IL FESTINO DI SANTA ROSALIA

Viva Palermo, viva Santa Rosalia

 

Carro trionfale di Santa Rosalia a Palermo – Illustrazione di P. B. dalla rivista francese “L’illustration” del 27 luglio 1850 – Wikipedia, pubblico dominio

Il Festino di Santa Rosalia, nella più autentica tradizione palermitana va considerato come un “memoriale”, ossia il ricordo di un evento del passato che si rivive nel presente e ci fa guardare con speranza al futuro. Voluto dal mio grande predecessore, il Cardinale Giannettino Doria, esso ricorda la liberazione della nostra Città dalla peste in seguito al ritrovamento delle reliquie di Santa Rosalia sul Monte Pellegrino, che segnò una svolta decisiva della nostra storia. Perché sia memoriale, è necessario che il Festino ripresenti gli eventi tragici e gioiosi del 1624 con la migliore aderenza possibile, per coglierne i messaggi sempre attuali nell’oggi della nostra storia cittadina. Solo così anche il Festino diventa un’occasione sempre nuova per conoscere meglio la nostra “Santuzza” e affidarci alla sua intercessione, perché dalla misericordia di Dio si ottenga la liberazione dalle tante pesti materiali, spirituali, sociali e morali che oggi ci affliggono e che tutti dobbiamo combattere, uniti e solidali, per l’affermazione degli autentici valori umani, quali l’amore, l’altruismo, la solidarietà, la legalità, la concordia e la pace, i soli capaci di rendere più serena la convivenza sociale.

Cardinale Salvatore De Giorgi

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La festa rituale ha nella ripetitività, nella sua condizione di fatale identità, la sua forza trainante e il suo limite più fragile. Dà certezze, comunica al mondo un messaggio assoluto, si offre come antidoto alla dimenticanza.

Ma proprio perché rappresentazione uguale a se stessa, essa può rischiare continuamente la distrazione e l’autocelebrazione, da cui via via sfumano i valori originali dell’evento.

Al di là dell’enfasi barocca dalla quale è sempre stato accompagnato, il Festino di Santa Rosalia si sottrae a quelle cadute grazie ad una serie di implicazioni che attengono sia alla natura dell’evento che alle caratteristiche della città.

Il Festino è sì una festa di ringraziamento per l’ottenimento di un miracolo, ma è, anche e soprattutto, l’incarnazione di un sentimento e la memoria di una metafora. Quel sentimento che traduceva il desiderio di una città per troppi secoli frustrata e tradita nelle sue aspirazioni e nelle sue ambizioni. Desiderio di una protezione che fosse anche dialogo; desiderio di giustizia che fosse anche comprensione; desiderio di familiarità che fosse anche complicità.

E tutto questo Palermo lo proiettò non in un signore potente – quanti re l’avevano abbandonata! –, né in una figura di santo autorevole e paternalista, ma in una delicata fanciulla eremita, che sollecitava, a sua volta, il desiderio di una reciprocità. Contraddicendo, così, l’antica epigrafe alios nutrit, suos devorat, apposta al suo Genius loci, che simboleggiava la generosità di Palermo verso gli stranieri, commisurata all’ostilità nei confronti dei suoi figli. Perché Rosalia era, finalmente, siciliana e palermitana, se pure di stirpe normanna (la stirpe, comunque, più amata e sentita propria dai palermitani). A Palermo l’ospitalità diventa integrazione, l’hospes assorbe l’hostis, il nemico diventa fratello, oltre ogni diversità e differenza.

Un sentimento che, dunque, la riscattava attraverso la liberazione dalla peste, da tutte le possibili pesti della sua storia.

Anthony van Dyck – Maria con il Bambino tra i Santi Rosalia, Pietro e Paolo – Wikipedia, pubblico dominio

E se Rosalia fu voluta “a furor di popolo” dai poveri e dai diseredati, la sua santificazione venne, probabilmente, “recuperata” dalle gerarchie ecclesiastiche e dal potere temporale intorno ad un disegno strategico che riportò Palermo al suo ruolo di capitale. Rosalia divenne, così, Palermo: cioè, simbolo dell’intera città.

