L’INFERNO
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- Matteo 5:22
Ma io vi dico: Chiunque si adira contro suo fratello senza motivo, sarà sottoposto al giudizio; e chi avrà detto al proprio fratello “stupido”, sarà giudicato dal tribunale; e chi gli avrà detto “pazzo”, sarà condannato al fuoco dell’inferno.
- Matteo 13:40
Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo.
- Matteo 13:42
E li getteranno nella fornace ardente. Lì sarà il pianto e lo stridor di denti.
- Matteo 18:8
Ora, se la tua mano, o il tuo piede, ti è occasione di peccato, mozzali e gettali via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani e due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno.
- Matteo 22:13
Allora il re disse ai servi:”Legatelo mani e piedi, prendetelo e gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor di denti.
- Matteo 23:33
Serpenti, razza di vipere! Come sfuggirete alla condanna dell’inferno?
- Matteo 25:41
Allora Egli dirà ancora a coloro che saranno a sinistra:”Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno che è stato preparato per il diavolo e per i suoi angeli.
- Matteo 25:46
E questi andranno nelle pene eterne, ed i giusti nella vita eterna.
- Marco 3:29
Ma chiunque bestemmierà contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato, ma sarà destinato alla dannazione eterna.
- Marco 9:43
Se la tua mano ti è occasione di peccato tagliala! E’ meglio per te entrare monco nella vita, che avere due mani ed andare all’inferno, nel fuoco inestinguibile.
- Marco 9:48
Dove il loro verme non muore ed il fuoco non si spegne.
- Giovanni 5:29
Quelli che hanno fatto il bene risusciteranno alla vita; e quelli che hanno fatto il male risusciteranno a condanna.
- Matteo 5:22
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È davvero Dio così crudele da desiderare la sofferenza eterna?
L’idea dell’inferno è, da sempre, una delle più controverse e difficili da accettare nella riflessione religiosa. Una domanda torna spesso, quasi inevitabile: può un Dio buono desiderare che delle anime soffrano per l’eternità? Oppure, detto in modo più diretto: è Dio crudele?
All’interno della visione cristiana tradizionale, la condanna non viene presentata come un gesto capriccioso o sadico, ma come un’espressione della giustizia divina. E, soprattutto, come qualcosa che non si oppone all’amore di Dio, bensì lo accompagna. Amore e giustizia, infatti, sono spesso descritti come due dimensioni inseparabili: quasi fossero “le due braccia” con cui Dio abbraccia e giudica l’umanità.
Secondo questa prospettiva, senza la possibilità di una condanna non avrebbe senso nemmeno parlare di salvezza. Che bisogno avrebbe l’uomo di essere salvato, se non esistesse alcun pericolo da cui essere liberato?
E, portando il ragionamento ancora più in profondità, si arriva al cuore della fede cristiana: se non vi fosse stata una reale necessità di redenzione, perché il Figlio di Dio avrebbe dovuto entrare nel mondo, soffrire e morire sulla croce?
Anche la resurrezione di Gesù, in questa lettura, non è soltanto il segno della vittoria sulla morte, ma anche una conferma del ruolo di Cristo come giudice.
Il Nuovo Testamento insiste sul fatto che Dio ha affidato il giudizio proprio al Figlio: ed è significativo, perché Gesù non è soltanto “il giudice”, ma anche colui che si è fatto carico della fragilità umana. Proprio per questo, viene considerato l’unico in grado di giudicare in modo pienamente giusto: perché conosce l’uomo dall’interno e, allo stesso tempo, appartiene alla dimensione divina.
Il cristianesimo, inoltre, sottolinea che Dio ha già manifestato il suo amore in modo radicale: offrendo a tutti la possibilità della salvezza attraverso il sacrificio del suo unico Figlio. In questa prospettiva, la croce diventa il punto massimo della bontà divina, la prova che l’amore di Dio non è astratto, ma si traduce in un gesto concreto, doloroso e definitivo.
Da qui deriva un’idea centrale: se la giustizia venisse annullata, anche l’amore perderebbe consistenza. Non perché Dio smetterebbe di amare, ma perché un amore privo di verità e di responsabilità rischierebbe di trasformarsi in indifferenza. Per la teologia cristiana, dunque, giustizia e amore non sono attributi in conflitto, ma due aspetti essenziali della stessa identità divina: Dio è amore, ma Dio è anche giusto.
