IL FESTINO DI SANTA ROSALIA
Viva Palermo, viva Santa Rosalia

Carro trionfale di Santa Rosalia a Palermo – Illustrazione di P. B. dalla rivista francese “L’illustration” del 27 luglio 1850 – Wikipedia, pubblico dominio
Il Festino di Santa Rosalia è molto più di una celebrazione religiosa. È il momento in cui Palermo si riconosce, si racconta, e si ribella al silenzio con fuochi, canti, luci e fede. Ogni anno, la notte tra il 14 e il 15 luglio, la città si trasforma: il centro storico diventa un palcoscenico a cielo aperto, e la “Santuzza” torna a guidare il suo popolo.
La festa nasce nel 1624, quando Palermo fu colpita dalla peste. Secondo la tradizione, Rosalia apparve in sogno a un cacciatore, guidandolo al ritrovamento delle sue ossa sul Monte Pellegrino.
Le reliquie, portate in processione per la città, segnarono la fine dell’epidemia. Da allora, Rosalia divenne la patrona di Palermo, scalzando altri santi e radicandosi nell’identità collettiva come simbolo di rinascita.
Il momento più atteso del Festino è il corteo storico. Una grande macchina scenica trainata da buoi porta la statua della Santa lungo il Cassaro, tra Palazzo dei Normanni e il Foro Italico.
È un mix di teatro, religione, folklore e spettacolo: attori, danzatori, giochi di luce e proiezioni raccontano la storia della Santa e della città. Al termine, lo spettacolo pirotecnico sul mare è il culmine emotivo della notte.
Il Festino è anche una festa laica. Un rito urbano. I palermitani, credenti o no, vi partecipano perché è un momento identitario. È la memoria viva di una città che non dimentica la sua sofferenza e celebra la sua capacità di rialzarsi. È resistenza, arte e orgoglio.
Negli ultimi anni il Festino è diventato anche un evento turistico e mediatico, ma non ha perso la sua anima popolare. Le scenografie si fanno sempre più spettacolari, ma al centro resta lei: Rosalia, la ragazza eremita che ha salvato Palermo e che ancora oggi rappresenta speranza, forza e libertà.

Anthony van Dyck – Maria con il Bambino tra i Santi Rosalia, Pietro e Paolo – Wikipedia, pubblico dominio
Aneddoti e curiosità sull’Eremo di Quisquina
L’Eremo di Quisquina, con la sua storia millenaria e l’atmosfera densa di spiritualità, è da sempre teatro di episodi affascinanti, leggende popolari e storie dal sapore quasi mistico. Molti di questi racconti sono stati tramandati oralmente, rendendo difficile distinguere la realtà dal mito, ma forse è proprio questo alone di mistero a renderli ancora più suggestivi.
L’epigrafe di Santa Rosalia
Il primo elemento curioso è l’epigrafe incisa all’ingresso della grotta, ancora leggibile oggi:
«Ego Rosalia Sinibaldi Quisquinae et Rosarum domini filia, amore Domini mei Jesu Christi in hoc antro habitari decrevi»
(“Io, Rosalia Sinibaldi, figlia del signore della Quisquina e del Monte delle Rose, per amore del mio Signore Gesù Cristo ho deciso di vivere in questa grotta”).
Attorno a questa iscrizione si sono susseguite numerose ricerche, smentite e interpretazioni diverse, alimentando ancora di più la leggenda della Santa.
Fra Vincenzo: un generale pentito
Nel 1720, durante il celebre Festino di Santa Rosalia a Palermo, il generale spagnolo Bartolomeo Pii uccise accidentalmente un uomo nella calca. Straziato dal rimorso, abbandonò la vita militare e si ritirò all’Eremo sotto il nome di Fra Vincenzo, dedicandosi alla penitenza.
Carlo Boccolari: un nobile in cerca di perfezione
Sempre nel Settecento, un altro personaggio illustre si avvicina all’Eremo: Carlo Boccolari, un nobile modenese che, affascinato dalla vita della Santa, chiese di unirsi alla congregazione. Superò le severe prove dell’anno di noviziato e trascorse il resto della sua vita all’Eremo, distinguendosi per la sua fede e rettitudine.
La visita del re e il dono del tonno
Nel 1807, Ferdinando IV, re delle Due Sicilie, visitò l’Eremo e ne rimase profondamente colpito. Al termine del suo soggiorno, ordinò che ogni anno fosse inviato ai frati un tonno, in segno di devozione e sostegno.
I pittori diventati frati
Nel 1789, i pittori palermitani Antonio e Vincenzo Manno furono incaricati di decorare la chiesa dell’Eremo e la Matrice di Santo Stefano Quisquina. Terminato il lavoro, entrambi scelsero di farsi frati, seguiti anche dal loro fratello minore, Salvatore. Antonio Manno, in particolare, divenne più volte superiore della congregazione.

Italia, Sicilia, Santa Stefano Quisquina, Statua di Santa Rosalia – Wikipedia – Autore Berthold Werner, opera propria rilasciata con licenza CC BY-SA 3.0
I “traffici notturni” e la grazia divina
Tra il 1750 e il 1755, l’Eremo fu teatro di strani movimenti notturni che poco avevano a che fare con la fede. Non si conoscono i dettagli di ciò che accadde, ma un documento del 12 giugno 1755 parla di una speciale cerimonia di ringraziamento “per una grazia straordinaria ricevuta dalla Maestà Divina, che salvò il santuario dalle insidie dell’inferno”. Nonostante il presunto intervento divino, da quel momento in poi l’Eremo conobbe un lento declino.
Congiure e torture: l’intrigo del giardino
Sempre nel 1789, Giuseppe Inglese, amministratore del principe di Belmonte, desiderava impossessarsi di un giardino appartenente ai frati. Per riuscirci, architettò una congiura: convinse un frate a rubare denaro dalle casse dell’Eremo e a costruire false prove contro il superiore e tre frati innocenti. I religiosi furono arrestati e imprigionati, ma uno di loro — il superiore — morì sotto tortura, prima che il Vescovo di Agrigento riuscisse a far luce sulla vicenda.
Il Novecento: fuoco, omicidi e furti
Agli inizi del XX secolo, l’Eremo versava in condizioni economiche disastrose. Nel 1901, un incendio devastò gran parte della struttura — la chiesa si salvò, ma i danni furono ingenti.
Il 1922 fu teatro di uno degli episodi più oscuri: Fra Bernardo, superiore dell’Eremo, fu assassinato con oltre sessanta coltellate. L’autore del delitto, il frate Antonio Mortellaro, fu arrestato e cacciato dalla congregazione. Tuttavia, appena sei anni dopo, grazie a protezioni influenti, fu reintegrato e iniziò a fomentare una vera e propria rivolta interna.
I furti più recenti
Le disgrazie non finirono con il secolo. Tra il 1973 e il 1982, la chiesa dell’Eremo fu vittima di diversi furti che la spogliarono di gran parte del suo patrimonio artistico e sacro: furono rubati candelabri, tre crocifissi, reliquiari d’argento e ben trentadue dipinti a olio, privando il santuario del suo antico splendore.
Un luogo tra fede e leggenda
La storia dell’Eremo di Quisquina è dunque un intreccio affascinante di spiritualità, bellezza, mistero e umanissime contraddizioni. Tra miracoli, conversioni, intrighi e delitti, questo luogo continua ad affascinare visitatori e studiosi, custodendo nel silenzio dei suoi boschi un passato ricco di emozioni e segreti.
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