Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Federico II, stupor mundi

Federico VII Hohenstaufen di Svevia, o Federico I di Sicilia o Federico II del Sacro Romano Impero 
(Jesi, 26 dicembre 1194 – Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1250)

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Nel 1200 due potenze europee volevano assolutamente impadronirsi della Sicilia e di tutti i suoi traffici mediterranei: l’impero sassone di Enrico VI e di Ottone IV di Brunswick; e lo Stato della chiesa, che aveva appoggiato Federico II di Svevia proprio contro le pretese di Ottone IV, vincolandolo però a due precise condizioni: che Federico consegnasse la Sicilia alla chiesa e che promuovesse una crociata anti-islamica e anti-bizantina. Condizioni che lo svevo non rispetterà. 

Quando Federico (che era nato a Jesi nelle Marche), a soli sedici anni, nel 1210, prese in mano il potere, uno dei primi problemi da risolvere fu quello di riportare l’ordine in Sicilia, dove i feudatari siciliani avevano fatto erigere numerose fortificazioni per assicurarsi completa autonomia dai poteri centrali.
Intanto il papa Innocenzo III procurò a Federico una moglie ricca ed esperta, la vedova venticinquenne del defunto re d’Ungheria, anche lei di nome Costanza, che fu per Federico intelligente consigliera. Fu un matrimonio combinato, ma molto ben riuscito.
Nel 1212 Federico tornò in Germania per essere incoronato re, cerimonia ripetuta ad Aquisgrana dopo la battaglia di Bouvines e nel 1220 cinse la corona imperiale. In quella occasione promise al papa di guidare una crociata.
Quando Innocenzo III morì, Federico ritenne che la promessa non era più valida, ma il nuova papa, Gregorio IX, la pensava diversamente e gli pose l’alternativa: organizzare la crociata o essere scomunicato. Federico si mise subito in viaggio, ma da persona intelligente qual era, appena arrivato in Asia Minore, invece di cominciare a combattere, si incontrò con il sultano Malik al Kamil, concludendo con lui una pace decennale, con la quale Gerusalemme e Nazareth venivano restituite ai cristiani; lo stesso anno si fece anche incoronare re di Gerusalemme.

Intanto papa Gregorio IX, mentre Federico era alla crociata, forse nella speranza che venisse ucciso, l’aveva scomunicato con l’accusa di parteggiare per i saraceni, avendo ottenuto Gerusalemme tramite un semplice accordo diplomatico col sultano de Il Cairo, e aveva invaso una parte del regno di Sicilia, lanciando contro di lui una crociata, ma al ritorno di Federico fu duramente sconfitto e costretto alla pace di San Germano (1230). Federico, dopo otto anni di assenza, ritornò in Sicilia per riorganizzare quello che considerava il suo regno.
Durante la sua assenza molti nobili e molti ecclesiastici avevano usurpato i suoi diritti, il papa aveva elargito baronie ai suoi amici, una parte della Sicilia pretendeva l’indipendenza.

Federico scatenò un’offensiva per ristabilire l’ordine. Chiese ed ottenne la collaborazione dei baroni siciliani, affamò letteralmente i suoi oppositori, bruciando i loro raccolti, distrusse castelli e fece bruciare proprietà abusive, le leggi normanne tornarono in vigore, la gente ricominciò a pagare i tributi.

Federico convocò a Melfi in Basilicata una dieta per discutere un programma statale di ristrutturazione elaborato dai suoi legali: le cosiddette Costituzioni melfitane (1231), con cui si prefiggeva di disciplinare tutta la vita del regno di Sicilia, dall’amministrazione burocratica alla gestione della giustizia e di tutte le attività produttive, come le miniere, le saline, l’agricoltura e la produzione della seta.
Con le Costituzioni, che ereditavano le disposizione accentratrici normanne, tutti i magistrati urbani diventavano di nomina regia, per cui l’autonomia cittadina veniva fortemente ridotta. I funzionari non erano più vassalli ma burocrati stipendiati: la loro nomina prescindeva dalla posizione nella gerarchia feudale.
Pur in presenza del fatto che la confusione dei poteri amministrativi e giudiziari nelle mani dello stesso funzionario spesso era causa di soprusi e irregolarità, viene unanimemente riconosciuto che l’apparato amministrativo del regno di Sicilia, coi suoi ministeri della giustizia, della finanza ecc., anticipava, sotto vari aspetti, ciò che si andrà formando, successivamente, in altri paesi europei, con la differenza, fatale per le sorti del suo regno, che Federico II si serviva delle classi borghesi quasi esclusivamente per motivi fiscali, in linea con la politica economica dei normanni. Tutto il commercio estero era infatti concentrato nelle mani dello Stato.

