Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)
17 settembre, Santa Ildegarda di Bingen

17 settembre, Santa Ildegarda di Bingen

Da una ricerca di Anna Pirera

Scultura di Ildegarda di Bingen di Karlheinz Oswald, 1998, davanti all’Abbazia di Eibingen – Wikipedia, foto di Gerda Arendt rilasciata con licenza CC BY-SA 3.0

Di Ildegarda ricordo, nei miei anni a filosofia, l’entusiasmo con cui ne parlava la mia docente di filosofia medievale, Maria Teresa Beonio Brocchieri Fumagalli. Immersa nei percorsi del pensiero filosofico maschile non capivo, al tempo, tanto sbilanciamento per la sua figura minore, visionaria e mistica. Sono quindi contenta di reincontrarla oggi con occhi diversi.

Ildegarda che fu unica, irripetibile, profetessa e musicista (probabilmente la prima donna musicista della storia cristiana), mistica e donna di potere, visionaria, filosofa e donna di medicina, scienziata e poetessa, umile e famosa in tutta Europa, anticonformista, instancabile organizzatrice e donna dalla salute fragilissima, aristocratica confidente di papa e imperatori e fiera sostenitrice della vicinanza al popolo.

Ildegarda che nelle sue visoni incontrava Sophia, la sapienza divina femminile, e da essa ispirata diede forma ad una descrizione dell’universo, del mondo e dell’uomo pervase da un’armonia e una bellezza profonde. Ildegarda che seppe essere delicata, autorevole, concreta, accogliente, ispirata, coraggiosa e paziente.

Ildegarda di Bingen, anzi, santa Ildegarda di Bingen – il suo culto è ancora oggi assai vivo in Germania – monaca e badessa nel monastero femminile Benedettino, visse nel XII secolo, nell’epoca medioevale cui risalgono le grandi cattedrali gotiche, Chartres in primo luogo.

La sua vita

Ildegarda è la decima e ultima figlia di nobile famiglia. 
Nasce in epoca di crociate: il nome Ildegarda significa proprio vincitrice delle battaglie. 

Ildegarda di Bingen in una stampa antica – Wikipedia, pubblico dominio

Fin da piccola era una bambina ‘speciale’ (oggi diremmo ‘indaco’): intelligente, acuta, di salute assai instabile; anche la sua natura di visionaria comparve molto presto, verso i 5 anni. I genitori decidono di affidarla, all’età di otto anni, alla maestra Jutta, una giovane di nobile lignaggio che si era appena ritirata in clausura presso il monastero benedettino di Disibodenberg. 
Giunta all’adolescenza Ildegarda decise di porre la sua vita al servizio di Dio; pronunciò i voti dell’ordine benedettino e riceve il velo. 
Passano trent’anni senza che si verifichino grandi eventi, ma intanto: “La reverenda madre (Jutta) scopriva piena di meraviglia come la sua allieva fosse divenuta a sua volta maestra …”.
Così, alla morte di Jutta le monache la eleggono badessa. Per cinque anni ancora la vita al monastero prosegue il suo corso tranquillo, ma quando Ildegarda arriva ai quarantadue anni, in un momento di crisi fisica e psichica, la voce di Dio insistentemente le intima di rendere pubbliche le sue visioni scrivendone.
Da quel momento le forze le ritornano e Ildegarda inizia a comunicare le visioni, e scrive la sua prima grande opera, lo Scivias (Conosci le vie). Intanto la sua fama si spande nella regione, giungendo anche alle orecchie del papa che, su consiglio di S. Bernardo, dà a Ildegarda il permesso di rendere noto ciò che lo Spirito le ispira incoraggiandola a scrivere. 
La sua fama comincia ad espandersi, Ildegarda inizia a intrattenere scambi di epistole con numerosissimi e potenti personaggi in tutta Europa (fra cui l’imperatore Barbarossa), dissertando di politica, filosofia e teologia.
Ildegarda scrive, compone musica sacra, si occupa di moltissime scienze, di medicina e fitoterapia in particolare. 
Detta ciò che le sue visioni le indicano e ne fa dipingere immagini. 
Sempre più numerose sono le fanciulle che bussano alla sua porta per essere accolte in monastero. 
Ildegarda decide di fondare un nuovo convento sulla collina di Rupertsberg, vicino alla città di Bingen, alla confluenza di due fiumi. Dopo una fase travagliata, con rapporti difficili con la comunità monastica maschile, il nuovo convento si consolida lentamente finchè Ildegarda ottiene la protezione dell’arcivescovo di Magonza e dello stesso imperatore, Federico Barbarossa.
Con l’imperatore la Santa aveva avuto buoni rapporti fin da quando egli, colpito dalla sua fama, l’aveva invitata nel suo castello di Ingelheim. Ciò non le impedisce di prendere risolutamente posizione contro di lui (con parole di fuoco), a favore del papa legittimo Alessandro III, quando l’imperatore entra in contrasto col papato facendo eleggere due successivi antipapi. 