In questo quadro, la condanna degli empi non viene interpretata soltanto come un atto di giustizia, ma anche come una conferma della serietà dell’amore. Un amore che chiama l’uomo a una risposta, che non forza, ma che nemmeno banalizza le scelte. Alla fine, secondo questa visione, l’amore di Dio si manifesterà pienamente nella giusta ricompensa riservata a coloro che lo hanno accolto, amato e seguito con fiducia e obbedienza.
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L’idea che la vita non termini con la morte attraversa molte religioni e culture. Nel cristianesimo, questa convinzione si fonda su un punto essenziale: l’essere umano non è composto soltanto di corpo, ma custodisce in sé un’anima immortale, destinata a sopravvivere alla fine fisica.

A sostenere questa visione, secondo la tradizione biblica, è lo stesso Gesù Cristo. Nel Vangelo di Matteo, rivolgendosi ai suoi discepoli, invita a non temere chi può uccidere il corpo, ma non l’anima: «Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima» (Matteo 10:28). Il senso del passaggio è chiaro: il corpo può essere distrutto, ma l’anima, per sua natura, non è soggetta alla morte nello stesso modo. La vita, dunque, non si esaurisce nel confine biologico dell’esistenza terrena.
Da questa premessa deriva un’altra idea centrale: dopo la morte, l’anima non si dissolve, ma prosegue il suo cammino in una dimensione diversa. La tradizione cristiana descrive due possibili destinazioni. Da una parte, un luogo di riposo e consolazione, riservato a coloro che hanno amato Dio e cercato di compiere la sua volontà. Dall’altra, un luogo di sofferenza, associato al destino di chi ha vissuto nel peccato, rifiutando la grazia e l’amore divino.
Nella Bibbia, questo luogo viene chiamato in ebraico Sheol e in greco Ades. Le traduzioni italiane oscillano tra espressioni come “soggiorno dei morti” e il più noto “inferno”, termine che deriva dal latino infernus, cioè “ciò che sta sotto”, “inferiore”. È un lessico che, già nella lingua, suggerisce l’idea di una realtà separata, sotterranea e invisibile.
Uno dei testi più noti a sostegno della sopravvivenza dell’anima dopo la morte è il racconto del ricco e di Lazzaro (Luca 16:19-31). In questa narrazione, Gesù presenta due destini opposti: un uomo ricco, che sulla terra viveva nel benessere e nel lusso, e un povero, Lazzaro, che soffriva ai margini della società. La morte, però, ribalta radicalmente le loro condizioni: Lazzaro viene accolto in una dimensione di pace, mentre il ricco si ritrova nell’Ades, in un luogo di tormento.

Il racconto è significativo perché descrive un’esistenza ultraterrena ancora cosciente: il ricco parla, ricorda la sua vita, riconosce la propria condizione e chiede perfino un sollievo, anche minimo, come una goccia d’acqua. L’immagine che ne emerge è netta: con la morte non finisce tutto, e l’anima continua a vivere in una realtà invisibile.
Da qui si sviluppa una riflessione morale che attraversa molte predicazioni cristiane: la vita terrena non è un gioco senza conseguenze. È possibile, infatti, che una persona viva sulla terra inseguendo piaceri, ricchezze e scelte egoistiche, senza curarsi della dimensione spirituale. Tuttavia, secondo questa prospettiva, la morte interrompe improvvisamente l’illusione di un’esistenza autosufficiente e apre a una condizione in cui il destino dell’anima si manifesta in modo definitivo.
Alcune interpretazioni tradizionali collocano l’Ades “nelle profondità della terra”, come se fosse parte del creato, ma accessibile solo attraverso la dimensione spirituale. La Bibbia presenta anche episodi eccezionali in cui questa discesa appare descritta in modo drammatico e fisico, come nel caso narrato nel libro dei Numeri, quando alcuni uomini vengono inghiottiti dalla terra (Numeri 16:33). Si tratta di immagini forti, che hanno contribuito nei secoli a rendere l’idea dell’inferno concreta e quasi “geografica”.
