Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Una versione rimata della storia di suor Gertrude: la monaca di Monza

Di Sandro Boccia

Giuseppe Molteni, Alessandro Manzoni, olio su tela, 1835, Pinacoteca di Brera.

 

SUOR GERTRUDE: LA MONACA DI MONZA

 

Il Manzoni, alieno per temperamento e per convinzione dal trattare

episodi e personaggi appassionanti, evita nel suo romanzo, di rappresentare

situazioni in cui le forze inconsce e anarchiche della creatura umana,

trovino il loro libero sfogo o ne dà un’immagine contenuta e sana

entro limiti di discussione e di buon gusto. La torbida e inquietante passione

di don Rodrigo s’intuisce attraverso l’azione stessa del romanzo

ma non ci vien presentata e descritta. Anche la rappresentazione di persone

della vita e dei casi di Gertrude rivela la misura e l’equilibrio, ben manzo,

dello scrittore che segue con indulgenza passo passo il doloroso calvario

dell’infelice. Il male compiuto dalla donna ha una sua origine chiara,

un movente sufficiente a spiegarlo se non a giustificarlo in modo vario,

ciò che esclude fin da principio una condanna severa; in ogni espressione

che il Manzoni usa per offrire al lettore la visione completa del dramma

di Gertrude, s’avverte variamente intrecciati due sentimenti con tensione:

lo sdegno per una fra le inumane consuetudini di un secolo, un diagramma

tra corruzione e immunità, così segnato da tali note negative

e un accurato accento di pietà per la sorte della vittima infelice.

La Signora di Monza, dipinto di fantasia di Giuseppe Molteni (1847)

E’ noto il modo in cui la figura di Gertrude s’innesta, senza invettive,

nella vicenda del romanzo; Agnese e Lucia, con una lettera felice

di fra Cristoforo al padre guardiano, si presentano al convento di Monza

per trovarvi rifugio sicuro non sospettando, le poverine, che sfuggite

per miracolo a un pericolo, stanno cadendo in un’insidia, come lonza,

ancor più grave e ciò per opera di un personaggio, cari lettori sentite,

che nel romanzo ha il compito di continuare l’opera malefica, iniziata

dal turpe signorotto di provincia. Ma mentre don Rodrigo, spirito ottuso,

di cocciuto orgoglio, è privo di qualsiasi capacità d’autocritica, quasi fuso,

il personaggio della Monaca di Monza vacilla paurosamente, di peso gravata

con la mente e la volontà oscurate da un delirio di sacrilega sensualità,

e non trova la forza di respingere. Un senso di colpevolezza è infatti, là per là,

presente in ogni atto o gesto di Gertrude; si sente serpeggiar nel subcosciente

tra il groviglio dei sentimenti e delle pressioni che agitano il suo spirito latente.

Mosè Bianchi – La monaca di Monza

Ella non se ne rende conto ma questo senso di colpa che pervade l’amarezza

e il sordo conflitto interiore determina la tragedia del personaggio;

quando appare dietro la grata del parlatorio la paura e il rimorso, a raggio

largo, ha già fatto breccia nella sua anima trasparendo dal suo volto bello

ma consegue, come scavato da pene e affanni, mentre la passione, ritornello

nela vita dell’infelice, che la tiene schiava, s’esterna nell’abbandono un po’

languido degli atteggiamenti. L’interesse morboso che ella prova, ben lo so,

fin dal primo momento per la persona di Lucia, e ancor più la curiosità

con cui le rivolge domande imbarazzanti, è dimostrazione del fascino

segreto, che il male suscita nel suo spirito. Sorge però naturale, ecco qua,

l’interrogativo: avrebbe lei raggiunto tali irreparabili estremi, spinta

si sarebbe sulla via del peccato se la sua natura, esuberante e avvinta

da desideri, di piaceri, avesse trovato un ambiente più rispondente

alle sue inclinazioni per poter realizzar se stessa? La risposta è avvincente

e difficile poiché possiamo avanzare due ipotesi contrarie e probanti,

Francesco Gonin – Lucia e la monaca di Monza (dalle illustrazioni per i Promessi sposi)

tuttavia si propende per la tesi più ottimistica: appare evidente, in avanti,

tutto il danno operato su di lei da questa mancata evoluzione naturale,

che avrebbe potuto forse svolgersi, senza gravi incidenti, in un ambiente

più conforme alla sua indole. I suoi problemi son ancora quelli, veramente,

che aveva all’età adolescenziale e il suo animo si è degradato, per quanto vale

sino a toccar il fondo dell’abiezione; ella si trova ormai in un vicolo chiuso,

terribilmente sola e corrosa dal male senza trovar dentro sé le risorse

sufficienti per poterlo superare così come da bambina non aveva al sopruso

trovato la forza d’opporsi. La sua psicologia non è molto mutata da quando

invidiava le compagne destinate a quella stessa vita di mondo, ove forse

anche ella si sentiva inclinata e che le era irreparabilmente preclusa. Questo

aspetto nell’evoluzione del suo temperamento la porta a ripiegarsi su se stessa,

a guardarsi soffrire, a compiangersi, a sentirsi di continuo, da gallina lessa,

rimuovere dentro l’animo la cieca ribellione verso il primo, lesto lesto,

responsabile di tanta infelicità, poi verso il destino e la vita medesima, che

le han negato i beni comuni e materiali. Conseguenze immediate di un simile

stato d’animo sono il sordo rancore perché è in possesso di quei beni, così è,

e la determinazione di vendicarsi in qualche modo, fosse pure su umili

innocenti servendosi della sua autorità; e infine l’ansia di recuperare

il tempo e le gioie che le son sfuggite abbandonandosi al peccaminoso amore

sacrilego di uno scapestrato scellerato: un breve passo ancor, un brutto affare,

sulla via del male, ossia del delitto. Fare un processo a Gertrude, sissignore,

sarebbe cosa inutile e di cattivo gusto: noi la dobbiamo accettare questa

figura di monaca, vittima del padre e della sua debole volontà;

ma queste non sono le premesse per giustificare tali terribili azioni, mesta

è la nostra visione compassionevole e penosa con lo stesso occhio manzoniano

rimanendo ammirati e rapiti a tale creazione d’arte, di sapiente e divina mano!

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