San Giuseppe da Copertino é forse meno noto di altre figure presenti nel calendario Romano, e tuttavia la sua figura é estremamente suggestiva: il santo che levitava! Un santo della semplicità e della preghiera, un santo dell’estasi mistica e della purezza di cuore. 
San Giuseppe (Giuseppe Maria DESA) nacque a Copertino nel 1603, dopo aver trascorso la sua fanciullezza e la sua adolescenza in maniera semplice ed innocente diventando membro dell’ordine di Frati Francescani Minori.
Sua madre lo considerava un impiastro e lo trattava duramente, era lento nell’apprendere e spesso con la testa tra le nuvole, costantemente a gironzolare senza alcuna meta e senza nulla fare, aveva anche un pessimo carattere e per questo motivo non era ben voluto. 
Cercò di apprendere l’arte dei commerci ma fu un fallimento. Chiese di essere ammesso al convento dei Frati Francescani, ma fu respinto; ebbe maggior successo con i Frati Cappuccini ma, dopo qualche mese di noviziato fu mandato via perché incapace di qualsiasi cosa, e dimenticava ogni cosa che gli veniva detta.
Sua madre non fu certo contenta di riaverlo a casa, ormai diciottenne, così finalmente riuscì a farlo ammettere al convento dei Frati Francescani come addetto alle stalle, durante quel periodo il giovane Giuseppe subì un cambiamento, divenne gentile, attento nel lavoro ed iniziò ad avere successo nelle sue attività.
Per i risultati raggiunti gli venne presentata la possibilità di essere accolto nell’ordine a pieno titolo, dovette pertanto iniziare a studiare per prendere i voti, ma nonostante l’impegno profuso i libri non erano il suo forte; fortunatamente l’esaminatore gli chiese l’unica cosa che conoscesse bene e fu promosso.

Dio iniziò a operare per il tramite di Giuseppe strabilianti miracoli. Per oltre 70 volte la gente lo vide levitare mentre pregava o era rapito dall’estasi mistica; divenne famoso per i suoi miracoli. 

San Giuseppe di Copertino in una incisione del 18° secolo. – Wikipedia, pubblico dominio

Celebre è il volo spiccato presso la Chiesa delle Clarisse. Giuseppe, presente ad una vestizione di giovani monache, al canto dell’antifona “Veni Sponsa Christi”, attratto da quella melodia, si avvicinò al Padre Predicatore, lo prese per il braccio e, dopo aver girato con lui attorno alla Chiesa, spiccò in volo portandoselo fin quasi alla sommità del soffitto. Il poveretto, non abituato a simili acrobazie, poco manco che non svenisse dallo spavento.
Le estasi e i voli suscitarono grande entusiasmo tra i confratelli e tra la gente.
A Giovinazzo la sua presenza fu oggetto di una tale venerazione che nobiltà e clero pregarono il provinciale per riavere nuovamente il santo al suo ritorno da Matera. 
Ma, dopo il volo nella cattedrale dinanzi al Santissimo Sacramento e l’altro avvenuto nella Chiesa di San Giovanni Battista, alcuni esponenti del clero e della nobiltà fecero accusare formalmente dal Sant’Uffizio di Napoli il frate di Copertino per truffa.

Dal Convento di S. Lorenzo Maggiore si avviava verso il tribunale, sconvolto dalla fredda accoglienza dei confratelli e atterrito dalla fama di severità del Tribunale. 
Fu necessario che s. Antonio di Padova gli apparisse al fianco e lo consolasse accompagnandolo fino alla soglia del palazzo. 
Dopo tre interrogatori, durante i quali non mancò di sollevarsi in estasi, fu assolto pienamente; gli fu imposto solamente di presentarsi al Padre Generale, a Roma, perché gli trovasse un convento raccolto e di osservanza.