Le leggi melfitane proibivano ai civili di portare armi, e a tutti di ricorrere alla guerra privata o di compiere vendette individuali per le offese subite ecc. I feudi erano trasmissibili in eredità previa autorizzazione della curia regia. Si estese ai vassalli di secondo grado la norma di Ruggero II d’Altavilla secondo cui non si poteva contrarre matrimonio o concedere le proprie figlie in sposa senza l’assenso del sovrano.

Era altresì vietato a chi non era nato cavaliere di poterlo diventare senza uno speciale permesso del re. Federico cercò di favorire il maggior numero possibile di piccoli nobili contro i soprusi dei grandi, permettendo loro p.es. di riscattarsi anche dal servizio militare, che sempre più veniva svolto da mercenari.
Nei confronti delle proprietà ecclesiastiche procedette con ampie confische e tolse al clero persino l’autonomia dei propri tribunali: il clero doveva rispondere al tribunale statale su ogni questione civile e patrimoniale. 
Tra il 1239 e il 1250 fece arrestare o esiliare tutti i prelati e chierici che nella lotta contro la chiesa parteggiavano per il pontefice.
Fece radere al suolo interi villaggi, esiliando migliaia di musulmani o mandando al rogo gli eretici, non a causa della loro religione, ma solo perché erano ribelli e non accettavano il centralismo statale. 
Palermo divenne il centro culturale più importante d’Europa: già sotto i Normanni aveva raggiunto la cifra record di 250mila abitanti, che la poneva fra le più grandi metropoli del mondo. Egli fece nascere in Sicilia una scuola di poeti che sul territorio nazionale usò per prima il volgare al posto del latino.
Fece costruire in tutto il meridione magnifici castelli, qualcuno disegnato e progettato da lui personalmente, fondò l’Università di Napoli nel 1224, la prima indipendente dalla Chiesa, ove poterono essere istruiti i quadri dell’amministrazione pubblica (vi insegnò Tommaso d’Aquino).
Conosceva i classici, anche quelli arabi, di cui parlava la lingua, oltre il latino, il greco e l’ebraico; era cultore di scienze e scrisse il “Trattato sulla falconeria”, contrastando osservazioni aristoteliche, che riteneva errate.
Dopo la morte della moglie Costanza solo due donne ebbero importanza per lui, Isabella d’Inghilterra, che morirà nel 1246, e Bianca, figlia del nobile siciliano Bonifacio Lancia, che viveva nel castello di Brolo, nei presi di Messina. Da questa unione nacquero Enzo, Manfredi e Costanza, futura imperatrice di Nicea (in quanto andrà in sposa a Giovanni III Vatatze nel 1244).

La sua idea era quella di dare allo Stato assolutista delle finalità culturali molto idealistiche, che non potevano certo trovare appoggi nell’atteggiamento reazionario della chiesa romana, ma che di fatto non riuscirono a trovare ampi consensi neppure nel mondo borghese emergente, anche se gli storici tedeschi ancora oggi lo considerano come un eroe nazionale germanico in lotta contro Roma e il primo assertore, contro il papato, della libertà di pensiero, il precursore del Rinascimento e dell’assolutismo illuminato del sec. XVIII.

Grave infatti fu la sua decisione di non avvalersi del consenso delle forze sociali borghesi residenti nelle città. Sarà anzi proprio la sua esosa politica fiscale all’origine delle frequenti ribellioni urbane. Ciò che soprattutto non si sopportavano erano le numerose gabelle sul vino, la carne, l’olio, i formaggi…, ma anche il fatto che i suoi esattori confiscavano il patrimonio dei contribuenti morosi e li mettevano in carcere, anche se egli vietava che i feudatari facessero la stessa cosa quando per i debiti dei contadini volevano sequestrare i buoi e gli strumenti agricoli. Peraltro tutti i cittadini erano tenuti a prestare lavoro gratuito per costruire fortificazioni e opere pubbliche. In definitiva il processo di centralizzazione del suo impero, che arrivò persino a creare per la prima volta in Europa, i monopoli statali di sale, ferro, rame, seta, stoppa, pece…, non poggiando sull’espansione produttiva e commerciale delle classi mercantili, finì col mandare in rovina la florida economia del regno di Sicilia.
L’abolizione delle dogane, ovvero l’introduzione di un unico sistema di pesi e misure non ebbe alcun effetto ai fini della realizzazione di un unico mercato regionale. 
Convocato da papa Innocenzo IV, il concilio di Lione, nel 1245, riconfermò la scomunica e sciolse i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà: di ciò approfittò subito la fazione tedesca antisveva, che gli tolse l’appoggio per combattere le forze clericali dell’Italia.
Attaccato più volte con successo dai guelfi italiani e abbandonato dai feudatari tedeschi, Federico verrà definitivamente sconfitto a Fossalta, presso Modena, nel 1249, e morirà l’anno dopo in Puglia, assistito dall’arcivescovo di Palermo.

