Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

La stele di Rosetta

Il 2 luglio 1798 l’esercito francese sbarcò in Egitto, al comando di Napoleone Bonaparte. L’Egitto era alleato dell’Inghilterra e l’imperatore francese tentava con questa spedizione di colpire duramente la sua mortale nemica. 
Al seguito dell’imperatore viaggiavano scienziati con l’incarico di scoprire e studiare i resti delle antiche civiltà egiziane. 

Stelerosetta2Un giorno d’agosto del 1799, Pierre Francois Xavier Bouchard, un ufficiale francese, stava eseguendo degli scavi per la costruzione del forte Julien in una zona vicino la città di Rosetta. Durante gli scavi viene portata alla luce una tavoletta con delle incisioni misteriose. Incuriosito ordina di trasportare la tavoletta in un luogo in cui degli esperti venuti al seguito di Napoleone potessero studiarla con calma. A prima vista si nota come nella parte bassa della pietra vi sono delle incisioni greche, nella parte centrale in carattere demotico, lingua corsiva degli egizi già parzialmente nota, mentre in alto vi sono dei geroglifici.

Gli ellenisti che conoscono bene il primo testo capiscono immediatamente che questo è la traduzione degli altri due. Non era altro che un decreto emesso da un faraone, Tolomeo V Apifane che aveva governato nel 196 avanti Cristo. Questa scoperta avrà ripercussioni incredibili sul futuro dell’archeologia. Infatti prima di tale scoperta il problema principale degli archeologici di fronte a scoperte egiziane, era proprio il non comprendere i geroglifici. Non potevano ne datare ne attribuire ai vari faraoni la paternità di templi e tombe. Con la stele di Rosetta tutto ciò risulterà possibile. 
Purtroppo però per i francesi la scoperta fu loro ma la tavoletta fu portata a Londra in Inghilterra. Napoleone abbandonò le sue truppe ad una sconfitta certa e anche se il generale francese Menou caricò la stele su una delle navi francesi il plenipotenziario Hamilton la scoprì e la caricò su una nave diretta a Londra. 
Menou di questa stele fece vari calchi e uno di questi arrivò nelle mani di Champoleon che decise di mostrarla ad un suo cugino quindicenne: Champollion.

La pietra in basalto nero di Rosetta, grande quanto la ruota di un carro, venne alla luce il 19 luglio 1799. Mostra tre sezioni di scrittura: nella parte superiore ci sono 14 righe in geroglifico: 22 in demotico nella parte centrale e 54 righe in grafia maiuscola greca nella parte più bassa. Confrontando una copia dei tre testi, un diplomatico svedese esperto di lingue orientali, Akerbald, dimostrò che i nomi dei re, nella parte greca, comparivano nella stessa posizione nel testo demotico e avanzò con una certa sicurezza l’ipotesi che le tre sezioni fossero la traduzione di un unico testo: un protocolla del collegio sacerdotale di Menfi, datata 27 marzo del 196 a.C., che esaltava Tolomeo V Epifane per la sovvenzione accordata a un tempio.
Fu una benedizione che in epoca tolemaica, quando le funzioni di governo erano tutte affidate a greci e greca era la lingua ufficiale, gli atti pubblici avessero pubblicazione bilingue, in egizio e in greco. La Stele di Rosetta sembra una facile porta d’accesso alla lingua egiziana, dal momento che una delle tre iscrizioni è nella lingua greca ben conosciuta. Non tutto però risultò essere così facile, infatti i geroglifici si presentarono con troppi segni per essere una scrittura alfabetica e troppo pochi invece per esprimere una scrittura ideografica. 

Leon Cogniet - Ritratto di Jean-Francois Champollion

Leon Cogniet – Ritratto di Jean-Francois Champollion

In questo clima di incertezza e di mancati progressi nella decodificazione della Stele si inserì il giovane Champollion. Come molti giovani dell’epoca Champollion non studiò a scuola ma venne seguito da un precettore che lo avvicinò a molte materie linguistiche. Uno dei suoi sogni fu proprio quello di decifrare la lingua egiziana e dare un ordine alla storia egizia. 
Il suo lavoro però, come del resto quello dello scienziato inglese Thomas Young e dello svedese Akerblad, andava molto a rilento. Uno dei grossi problemi che dovette incontrare fu quello politico. Sostenitore di Bonaparte quando quest’ultimo venne spedito sull’isola d’Elba, cadde in disgrazia. 
Trasferitosi a Parigi, non mollò, e con grande interesse seguì gli sviluppi dei suoi concorrenti, il più temuto fu proprio l’inglese Young che dalla sua ebbe una grande preparazione. Dopo vent’anni nessuno dei tre, tra cui anche lo svedese Akerblad, fu in grado di risolvere l’enigma della Stele di Rosetta. Il punto critico che accomunò tutti fu il capire se la scrittura egizia era fonetica o ideografica, esprimeva un suono o un’idea ?