Sotto la saggia guida di Ildegarda, la comunità di Rupertsberg vive nella gioia e nella concordia, suscitando ammirazione ovunque. Così scrive il monaco fiammingo Viberto: “La madre circonda le figlie con tale amore, e le figlie si sottomettono alla madre con tale reverenza, che si stenta a distinguere se siano le figlie o la madre a riportare la vittoria. Praticano con zelo letture e canti e le si può vedere intente a scrivere libri, a tessere paramenti sacri o dedite ad altri lavori manuali”.
Il convento di Rupersberg attira sempre più giovani, così che dopo dieci anni dalla fondazione Ildegarda fonda un altro convento sulla riva opposta del Reno, ad Eibingen. Gli aumentati impegni non le impediscono, comunque, di continuare nella produzione delle sue opere, fra cui il Liber divinorum operum (Il libro delle opere divine). Ormai anziana, ma piena di energie, Ildegarda non manca di portare la sua parola, fatto straordinario per una donna, lontano dal suo convento, compiendo quattro grandi viaggi di predicazione nelle principali città dell’Europa centrale. 
Negli ultimi anni (raggiungerà gli 81, età assai ragguardevole per il medioevo, nonostante la salute sempre cagionevole) non cessano i contrasti anche col clero locale, nei confronti del quale Ildegarda si mostra inflessibilmente decisa.
Un anno prima della sua morte, Ildegarda dà prova della sua forza, opponendosi ai prelati di Magonza che le hanno ordinato di disseppellire e gettare il cadavere di un nobile scomunicato, sepolto nel suo monastero, pena la scomunica del monastero; con il suo bastone traccia una croce nell’aria sulla tomba, poi fa in modo che sul terreno non resti alcun segno che possa farla identificare e ordina di far tacere canti e melodie nel suo monastero.
“Vidi nell’anima mia che se avessi obbedito e buttato il cadavere fuori dal cimitero, tale azione avrebbe minacciato la nostra dimora come una grande nube nera, ci avrebbe avvolto come un nembo tonante che preannuncia la tempesta”
Viene, poi, provato che, prima di morire, al nobile era stata tolta la scomunica, e la questione si risolve, ma intanto Ildegarda ha offerto una nuova testimonianza della sua forza interiore. 

Le visioni

Ildegarda di Bingen riceve un’ispirazione divina e la trasmette al suo scrittore. – Miniatura dal Codice Rupertsberg del Liber Scivias – Wikipedia, pubblico dominio

Nonostante nel medioevo vi sia una fioritura di fenomeni mistici e di monaci e monache visitati da visioni, furono in realtà rarissimi i casi in cui tali visioni vennero accreditate come veritiere e profetiche, come per Ildegarda. Fra i criteri importanti, allora come ora, l’assenza di narcisismo: Ildegarda non si auto-nomina profetessa e non pubblica il contenuto delle sue visioni fino ai suoi 45 anni, quando le giunge l’ordine esplicito di farlo. 
Sottopone alle autorità ecclesiastiche le sue parole e attende di essere esaminata dalla commissione nominata dal papa per questo. Ricevuto l’assenso, inizia a dettare pagine e pagine su ogni aspetto dello scibile, dall’astronomia alla medicina, dalla fisica alla teologia, dalla filosofia alla cristalloterapia. In ogni campo, emerge l’aspetto dinamico delle visoni, che le si presentano innanzitutto come immagini in movimento.
Le visioni la accompagnano fin da piccolissima. Come racconta lei stessa:
Nel mio quinto anno di vita vidi una luce così grande che la mia anima ne fu scossa, però, per la mia tenera età, non potei parlarne…

Le visioni coincidono spesso con momenti di grande sofferenza fisica e psichica. Non sono momenti di estasi e tanto meno di trance: per ammissione sua e dei testimoni, durante la visione ella non perde mai il controllo, mantiene sempre il contatto con la realtà ed è pienamente consapevole, pur nelle sofferenze che accompagnano quelle singolari esperienze. Le sue visioni sono dunque un modo speciale di “vedere”, un modo particolare di entrare in rapporto con la realtà, un modo diretto, capace di andare nel profondo, di intuire il vero, di cogliere nessi e relazioni, di immaginare possibilità e perciò a volte anche di prevedere vicende future. 