Intanto, la fama che un santo abitava a S. Lorenzo Maggiore, commosse la brillante e gaia nobiltà napoletana e la processione di cavalieri e di dame sembrava non dovesse più terminare. 
L’incontro col suo «amato» Superiore non fu molto cordiale. Non è sempre piacevole per un moderatore Supremo vedersi giungere uno dei suoi 25.000 frati con una commendatizia del S. Ufficio. Ma le prevenzioni scomparvero come erano venute. 
Il cardinal Lante, protettore dell’Ordine e l’alta aristocrazia romana, lo visitavano continuamente, ammirati e curiosi. 
Giseppe fu presentato al Pontefice Urbano VIII e fu tanta la sua intima commozione  di trovarsi dinanzi al Vicario di Cristo che spiccò un volo gridando e sollevandosi al di sopra della corte papale. Urbano VIII ordinò che fra’ Giuseppe fosse inviato presso il Sacro Convento di Assisi.

Giunse in Assisi l’ultimo di aprile. La felicità di visitare la tomba del Padre Serafico gli faceva prospettare un’accoglienza festosa dal suo antico Provinciale, eletto nel frattempo Custode del Sacro Convento. Invece la croce si aggravava. 
Il nome del Tribunale pareva creargli intorno freddezza e timore. Ed era il punto più delicato del suo animo. Un intimo sconforto lo prese, una nostalgia dei luoghi nativi, della «Mamma sua». Pregava, si flagellava perché il Signore lo riportasse laggiù. Ma dopo la prova degli uomini veniva la prova di Dio. 
Seguirono due anni di aridità spirituale, senza estasi, senza locuzioni intime. 
Quando la voce interna si riaccese, era ancora nella tristezza. «Che vuoi? che cerchi? Non sono io qua come là?». La voce era di Gesù e si consolò. 
Il padre Generale Berardicelli, per accontentare di nuovo la nobiltà e per dargli qualche soddisfazione, lo chiamò a Roma per la quaresima. 
Una deputazione di Copertinesi intanto era venuta per «reclamarlo». Gli portarono per regalo una copia della Madonna della Grottella. «Ah! Mamma mia» – esclamò non appena la vide, e volò in estasi. «La Madonna è venuta qua da me, è segno che io non ho più da tornare al paese» . Ed era profeta. 
La pace e la serenità non lo abbandoneranno mai più. Le estasi, i voli, le scrutazioni dei cuori, le profezie si moltiplicheranno fuori misura. Dal suo corpo un profumo divino emanava continuamente. E Assisi diventava mèta di pellegrinaggi. Fu il campo del suo apostolato per 13 anni. Gli ordini non erano molto severi: Cardinali e vescovi, principi e principesse, cavalieri e dame, religiosi e sacerdoti ottenevano facilmente di avvicinarlo. E il povero Fra Giuseppe, il Buono a nulla, consigliava, prediceva, spiegava con una mirabile semplicità. La Ven. Infanta Maria di Savoia lo frequentava con devozione. Il luterano principe di Brunswich si convertì assistendo alla sua Messa. Dietro suo consiglio, il principe Casimiro Waza abbandonò il Noviziato dei Gesuiti per il trono del Regno polacco. 

Un ordine del Papa Innocenzo X troncò ogni cosa. L’inquisitore di Perugia venne a prelevarlo per condurlo a Pietrarubbia, uno sperduto convento fra i monti di Carpegna (Pesaro), dove lo attendevano i Padri Cappuccini. Gli fu tolto l’abito cenerino per il saio marrone e assegnata una piccola stanza. 
Ordini severi erano stati rilasciati: non scrivere a nessuno, non parlare con nessuno, non rivelare la sua presenza. Le relazioni personali dovevano restringersi ai soli frati.
Ma la notizia si sparse. E all’alba, quando il santo scendeva per la Messa, la folla assaliva la Chiesa ancora serrata, perforava il legno delle porte, scoperchiava i tetti, diroccava il muro, pur di vederlo. La situazione evidentemente non poteva durare.
Al nuovo ordine obbedì prontamente.«Ci sarà Gesù Crocifisso dove mi portate?». «Padre, sì» – gli risposero.«Allora, andiamo allegramente. Il Crocifisso ci aiuterà». La meta: Fossombrone (Pesaro), un altro convento dei Cappuccini, situato su di un colle scosceso, distante dalla città. Per obbedire più allo spirito che alla lettera delle disposizioni del S. Ufficio, tutto ciò non impediva evidentemente che si sapesse la sua dimora e chi ricorreva alle sue preghiere continuava a ottenere favori. Quattro anni quasi visse fra i Cappuccini. 