Considerazioni su Federico II

Per tutta la sua vita, Federico II cercò di rivitalizzare l’ideale politico-culturale di un impero cristiano cosmopolita e pluralista, quando altrove venivano affermandosi gli Stati centralizzati e le autonomie borghesi comunali. Egli si trovò a fronteggiare una duplice ostilità: quella di una chiesa fortemente teocratica e culturalmente integralista, e quella dei comuni centro-settentrionali, ben intenzionati a difendere il verdetto della battaglia di Legnano contro il Barbarossa, ovvero la democrazia emergente delle autonomie cittadine.

La differenza tra Federico II e i sovrani normanni stava nel fatto che lo svevo, potendo vantare un riconoscimento giuridico formale del proprio impero, da parte della chiesa (cosa che i normanni ottennero solo alla fine del loro regno), si sentiva maggiormente autorizzato a emulare il concorrente bizantino, proponendo una sorta di versione occidentale dell’impero greco-orientale, peraltro già in fase di decadenza. E in questo tentativo di farsi erede della cristianità orientale, il suo modello non era tanto l’assolutismo teocratico orientale gestito dal basileus in accordo con la chiesa ortodossa, ma, sulla scia dei normanni, uno Stato assoluto teocratico senza sacerdozio, cioè senza potere ecclesiastico con cui rapportarsi quotidianamente (era lui che voleva farsi garante delle questioni religiose sul piano dell’ortodossia). Infatti la riorganizzazione, per molti versi “antifeudale”, dello Stato, considerato come un ente di sua proprietà, e quindi privo di vera autonomia, era basata più sulla sua eccezionale personalità, che non sull’appoggio delle forze sociali emergenti.

Lui solo doveva sentirsi libero di fronte ai suoi sudditi. In questo la lezione normanna restava integra. Federico II non si rendeva conto che per realizzare un impero del genere non solo avrebbe dovuto avere una chiesa disposta a collaborare, ma soprattutto non avrebbe dovuto avere una classe sociale intenzionata a rivendicare piena libertà di affari commerciali a dispetto di qualunque valore morale e culturale.
Nel sud Italia, prima che al nord, si era imposta l’esigenza di creare uno Stato centralizzato, perché qui, molto più che al nord, restavano forti gli ideali della cristianità bizantina, senza i quali non può esserci unificazione politico-territoriale ma solo frammentazione di poteri politici decentrati, tra loro antagonistici.
Lo Stato centralizzato doveva servire per tenere sotto controllo l’attività di tutte le classi sociali in nome di un ideale comune. 
Un ideale che al sud era diventato col tempo sempre più astratto o comunque sempre più circoscritto a piccole porzioni di territorio; un ideale che dopo l’arrivo dei normanni non era più sostenuto dalla relativa pratica ecclesiale, essendo questa popolazione avventuriera, dedita ai saccheggi, estranea agli aspetti etico-religiosi nella gestione del potere.

La principale responsabile dello scollamento tra teoria e pratica fu la chiesa romana, soprattutto con la diffusione di quei centri di potere rurale che furono le abbazie benedettine.
Per più di un secolo la politica dell’autorità regia normanna non si preoccupò mai di favorire l’economia urbana e mercantile della Sicilia. Le stesse corporazioni di arti e mestieri erano strettamente controllate dallo Stato, con l’unica eccezione di quella dei medici di Salerno. Anzi in genere i settori più redditizi della produzione venivano assegnati a ebrei, sotto stretto controllo statale, o a mercanti stranieri. Le attività commerciali venivano considerate incompatibili con la centralizzazione statuale.

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immagini tratte dal web e rielaborate
testo tratto dal più ampio articolo di homolaicus-post.g.m.s Gli Svevi in Italia

 

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vedi anche:

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