Il clima tra gli scienziati era incandescente, per capire il livello di tensione basta leggere le poche righe di questa lettera:
Io penso, signore, che voi siate più avanti e che voi leggiate una gran parte, almeno, del testo egizio. Se ho un consiglio da darvi, è quello di non comunicare troppo le vostre scoperte a Monsieur Champollion. Potrebbe accadere che ne pretendesse in seguito la priorità. Egli cerca in più punti della sua opera di far credere che abbia scoperto molte parole dell’iscrizione di Rosetta. Temo che si tratti di ciarlataneria e ho buone ragioni di pensarlo.
Questa lettera era indirizzata all’inglese Thomas Young. 
Chi la scrisse? Si potrebbe pensare ad un acerrimo nemico ed invece con grande stupore fu scritta dallo stesso maestro di Champollion: Sylvestre de Sacy.
Finalmente arriviamo al fatidico 14 Settembre del 1822. Champollion ebbe un’intuizione geniale: e se i geroglifici fossero un insieme di segni fonetici e ideografici? Corse dal fratello con un fascio di carte gridando “Je tiens l’affaire” (ho trovato la soluzione).

Una foto della Stele di Rosetta, in un alto contrasto, formato leggibile - British Museum

Una foto della Stele di Rosetta, in un alto contrasto, formato leggibile – British Museum

Confrontando una copia dei tre testi, un diplomatico svedese esperto di lingue orientali, Akerbald, dimostrò che i nomi dei re, nella parte greca, comparivano nella stessa posizione nel testo demotico e avanzò con una certa sicurezza l’ipotesi che le tre sezioni fossero la traduzione di un unico testo: un protocolla del collegio sacerdotale di Menfi, datata 27 marzo del 196 a.C., che esaltava Tolomeo V Epifane per la sovvenzione accordata a un tempio in occasione del primo anniversario della sua incoronazione. Il testo riporta tutti i benefici resi al paese dal re, le tasse da egli abrogate, e la conseguente decisione del clero di erigere in tutti i templi del paese una statua in suo onore, e statue d’oro da collocare accanto a quelle degli dei, e di indire festeggiamenti in onore del re. Stabilisce inoltre che il decreto sia pubblicato nella scrittura delle parole degli déi (geroglifici), nella scrittura del popolo (demotico) e in greco. La parte greca inizia così: Basileuontos tou neou kai paralabontos tén basileian para tou patros… (Il nuovo re, avendo ricevuto la monarchia da suo padre…)

Champollion intuì che il cartiglio (parte di testo circondata ed evidenziata da una linea) nel testo geroglifico conteneva il nome del faraone, ed era riportato allo stesso modo nel testo greco sottostante. Dopo molti anni di faticoso e duro lavoro, mediante accurati confronti con altri testi, lo studioso fu in grado, nel 1822, di decifrare i geroglifici basandosi su un’altra lingua utilizzata nel tardo egizio: il copto. Ad ottenere il merito fu una successiva scoperta avvenuta nel 1815, quando furono rinvenuti nell’isola di Philae, due piccoli obelischi: erano una seconda stele in quanto vi era inciso il doppio testo geroglifico e greco; inoltre vi compariva il nome di un altro faraone Tolomeo (Evergete II) con la consorte Cleopatra III. Lo scienziato, leggendo il testo greco, aveva notato che per otto volte ricorreva un anello ovale chiamato cartiglio, contenente numerosi geroglifici e comprendente due segni che non vengono letti: uno determinativo che indica la categoria maschile o femminile cui il nome appartiene e un altro indicante la desinenza dello stesso.

Champollion mise in ordine le lettere del nome riportato, osservando la posizione degli ideogrammi, sotto i corrispondenti segni del cartiglio e potè comprendere ad ogni segno quale lettura del nostro alfabeto corrispondessero. Lo stesso fece per Cleopatra, l’altro nome raffigurato. Percepì dunque che per ciascun geroglifico non corrispondeva necessariamente una parola; inoltre essi non erano pittogrammi o ideogrammi in quanto non rappresentavano esclusivamente oggetti o concetti ma all’interno di un identico testo, essi, potevano avere sia valore simbolico sia fonetico. 
Proseguendo Champollion, trascrisse un alfabeto che pubblicò in seguito: Le Lettre à M. Dacier. Le basi per la nascita di una moderna scienza dell’egittologia sono poste.

Nel 1824 Champollion scrisse un libro con le sue scoperte. Nel 1825 visita l’Italia e copia i testi dei geroglifici contenuti a Torino, subito si accorse però che il materiale a sua disposizione non era sufficiente per migliorare le sue conoscenze. Insieme a Ippolito Rosellini, erudito toscano appassionato delle scoperte di Champollion, partì per l’Egitto, i due viaggiarono prendendo appunti e disegnando le pitture murali dell’Antico Egitto. Al suo rientro vennero infine riconosciute le sue capacità. Eletto membro dell’Academie venne creata apposta per lui una cattedra di egittologia al College de France. 
Di li a poco il troppo lavoro minò irreparabilmente il suo fisico; morì giovanissimo a Parigi a soli 42 anni.

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