Il 7 gennaio del 1655, entrando nella cappellina, si rivolse improvvisamente al fratello laico: «Preparate da morto – disse – ché in questo momento è spirato il Papa!». Moriva infatti in quell’ora Innocenzo X. Succedeva Alessandro VII, già Vescovo di Nardò. 

Le suppliche dei suoi confratelli Conventuali e l’interessamento del cardinal Bichi, Vescovo di Osimo e nipote del nuovo Papa, ottennero il desideratissimo favore. Mediante un decreto del Santo Ufficio (12 luglio 1656), il Papa restituiva il santo all’Ordine. La segretezza del trasferimento ad Osimo fu perfetta.

Ludovico Mazzanti – S. Giuseppe da Copertino si eleva in volo alla vista della Basilica di Loreto. – Wikipedia, pubblico dominio

Timorosi di entrare in città di giorno, deviarono per la pianura del Musone fino all’osteria del Padiglione da dove proseguirono per la tenuta «Benedizione», un possesso del convento di Osimo. Una lunga luce di angeli che saliva e scendeva dal cielo, colpì Giuseppe. Chiese cosa fosse quella cupola lontana. Al sentire il nome di Loreto e della Casa della Vergine, emise un grido di gioia e dal ballatoio della casa del contadino volò in alto fin sopra un albero finché l’obbedienza non lo richiamò a terra. Nella tarda sera del 9 luglio 1657 fu introdotto segretamente in città e in convento. 

Nelle tre camerette adattate per lui, visse sei anni e tre mesi, in lieta conversazione con i suoi fratelli di religione. Poche persone ricevette premunite di permessi e di firme. Non visitò il Convento e la Chiesa che una sola volta e di notte. Nell’orticello adiacente al suo oratorio non scese che poche volte, timoroso di essere osservato dalle abitazioni circostanti. Nel corridoio e nelle stanze dei frati non entrò che per visitare i confratelli ammalati. Eppure la sua anima piena di Dio non conteneva la gioia. Confessava di non essersi trovato bene in nessun posto come in Osimo. Le estasi, i voli, i rapimenti si ripetevano al solo nome di Gesù e Maria. La Messa non durava meno di due ore, rapito come era dal mistero d’amore del suo Dio. Ma ormai l’«asinello» iniziava la salita dell’ultimo monte.

Cantava: 
«Gesù, Gesù, Gesù,
deh,, tirami lassù;
lassù in paradiso
ché là godrò il bel viso;
là ti potrò più amare
e con gli Angeli lodare». 

Il 15 agosto del 1663 celebrò la sua ultima Messa. Da tempo sopportava la malattia senza incomodare nessuno. Ma ormai la febbre vinceva chiudendolo nell’ultima stanzetta. Il 12 settembre, quando gli portarono il Signore per viatico, volò dal letto fino alla porta della stanza per riceverlo. E predisse : «Il giorno che non riceverò il Pecoriello, morirò». Informarono il cardinal Bichi della malattia. Quando ne giunse la risposta con la Benedizione Papale, Giuseppe non riusciva a stare in sé dalla gioia. «Queste son grazie troppo singolari – diceva – che mi fa Dio, mentre muove un Pontefice a mandare la sua Benedizione ad un povero fraticello come sono io. Oh! quanto è buono, quanto è misericordioso il nostro Dio. Volle assolutamente alzarsi e, recitate le Litanie della Vergine, ricevette il dono del Papa col cingolo al collo. 