Ecco che il Festino di Santa Rosalia, nel riproporre il sentimento di devozione religiosa e di ringraziamento per un evento del 1624, attinge ad una condizione emotiva dei palermitani che non è mai radicalmente mutata, pronta a riferirsi ad ogni percorso delle sue tribolate vicende storiche e dunque, sostanzialmente, a rinnovarsi.

Questa capacità del Festino di sfuggire alle cadute della ripetitività è, poi, manifesta nella più recente organizzazione artistica della festa, che coltiva l’obiettivo di recuperare anche una memoria colta dell’evento. Accanto ai tradizionali e doverosi spunti di carattere popolare, quest’anno sono presenti citazioni della cultura palermitana dell’epoca, dalla rappresentazione di alcuni personaggi storici (il grande Van Dick, il viceré Emanuele Filiberto, il cardinale Giannettino Doria) e di una città viva, operosa e multietnica, alla valorizzazione dei luoghi, delle architetture e dell’arte.

Riproporre oggi, attorno ad un grande messaggio di fede, l’immagine di quella Palermo, è forse qualcosa di più di una festa.

L’assessore alla Cultura Gianni Puglisi

 

stralcio testo tratto da: festedisicilia.it sulla quale vi suggerisco di continuare la lettura…

 

 

Gli  Aneddoti

Non è difficile credere che un luogo come l’Eremo di Quisquina, con la sua storia e la sua suggestività, sia da sempre lo scenario di numerosi episodi curiosi… Nella maggior parte dei casi si tratta di aneddoti tramandati oralmente: se da una parte questo rende leciti i dubbi, dall’altra rende tutto ancor più suggestivo!

Il primo particolare da descrivere è l’epigrafe trovata all’ingresso della grotta. Il testo (ancora leggibile) recita EGO ROSALIA SINIBALDI QUISQUINAE ET ROSARUM DOMINI FILIA AMORE D.NI MEI JESU CHRISTI INI HOC ANTRO HABITARI DECREVI (“Io Rosalia Sinibaldo, figlia del signore della Serra Quisquina e del Monte delle Rose, per amore del mio Signore Gesù Cristo ho deciso di vivere in questa grotta”). Ovviamente attorno all’iscrizione e a tutta la storia della Santa si sono avvicendate innumerevoli ricerche e altrettante smentite o precisazioni quindi… tenete conto anche di questo!

Tra i personaggi illustri che tengono alta la fama dell’Eremo bisogna citare Bartolomeo Pii, un generale della truppe spagnole in stanza a Palermo. Accidentalmente aveva ucciso un uomo in mezzo alla calca del “festino” di Santa Rosalia del 1720 e, in preda al rimorso, aveva deciso di ritirarsi a vivere in penitenza sotto il nome di Fra Vincenzo.

Sempre nel corso del Settecento (secolo che caratterizza in positivo la storia dell’Eremo) un altro illustre personaggio fa la sua comparsa: Carlo Boccolari, nobile modenese, legge la biografia della Santa e chiede di entrare a far parte della congregazione. Affronta con coraggio le prove imposte dall’anno di prova, e per tutta la vita si dimostra “vero esempio di cristiana perfezione”.

Un altro importante episodio è la visita, nel 1807, di Ferdinando IV, Re delle Due Sicilie. Dopo un breve soggiorno all’Eremo, colpito dall’atmosfera che tutt’ora caratterizza il luogo, il re dispone che ogni anno venga recapitato ai frati un tonno.

Nel 1789 due pittori palermitani, Antonio e Vincenzo Manno, sono stati incaricati di riaffrescare la chiesa dell’Eremo e la Matrice di Santo Stefano Quisquina. Al termine dei lavori entrambi sono diventati frati della congregazione, così come il fratello più piccolo, Salvatore; Antonio Manno è stato più volte superiore della comunità.

