Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Uomini della Firenze del tempo di Dante

Dino Compagni

Dino Compagni, cronista di parte bianca e ammiratore di Giano della Bella, ci ha lasciato nella sua cronaca un racconto vivo e appassionato delle vicende di Firenze dal 1280 al 1311.
La sua, più che una cronaca, è un diario di chi ha partecipato di persona alle azioni che narra e, nel riandare col pensiero agli eventi passati, è riacceso dalle passioni che l’animarono quando essi si compivano.
Dino Compagni, oltre che uomo di alta tempra morale, è scrittore vigoroso e potente. I ritratti dei principali protagonisti del suo racconto sono delineati con pochi segni e con scorci mirabili. Ne diamo qualche esempio: Giano della Bella, l’uomo puro che combatte per la giustizia, il «beccaio Pecora», tipo immortale di demagogo e di trafficone.

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Giano della Bella. — Uomo virile e di grande animo, era tanto ardito, che difendeva quelle cose che altri abbandonava, e parlava quelle che altri taceva, e tutto in favore della giustizia contro a’ colpevoli: e tanto era temuto da’ rettori, che temeano di nascondere i maleficii.
I potenti cittadini (i quali non tutti erano nobili di sangue, ma per altri accidenti erano detti grandi) per sdegno del popolo molti modi trovarono per abbatterlo: e mossono di campagna un franco e ardito cavaliere, che avea nome messer Gian di Celona, potente più che leale, con alcune giurisdizioni a lui date dall’imperatore. E’ venne in Toscana patteggiato da’ grandi di Firenze, e di volontà di papa Bonifazio VIII, nuovamente creato. Ebbe carta e giurisdizione di terre che guadagnasse: e tali vi posono il suggello (per frangere il popolo di Firenze!) che furono messer Vieri de’ Cerchi e Nuto Marignolli, secondo disse messer Piero Cane da Milano, procuratore del detto messer Gian di Celona. Molti ordini dierono per uccidere il detto Giano della Bella, dicendo: percosso il pastore, siano disperse le pecore.

Un giorno ordinarono di farlo assassinare: poi se ne ritrassono per tema del popolo: per ingegno trovaron modo di farlo morire con una sottile malizia, e dissono: egli è giusto: mettiamgli innanzi le rie opere de’ beccai, che sono uomini mal feroci, e mal disposti. Tra’ quali era uno chiamato Pecora, gran beccaio, sostenuto da’ Tosinghi: il quale facea la sua arte con falsi modi e nocivi alla repubblica: era perseguitato dall’arte, perocché le sue malizie usava senza timore, minacciava i rettori e gli ufficiali, e profferivasi a mal fare con gran possa d’uomini e d’arme.

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II beccaio Pecora. — Il gran beccaio, che si chiamava il Pecora, uomo di poca verità, seguitatore di male, lusinghiero, dissimulava in dire male di lui per compiacere a altri. Egli corrompea i popolani minuti, facea congiure, e era di tanta malizia che mostrava a’ signori che erano eletti, erano per sua operazione. A molti promettea uffici, e con queste promesse gl’ingnnnava. Grande era del corpo, ardito, e sfacciato, e gran ciarlatore, e dicea palesemente chi erano i congiurati contro a Giano, e che con loro si raunava in una volta sotterra. Poco era costante, e più crudele che giusto. Abbominò Pacino Peruzzi uomo di buona fama, senza esserne richiesto. Aringava spesso ne’ consigli, e dicea, che era egli quello che gli avea liberati dal tiranno Giano, e che molte notti era ito con piccola lanterna collegando il volere degli uomini per fare la congiura contro a lui.

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