- DEMONI E PECCATI
- Matteo 12, 28
[28] Ma se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio.
. - Matteo 12,31
[31] Perciò io vi dico: Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata.
. - Marco 3, 28-29
[28] In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; [29]ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna”.
. - Matteo 25, 41
[41] Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.

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RIFLESSIONI:
Malizia e stoltezza della bestemmia
Nella tradizione religiosa, la bestemmia è considerata una delle offese più gravi, perché infrange sia la legge naturale, radicata nell’intima struttura dell’essere umano, sia la legge positiva, cioè quella rivelata da Dio stesso a conferma di ciò che la natura già suggerisce.
Bestemmiare significa porsi in aperto contrasto con il divino: trattare Dio come un avversario, provocarlo, negargli rispetto e attribuirgli un ruolo di impotenza. È un gesto che nasce non dal bisogno, ma dal puro compiacimento di oltraggiare.
Il linguaggio della bestemmia viene talvolta accostato, nei testi sacri, alla ribellione di chi desidera elevarsi al rango dell’Altissimo. Il profeta Isaia, ad esempio, presenta questo atteggiamento con parole cariche di superbia: «Salirò in cielo, innalzerò il mio trono… sarò simile all’Altissimo» (Is 14,13-14).
È, dunque, un gesto che contiene in sé un rifiuto radicale del proprio limite e della giusta relazione tra creatura e Creatore.
La bestemmia colpisce anche il prossimo: ferisce la sensibilità di chi considera sacro il nome di Dio e viola la dignità personale di chi ascolta.
Si diffonde facilmente, poiché l’uomo assorbe ciò che sente intorno a sé, ripete, imita, costruisce abitudini. Le parole udite, persino quelle che rifiuta, finiscono per riemergere nella mente e influire sul comportamento.
Come fenomeno sociale, la bestemmia è ritenuta dannosa perché è spesso pubblica: raggiunge anche chi non vorrebbe ascoltarla, peggiora l’indole di chi già è portato al male, irrita le persone di buona volontà e contribuisce a ridurre il rispetto per ciò che è sacro e finisce, in modo indiretto, per minare il rispetto fra gli uomini stessi.
Dal punto di vista religioso, essa rappresenta l’esatto opposto dell’adorazione, della lode e della preghiera: non un gesto rivolto verso il bene, ma un atto di degrado spirituale, un’oscura manifestazione dell’empietà.
Non nasce da debolezza o ignoranza, ma da un’intenzionalità maliziosa. Per questo, il peccato della bestemmia è considerato non solo colpevole, ma anche intimamente irragionevole.
Se infatti chi bestemmia crede in Dio, sa anche che Egli è onnipotente: che senso ha dunque provocarlo, anziché invocarlo? Perché cercare lo scontro proprio con Colui che, nella prospettiva di fede, può soccorrere, guidare e sostenere?
Il testo offre una riflessione teologica e morale su un tema tradizionalmente molto sentito nelle società religiose: l’uso deviante della parola e il rapporto tra linguaggio, sacralità e convivenza civile.
La bestemmia, più che una semplice trasgressione verbale, viene interpretata come un gesto che rompe un equilibrio: quello fra l’uomo e Dio, fra individuo e comunità, fra interiorità e comportamento pubblico.
Al centro c’è il potere delle parole, capaci, secondo questa prospettiva, non solo di esprimere pensieri, ma di formare coscienze, creare abitudini e influire sulla qualità morale della vita collettiva.
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