In questa prospettiva, l’Ades viene considerato un luogo reale in cui l’anima del peccatore rimane in attesa del giudizio finale. La tradizione cristiana distingue infatti tra questa condizione intermedia e ciò che avverrà al termine dei tempi: il Giudizio Universale. Dopo di esso, il destino definitivo dei condannati viene descritto come lo “stagno di fuoco e di zolfo”, una condizione di sofferenza ancora più intensa, destinata anche a Satana e ai suoi angeli.
Alcuni testi profetici, come quello di Ezechiele, rafforzano l’immaginario delle profondità e della discesa: «Ti farò dimorare nelle profondità della terra, nelle solitudini eterne…» (Ezechiele 26:20). Espressioni che, al di là del linguaggio simbolico, hanno contribuito a costruire una delle rappresentazioni più potenti e inquietanti dell’aldilà.
In definitiva, la visione cristiana tradizionale insiste su un punto: l’essere umano non termina con la morte. L’anima, invisibile ma reale, continua a vivere. E proprio questa continuità rende la vita terrena qualcosa di più di un semplice intervallo biologico: la trasforma in un tempo decisivo, in cui si prepara, consapevolmente o meno, ciò che verrà dopo.

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L’Inferno: dogma di fede ribadito a Medjugorje
All’inizio di novembre del 1981, alcuni veggenti riferirono di aver assistito a una visione sconvolgente: l’inferno. Il racconto è riportato in forma di dialogo tra padre Bubalo e Vicka, una delle figure più note tra i testimoni di quelle apparizioni.
Secondo la ricostruzione del sacerdote, la scena si sarebbe presentata all’improvviso: la Madonna apparve e, davanti ai veggenti, si aprì una sorta di “squarcio” sull’aldilà. Vicka avrebbe visto, insieme a Jakov e Marija, un luogo descritto come terrificante: un mare di fuoco, popolato da moltissime persone.
La descrizione insiste soprattutto sull’aspetto delle figure intraviste: corpi anneriti, volti deformati, presenze quasi demoniache. Vicka racconta che, al centro di quella visione, avrebbe notato una donna dai capelli lunghi e biondi, dotata di corna, aggredita da più parti da creature diaboliche. Un’immagine che, nelle sue parole, non lascia spazio a sfumature: “era orribile, e basta”.
Quando padre Bubalo le chiede se sia possibile descrivere davvero ciò che ha visto, la risposta di Vicka è significativa: afferma di aver fatto del suo meglio, ma che l’esperienza sarebbe, in realtà, quasi impossibile da tradurre in parole. Come spesso accade nei racconti mistici, la visione appare più grande della lingua con cui si tenta di raccontarla.
Il sacerdote, allora, pone una domanda decisiva: perché la Madonna avrebbe mostrato loro una scena simile?
Vicka risponde senza esitazione: per far comprendere quale sia la condizione di coloro che “ci cadono”, cioè di chi si perde spiritualmente. E aggiunge un’osservazione che trasforma la visione in un monito morale: sarebbe utile, sostiene, che gli uomini non dimenticassero mai che un giorno, secondo la fede cristiana, tutti saranno giudicati da Dio.
Anche Jakov Colo, un altro veggente, riferisce di aver visto l’inferno. La sua descrizione è più essenziale, ma ugualmente inquietante: parla di una grande fiamma, immensa, con uomini al suo interno. Quando gli viene chiesto che aspetto avessero quelle persone, risponde che erano nere e che, stando nella fiamma, mutavano: non sembravano più completamente umane. A suo dire, apparivano come un ibrido tra uomo e bestia, una combinazione disturbante che suggeriva una perdita radicale della dignità umana.
Infine, Marija avrebbe commentato la visione con una frase breve e tagliente, che sintetizza l’intero significato dell’esperienza: “Qui arrivano quelli che non hanno seguito la strada di Dio”.
Nel complesso, questi racconti si collocano nella lunga tradizione delle visioni dell’aldilà che attraversa la storia cristiana: immagini potenti, spesso estreme, pensate non tanto per soddisfare curiosità sul “dopo”, quanto per scuotere la coscienza, richiamare alla responsabilità morale e ricordare, in modo drammatico, l’idea del giudizio.
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