Gli anni che vanno dal 1750 al 1755 sono stati caratterizzati da curiosi “traffici notturni” che ben poco hanno a che fare con la fede o la penitenza… Non si sa con precisione come tutto ha avuto fine dopo il quinquennio, ma un documento attesta che il 12 giugno i frati della congregazione partecipavano a particolari cerimonie religiose “pro gratium actione alla Maestà Divina per specialissima grazia, concessa divinamente in tale giorno l’anno 1755 a questo santuario contro l’insidie tramate dall’inferno tutto, che procurava la tale rovina, e naufragio del medesimo, e ne fu liberato dalla sola possanza divina”. La “possanza divina”, però, non è bastata in quell’occasione a liberare il convento dall’inesorabile decadenza che l’ha caratterizzato negli anni successivi.

Nel 1789 un amministratore del principe di Belmonte, tale Giuseppe Inglese, pur di impossessarsi di un giardino di proprietà dei frati architetta una congiura: convince uno dei frati a rubare dalle casse dell’Eremo e a creare poi delle prove che colpevolizzino il superiore e tre dei pochi frati onesti rimasti. I presunti colpevoli vengono incarcerati finché non interviene il Vescovo di Agrigento, ma nel frattempo il povero superiore è morto sotto le torture.

Agli inizi del XX secolo l’Eremo si trova in condizioni economiche disastrose, e di certo l’integrità dei membri non è da meglio. Un incendio nel 1901 danneggia gran parte della struttura e, anche se la Chiesa non viene danneggiata, i danni sono ingenti.

Oltre alle tresche e ai furti, nel Novecento proseguono gli omicidi: nel 1922 vengono inferte oltre sessanta coltellate al superiore, Fra Bernardo; le indagini a riguardo portano all’arresto di uno dei frati, Antonio Mortellaro, che viene allontanato dalla congregazione. Appena sei anni dopo, grazie ad alcune amicizie influenti, l’omicida torna a far parte della congregazione, e prepara una rivolta…

La lista delle malefatte si è conclusa solo da poco: nel 1973 e nel 1982 una serie di furti hanno privato la chiesa dell’Eremo di moltissimi oggetti: dei candelabri, tre crocifissi, tre reliquiari d’argento e diversi oggetti sacri, oltre a trentadue oli su tela che hanno completamente spogliato la struttura.

 

stralcio testo tratto dalla pagina: quisquina.com sulla quale vi suggerisco di continuare la lettura…

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(1) Una nota esplicativa

Mi scrive l’amico Theunis de Luca:
..due date, però, mi impongono due interrogativi: se la Santa si nascose nel bosco della Quisquina dal 1150 al 1162, la data della sua morte, risalente all’anno 1160 è errata? Quale delle due è quella esatta?…..

Rispondo:
Caro Theunis de Luca,
sono presenti alcune differenze perché la data della morte della Santa, secondo antichi libri liturgici è stata fissata il 4 settembre del 1160 mentre, secondo tradizione, fu trovata morta dai pellegrini il 4 settembre del 1165. Quindi rientrerebbe nella storia che vuole che la grotta della Quisquina sia stata trovata vuota nel 1162 e successivamente si venne a sapere che Rosalia aveva deciso di tornare a Palermo occupando una grotta sul Monte Pellegrino per sfuggire ai pellegrini e trovare un rifugio silenzioso.

Tutto può sembrare parzialmente slegato ma, purtroppo sulla vita di Santa Rosalia vi sono poche notizie in parte leggendarie, ma desidero riportare una frase dello scrittore fiorentino Piero Bargellini:
È ben vero che le leggende sono come il vilucchio attorno al fusto della pianta; la pianta già c’era prima che il vilucchio l’avvolgesse. Così la santità già esisteva, prima che la leggenda la rivestisse con i suoi fantastici fiori”.