
Disegno ad acquerello della stele Göbekli Tepe – Wikipedia, pubblico dominio
Per lungo tempo si è ritenuto che la scoperta della precessione degli equinozi, il lento e impercettibile mutamento dell’orientamento dell’asse terrestre che modifica, nel corso dei millenni, la posizione apparente delle stelle, fosse una conquista esclusiva dell’astronomia greca.
Nuove ricerche, tuttavia, stanno mettendo in discussione questa convinzione, spingendo l’origine di tale consapevolezza molto più indietro nel tempo, fino alla preistoria.
Analizzando pitture rupestri e manufatti artistici risalenti anche a quarantamila anni fa, due studiosi britannici hanno avanzato l’ipotesi che le popolazioni paleolitiche e neolitiche possedessero una conoscenza del cielo sorprendentemente sofisticata. Alcune delle più antiche opere d’arte del mondo non sarebbero semplici raffigurazioni di animali selvatici o scene rituali, ma veri e propri codici simbolici legati all’osservazione astronomica.
In un articolo pubblicato sull’Athens Journal of History, Martin Sweatman dell’Università di Edimburgo e Alistair Coombs dell’Università del Kent illustrano i risultati di un’analisi condotta su dettagli iconografici di reperti provenienti da siti archeologici della Turchia, della Spagna, della Francia e della Germania. Nonostante la distanza geografica e temporale, in alcuni casi separata da decine di migliaia di anni, gli autori hanno individuato un sorprendente elemento comune: l’uso dello stesso metodo di “calcolo della data”, basato su conoscenze astronomiche avanzate.

Precessione dell’asse terrestre – Wikipedia, autore immagine: Ereenegee rilasciata con licenza CC BY-SA 3.0
Secondo lo studio, i simboli animali incisi o dipinti non rappresenterebbero fauna reale, ma costellazioni del cielo notturno. Attraverso queste immagini, le comunità preistoriche avrebbero registrato date precise e commemorato eventi eccezionali, come l’impatto di comete sulla Terra. Ciò implicherebbe che già in epoche remotissime gli esseri umani fossero consapevoli del lento slittamento delle stelle nel corso dei millenni, un fenomeno causato dalla variazione graduale dell’asse di rotazione terrestre.
Tradizionalmente, la scoperta di questo fenomeno, noto come precessione degli equinozi, viene attribuita agli astronomi dell’antica Grecia. Eppure, i dati presentati da Sweatman e Coombs suggeriscono che tale conoscenza fosse già presente in un’epoca in cui i Neanderthal si stavano estinguendo e forse ancor prima che l’Homo sapiens si stabilisse definitivamente nell’Europa occidentale. In base alle loro interpretazioni, i nostri progenitori sarebbero stati in grado di calcolare date con una precisione che poteva spingersi fino a 250 anni nel futuro.

Grotte di Lascaux – Pitture preistoriche – Wikipedia, immagine di I, Peter80 rilasciata con licenza CC BY-SA 3.0
Particolarmente significativa è la lettura proposta per alcune sculture in pietra del sito di Göbekli Tepe, in Turchia, interpretate come un memoriale di un devastante impatto cometario avvenuto intorno all’11.000 a.C. Un evento che, secondo alcune teorie, avrebbe innescato una mini era glaciale nota come Dryas recente. Allo stesso modo, i due ricercatori ritengono di aver decifrato anche una delle immagini più celebri dell’arte rupestre: la cosiddetta “scena del pozzo” delle Grotte di Lascaux, in Francia. La raffigurazione di un uomo morente affiancato da animali potrebbe alludere a un altro impatto cometario, risalente circa al 15.200 a.C.
«I primi esempi di arte rupestre mostrano che le genti dell’epoca avevano una conoscenza avanzata del cielo notturno durante l’ultima era glaciale», osserva Sweatman. «Questi risultati supportano l’ipotesi di impatti cometari multipli nel corso dello sviluppo umano e potrebbero rivoluzionare il modo in cui guardiamo alle popolazioni preistoriche».
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