sotto un rubinetto,

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FASE 2
fatto ciò prendere un normale coltello da cucina e mozzare il frutto sia nella parte superiore e sia in quella inferiore,

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FASE 3
subito dopo, in modo perpendicolare spaccare l’involucro del frutto tanto quanto è lo spessore della buccia,ficodindia_04

FASE 4
dopo avere effettuato dette operazioni, divaricare la spaccatura

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FASE 5
ecco che il frutto viene fuori in tutta la sua magnificenza pronto per essere degustato.

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NOTA

Mi scrive l’amica Aura:

Si narra che i suoi frutti erano considerati velenosi e che fossero stati portati dai turchi per uccidere i cristiani. Era stato il Padreterno, nella sua infinita bontà a renderli commestibili facendone una vera e propria leccornia per buongustai.

Il ficodindia migliore per gusto e grandezza è il cosiddetto “scuzzulato” o “bastardone”.
La sua “scoperta” si deve alla lite fra due contadini confinanti: uno dei due, per danneggiare il vicino, gli tagliò tutti i fiori per fargli perdere il raccolto. Ottenne, invece, l’effetto contrario in quanto la fruttificazione fu sì, ritardata, ma, dopo le prime piogge, si svilupparono frutti più grossi e saporiti.

Il ficodindia è diventato ormai il simbolo della Sicilia e si racconta che un noto fotoreporter degli anni Cinquanta, Natale Giaggioli, avendo notato che gli venivano comprate solo le foto di “morti ammazzati” con sfondo di ficodindia, se ne fece costruire uno di cartone che portava sempre con sé e piazzava vicino ai cadaveri prima di fotografarli.

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