
Beato Pino Puglisi – Wikipedia, pubblico dominio

A destra un giovanissimo Pino Puglisi con il cardinale Ernesto Ruffini – Wikipedia, pubblico dominio
Giuseppe Puglisi nacque a Palermo il 15 settembre 1937, nel quartiere popolare di Brancaccio, da una famiglia semplice e laboriosa: il padre Carmelo era calzolaio, la madre Giuseppina sarta.
Trascorse l’infanzia tra le botteghe e le strade polverose di un rione già segnato dalla presenza mafiosa. Fin da ragazzo alternava gli studi al lavoro: aiutava il padre a inchiodare le suole e faceva consegne per la madre. In casa regnavano la povertà e la fede, e proprio nella parrocchia di San Giovanni Bosco, dove frequentava l’Azione Cattolica, maturò la sua vocazione.
Nel 1953 entrò nel Seminario Maggiore di Palermo. Era uno studente rigoroso e riflessivo, con una curiosità particolare per la matematica, che insegnò anche per un periodo al Seminario Minore. In quegli anni affinò una dote che lo avrebbe distinto per tutta la vita: l’ascolto. Non solo quello spirituale, ma quello umano, profondo, che sa cogliere la fatica e la speranza di chi gli sta davanti.
Fu ordinato sacerdote il 2 luglio 1960 e celebrò la prima messa nella chiesa di Don Bosco. Sull’immaginetta-ricordo scrisse il suo programma di vita:
“O Signore, che io sia strumento valido nelle tue mani per la salvezza del mondo.”
Iniziò come viceparroco al Santissimo Salvatore, nel quartiere di Settecannoli, e rettore della chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi. Si occupava di tutto: amministrazione, catechesi, giovani, famiglie. Ogni persona era per lui una storia da accogliere.
Nel 1967 fu nominato aiuto-parroco a Mondello e cappellano dell’orfanotrofio “Franklin Delano Roosevelt”, dove si confrontò con il disagio e la ribellione dei ragazzi degli anni della contestazione. Anche lì, con pazienza e tenacia, seppe guadagnarsi rispetto e fiducia, dialogando con tutti, anche con chi vedeva nella Chiesa un nemico.
Nel 1970 fu inviato come parroco a Godrano, piccolo paese delle montagne palermitane, lacerato da una feroce faida familiare. Don Pino scelse di affrontare quella violenza con l’unica arma che conosceva: la fraternità. Aprì un doposcuola serale per i ragazzi che di giorno lavoravano nei campi, organizzò incontri e momenti di preghiera, ma soprattutto ascoltò. La sua presenza mite ma ferma contribuì a sanare le ferite del paese: le famiglie si riavvicinarono, la pace tornò a sembrare possibile.
Negli anni di Godrano, Puglisi restò legato a Palermo, dove animava gruppi giovanili e progetti di volontariato. Il suo motto, “Sì, ma verso dove?”, diventò un invito costante alla responsabilità: cercare Cristo significava, per lui, scegliere con coscienza la propria strada nel mondo. Non accettò mai doni personali: tutto ciò che riceveva lo destinava ai ragazzi.
Dal 1978 insegnò religione al liceo classico Vittorio Emanuele II. Le sue lezioni erano dialoghi aperti, occasione per riflettere su giustizia, povertà, dignità. Ai giovani chiedeva di non restare indifferenti, di guardare alla realtà che li circondava.
Nel 1991 tornò a Brancaccio come parroco di San Gaetano, e in pochi anni trasformò la parrocchia in un punto di riferimento per l’intero quartiere.
Fondò il Centro Padre Nostro, una casa di accoglienza per anziani, malati e ragazzi di strada. L’obiettivo era chiaro: opporre alla cultura mafiosa una cultura dell’amore, della legalità e della solidarietà concreta.
Brancaccio, allora, era un territorio dominato dai clan dei Graviano. Mancavano scuole, spazi pubblici, centri sociali. Don Pino chiese a gran voce interventi alle istituzioni e coinvolse i cittadini in un percorso di riscatto. Ma quel risveglio civile minacciava gli interessi mafiosi: cominciarono intimidazioni, aggressioni, lettere anonime, e persino un attentato incendiario contro la chiesa.
Nonostante tutto, il sacerdote continuò con il sorriso, predicando la forza del dialogo. Diceva ai mafiosi:
«Venite in chiesa alla luce del sole discutiamone. La violenza genera solo altra violenza.»
Solo una volta perse la calma, tuonando dal pulpito: «Chi usa la violenza non è un uomo, ma un animale.»
Non si considerava un eroe, né un “prete antimafia”. Si definiva semplicemente un prete, chiamato ad annunciare il Vangelo là dove la speranza sembrava estinta.
Nel luglio del 1993, in un’intervista al Giornale di Sicilia, denunciò l’abbandono di Brancaccio: «Niente scuola media, niente asilo, niente spazi verdi. Solo degrado. Ma noi non ci arrendiamo».
Invocava la collaborazione di tutti, anche di chi lo ostacolava: «Chi usa la violenza non è un uomo. Si riappropri della propria umanità.»
Il 15 settembre 1993, giorno del suo 56º compleanno, rientrando a casa, fu assassinato da un commando di Cosa Nostra.
Quando uno dei killer gli sussurrò: «Padre, questa è una rapina», lui sorrise e rispose: «Me l’aspettavo».
Quel sorriso disarmò persino i suoi assassini.
Anni dopo, i processi riconobbero come mandanti i fratelli Graviano e condannarono gli esecutori materiali. La sentenza della Corte d’Assise descrisse Don Pino come «una spina nel fianco del potere mafioso, un prete lucido e disincantato ma mai disilluso, che aveva scelto di stare accanto ai deboli e di smascherare la cultura dell’omertà».
Il 25 maggio 2013, sul lungomare del Foro Italico di Palermo, la Chiesa lo proclamò Beato Giuseppe Puglisi, martire della fede e della giustizia.
La sua memoria liturgica si celebra ogni anno il 21 ottobre, giorno del suo Battesimo: segno che la sua vera nascita non fu solo quella terrena, ma quella spirituale, vissuta nel dono totale di sé.
La vita di Don Pino Puglisi è una parabola di coraggio gentile. La sua forza non fu quella della denuncia gridata, ma del dialogo ostinato; non della rabbia, ma del sorriso. Nella Palermo degli anni più bui, mostrò che la fede può farsi impegno civile e che la vera rivoluzione nasce dall’educazione, dall’ascolto e dalla speranza. La sua morte non chiuse una storia: la moltiplicò in migliaia di vite che ancora oggi, nel suo nome, scelgono la luce al posto della paura.
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