L’agonia si ebbe la sera del 18 settembre 1663. Si dispose come un morto, le mani sul petto e gli occhi fissi in alto. Mano a mano che rispondeva alle preghiere dei moribondi, una intima letizia ne illuminava il volto pallido. Sembrava ridesse per troppo piacere. A notte alta, sorrise ancora due volte e spirò. – La folla che egli miracolosamente conosceva e che aveva beneficato con le sue preghiere, assaliva ora il convento per vedere il Santo. Occorse deporlo in sacrestia dietro una barricata di travi e di tavole, perché la moltitudine che riempiva la Chiesa avesse modo di sfollare nel chiostro adiacente. E fu necessario atterrirla con una scomunica per salvare qualcosa della tonaca e del corpo dalla… furiosa venerazione. Il pellegrinaggio durò fino a tarda notte. Lo seppellirono dinanzi all’altare dell’Immacolata, che nell’antica chiesa era situato a sinistra dell’altare maggiore, presso il campanile. Fu beatificato da Benedetto XIV il 24 febbraio 1753 e dichiarato Santo da Clemente XIII il 16 luglio 1767.


San Giuseppe da Copertino è il santo patrono degli aviatori, dei viaggiatori, degli studenti (ed ovviamente della Apple Computer Inc. di Cupertino in California).

Sì dice che la vita del santo sia stata caratterizzata da rapimenti estatici e levitazioni e la semplice mansione del nome di Dio era sufficiente a fargli perdere il contatto con la realtà, durante le funzioni religiose gli accadeva spesso di fluttare nell’aria, la gente accorreva numerosa cercando aiuto e consiglio. Condusse molti viaggi e, tra numerosi pericoli, la sua opera di evangelizzazione produsse innumerevoli conversioni alla vita cristiana..

Statua del santo nella Basilica della Madonna della Neve a Copertino. – Wikipedia, pubblico dominio

Ricordiamo “la visione” sulla Santa Casa di Loreto che ebbe San Giuseppe da Copertino, proprio “il santo dei voli” (… e questo santo come faceva a “volare”, quasi quotidianamente?…). San Giuseppe, dopo lunghi anni di peregrinazione (a Napoli, Roma, Assisi, Fossombrone e Pietrarubbia, nelle Marche), giunto in una casa colonica presso Osimo (il 10 luglio del 1607),  volle salire sul terrazzo per ammirare il panorama. 
Si affacciò al suo sguardo il Santuario di Loreto – lì di fronte – e San Giuseppe ebbe una splendida visione: vedeva angeli che salivano e scendevano dal Cielo, osannando alla Casa di Nazareth, dove la Madonna aveva concepito il Bambino e, dopo aver portato le preghiere dei pellegrini in Cielo, ve ne ritornavano riportando a loro “le grazie richieste”, che Dio, per l’intercessione di Maria, concedeva loro. Poi egli spiccò un volo e andò a posarsi su un mandorlo. Il volo e l’estasi che ne seguirono furono interrotti dal Padre Segretario Generale che, insieme con altri confratelli, era lì presente e comandò al Santo di rientrare in sé… 
Questa è “storia”, non “favole” o “leggende”!…

 

 

Briciole di sapienza di san Giuseppe da Copertino…

  • “Si deve fare come gli uccelli che toccano terra solo per prendere cibo, ma poi, subito, volano in alto; fermarsi poco e solo per necessità sulle cose terrene e poi stare in alto per lodare e benedire Dio”
  • “Ha fede solo chi ama, e non può esistere grande amore se non c’è una sì grande fede”
  • “Non è felice chi è ritenuto tale dagli altri, ma solo chi ha la vera felicità nel cuore, e non vi è altra felicità che avere Dio nel cuore”
  • “Chi vuole in sé il fuoco dell’amore di Dio deve scacciare da sé il fumo delle cose del mondo”
  • “Lascia che il Signore abbia cura di te; Egli sa ciò che fa, perciò tu non puoi far altro di meglio che lasciarlo fare”
  • “Siate sempre sereni, non dubitate. Sperate in Dio, ma davvero! Egli è fedele a coloro che l’invocano con cuore sincero”.
  • “Amore e carità – è una gran felicità.
    Chi ha amore e carità – è felice e non lo sa”
  • “I Santi non si fanno in paradiso, si fanno in terra, e poi vanno in Paradiso”
  • “La candela da poco spenta si riaccende subito. Così succede al peccatore che ha sbagliato, ma si pente subito.”

 

Stralcio testo tratto dalla pagina: centrosanmichelearcangelo.blogspot.com sulla quale vi suggerisco di continuare la lettura…