27 ottobre 1962, ore 17.00: solo il sangue freddo di un comandante sovietico evitò lo scoppio di una guerra nucleare, in quello che fu il momento più drammatico di tutta la Guerra Fredda.

Vasili Arkhipov – Fonte immagine: Wikipedia

Fino a poco più di un decennio fa si pensava che Stati Uniti e Unione Sovietica fossero arrivati a scongiurare, per una questione di giorni, l’inizio un conflitto nucleare. Invece, le due superpotenze erano state molto più vicine al disastro di quanto potessero immaginare.
Disastro scongiurato da un comandante sovietico rimasto praticamente sconosciuto: “Un ragazzo di nome Vasili Arkhipov, ha salvato il mondo”, affermò il direttore del National Security Archive degli Stati Uniti: nel 2002, quando ricorreva il 40° anniversario della “crisi missilistica”, emersero alcuni dettagli fino ad allora sconosciuti, che diedero la misura di quanto grande fosse stato il rischio che la Guerra Fredda si trasformasse in una devastante guerra nucleare.

Quei giorni tra il 16 e il 28 ottobre del 1962, furono “il momento più pericoloso della storia umana”, almeno secondo Arthur Schlesinger, che faceva parte dello staff presidenziale statunitense, e Robert McNamara, allora Segretario della Difesa, nel 2002 confermò il rischio corso: “Siamo arrivati molto vicini (alla guerra nucleare), più vicino di quanto sapessimo in quel momento“.

Dopo che gli Stati Uniti, nel 1961, avevano fallito il tentativo di rovesciare il governo di Cuba, guidato da Fidel Castro, con l’invasione alla Baia dei Porci, Nikita Chruščёv, presidente dell’Unione Sovietica, decise di intervenire.
Castro aveva chiesto agli alleati sovietici di installare delle basi per il lancio di missili nucleari, come deterrente per future (e oltremodo possibili) invasioni.

Veduta del sito missilistico di San Cristobal – Cuba

Già da diverse settimane i servizi segreti statunitensi avevano scoperto le manovre sovietiche a Cuba, che furono confermate dalle foto scattate da un aereo U-2, nelle quali si vedevano chiaramente i missili balistici posizionati nell’isola, ad appena 90 miglia dalle coste della Florida. Tuttavia, le armi nucleari non erano solo un sostegno a Castro, rappresentavano anche la risposta ai missili piazzati dagli Stati Uniti in Turchia, proprio al confine con l’URSS, e in Italia (a San Vito dei Normanni).

Kennedy, diviso tra quei consiglieri che volevano un attacco immediato a Cuba, e altri che sostenevano più prudenti “avvertimenti severi” indirizzati sia a Fidel Castro sia all’Unione sovietica, scelse una via di mezzo: il 22 ottobre ordinò una “quarantena navale” attorno a Cuba, un’azione meno drastica di un “blocco totale”, che avrebbe lasciato presupporre uno stato di guerra.
In quello stesso giorno, il presidente americano inviò a Chruščёv una lettera, con la richiesta dello smantellamento delle basi missilistiche e della riconsegna delle armi nucleari all’URSS. Gli Stati Uniti non avrebbero inoltre consentito, con la quarantena navale, l’arrivo di altre armi sull’isola caraibica. 
La risposta del premier sovietico non fu proprio accomodante: definì il “blocco navale” un atto di aggressione, ma fece comunque allontanare alcune navi, mentre altre, che non trasportavano materiale bellico, ebbero il permesso di passare.

Nei giorni successivi ci furono frenetici tentativi di mediazione (anche da parte italiana e dell’allora pontefice Giovanni XXIII), finché, quando pareva che la situazione fosse destinata a un epilogo disastroso, fu raggiunto un accordo: i sovietici accettavano di smantellare le basi missilistiche, ma gli Stati Uniti dovevano formalmente impegnarsi a non tentare mai più di invadere Cuba. C’era poi un accordo segreto, con il quale gli Stati Uniti accettavano di rimuovere i missili nucleari dalla Turchia. Era il 28 ottobre 1962: quel giorno il mondo tirò un sospiro di sollievo, che sarebbe stato molto più profondo se si fosse saputo che in realtà la guerra nucleare era stata evitata per un soffio, grazie a un uomo che è rimasto fuori dai libri di storia.

Vasili Arkhipov (1926-1998) era il vicecomandante del sottomarino B-59, inviato ai Caraibi per proteggere le navi che trasportavano a Cuba i missili nucleari. Il 27 ottobre il sommergibile fu localizzato dai cacciatorpedinieri della Marina Militare degli Stati Uniti, che iniziarono a lanciare delle cariche esplosive di profondità, non distruttive ma di segnalazione. Gli americani non sapevano che il B-59 era armato di un siluro nucleare, e che oltretutto l’equipaggio non era in contatto con il proprio comando già da diversi giorni.

Il sottomarino sovietico B-59 nelle acque dei Caraibi

A bordo la situazione era letteralmente incandescente, per due motivi: l’impianto di condizionamento dell’aria era fuori uso (caldo insopportabile ed elevati livelli di anidride carbonica), e soprattutto nessuno sapeva se lassù, sulla terraferma, fosse già scoppiata la guerra. Quando il sommergibile iniziò a essere scosso dalle cariche di profondità, il comandante Savitsky pensò di non aver altra scelta se non quella di lanciare il siluro nucleare: “Li faremo esplodere ora! Moriremo, ma li affonderemo tutti. Non diventeremo la vergogna della flotta”.
Per fortuna, la devastante arma nucleare poteva essere usata solo se i tre ufficiali più alti in grado – Savitsky, Arkhipov e Maslennikov (un funzionario politico) – fossero stati concordi nella decisione di procedere con il lancio. Maslennikov approvò, ma Arkhipov si oppose. Riuscì a convincere il comandante a emergere, per attendere ordini da Mosca. Una volta in superficie, il B-59 non subì altri attacchi e riuscì ad allontanarsi.
Se su quel sommergibile non ci fosse stato Vasili Arkhipov, probabilmente sarebbe iniziato un devastante conflitto nucleare, le cui conseguenze sono immaginabili solo ricordando qual è stato il destino di Hiroshima e Nagasaki.

Vasili Arkhipov, un eroe sconosciuto – Fonte immagine: Wikipedia

Vasili Arkhipov, con una decisione che oggi sembra scontata ma che, per un militare di carriera all’interno di un sottomarino immerso nell’Atlantico non lo è affatto, è un uomo che ha condizionato il destino del mondo, anche se rimane ancor oggi sconosciuto ai più.
Morì di cancro (conseguenza dell’incidente sul K19 del Luglio 1961) nel 1998, molto prima che il suo gesto divenisse noto pubblico.

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articolo di Annalisa Lo Monaco
fonte: vanillamagazine.it

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