Ildegarda ormai anziana ne dà una lunga descrizione in una lettera a Gilberto di Gembloux:

“Fin dall’infanzia, quando ancora i miei nervi, le ossa e le vene non avevano raggiunto la pienezza della forza, e sino al tempo presente, ho sempre avuto nell’anima queste visioni, ed oggi ho più di settantadue anni; in queste visioni la mia anima, secondo il volere di Dio, ascende fino agli estremi del firmamento e segue le correnti dei diversi venti, e raggiunge genti diverse, anche lontane e sconosciute. E poiché nell’anima vedo tutte le cose in questo modo, nella mia visione soffro la mutevolezza delle nubi e degli altri elementi del creato. Queste cose non le percepisco con le orecchie esteriori, né le penso segretamente fra di me, né le apprendo mediante l’uso congiunto dei cinque sensi; posso dire soltanto che le vedo nell’anima, e che i miei occhi esteriori sono aperti, cosicché mai in esse ho subito il mancamento dell’estasi; io le vedo di giorno e di notte, ma sempre da sveglia. E sempre sono oppressa dalle infermità, e spesso soffro di così gravi dolori, che mi pare che minaccino di uccidermi; ma fino ad oggi Dio mi ha guarita.
La luminosità che vedo non è racchiusa in un luogo, ma risplende più della nube che sta davanti al sole; non so distinguere in essa altezza, lunghezza e larghezza; ed essa per me ha nome ‘Ombra del Vivo Splendore’. E come il sole, la luna e le stelle appaiono riflessi nell’acqua, così le scritture, i discorsi, le virtù e le opere degli uomini risplendono per me in essa. Tutto quello che vedo e apprendo nelle visioni lo conservo nella memoria per lungo tempo, cosicché ricordo quello che un tempo vidi; e vedo, ascolto e apprendo nello stesso istante, e quasi istantaneamente comprendo ciò che ho appreso; ma quello che non vedo non lo conosco, perché sono ignorante ed ho imparato a malapena a leggere. Le cose che scrivo delle visioni sono ciò che ho visto e udito; e non aggiungo altre parole oltre a quelle che sento e che riferisco in un latino imperfetto, come le ho udite nella visione; poiché nelle mie visioni non mi si insegna a scrivere come scrivono i filosofi, e le parole udite nella visione non sono come quelle che risuonano sulla bocca degli esseri umani, ma come fiamma che abbaglia o come una nube che vaga nella sfera dell’aria più pura.
Di questa luminosità non posso conoscere la forma, non più di quanto si possa guardare direttamente la sfera del sole. Talvolta – ma non accade di frequente – vedo all’interno di questa luminosità un’altra luce, che chiamo’Luce Vivente’. Non so dire quando e come io la veda; ma, allorché la vedo, si allontano da me tristezza e dolori, e mi comporto allora con la semplicità di una fanciulla, e non come una donna ormai vecchia.”

Fra le visioni, fin dalle prime le appare Sophia, sapienza divina, che le trasmette l’amore e il disegno del creato.
E vidi come nel centro dell’aria australe un’immagine nel mistero di Dio bella e mirabile, di forma simile a quella umana, il cui volto era così bello e splendente, che è più facile fissare il sole che non quel volto …
Così parlò l’immagine, che comprendiamo essere l’amore, che rivela il suo nome come vita di fuoco della sostanza divina..
.” 

E le visioni sono accompagnate da una musica celestiale, che Ildegarda trascrive, componendo (lei che non ha alcuna cultura musicale) canti e musiche all’avanguardia nel panorama gregoriano dell’epoca (rigorosamente di compositori uomini) e che sono anche ai giorni nostri brani di notevole successo, realizzati dai più quotati cori e orchestre..

Le opere: musica, arte, poesia, scienza e fede

Veduta parziale del foglio 466 retro del Codice di Wiesbaden (Riesencodex) con le parole del canto «O vis eternitatis» della Symphonia armonie celestium revelationum. – Wikipedia, pubblico dominio

Fusione di testi, immagini e musiche qualcuno ha proposto di classificare le opere di Ildegarda come “multimediali”.
Ildegarda ha utilizzato in modo potente lo strumento delle immagini, attingendo e riformulando il grande patrimonio dell’immaginazione medievale, che non era semplice frutto di fantasia ma era carica di significati e di valori. 
Le sue visioni sono infatti delle straordinarie figurazioni intellettuali e immaginifiche sviluppate sulla base dell’immaginario collettivo dell’epoca (poichè Dio le parlava dall’interno della sua cultura) nel quale erano attivi anche elementi naturalistici e astrologici ereditati dall’antichità precristiana. Le magnifiche miniature che raffigurano le sue visioni (quelle dello Scivias furono eseguite molto probabilmente sotto la 
sua guida diretta) sono immagini simboliche statiche; la santa vedeva invece immagini dinamiche.

L’uomo, il mondo, la viriditas, l’armonia musicale
Microcosmo e macrocosmo, uomo e mondo si corrispondono, animati dalla stessa forza vitale, la viriditas, il verdeggiante spirito, il soffio che dà vita.

L ‘uomo “splendore di bellezza e di luce” è rappresentato come il nucleo centrale di un cosmo a cerchi concentrici, abbracciati da Dio uno e trino (rappresentato spesso nelle sue immagini come un cerchio di fiamme). Nell’uomo la testa corrisponde a sole, luna e stelle, il petto ai venti, l’addome alle acque e le gambe e i piedi alla terra. Il cosmo è in realtà l’uovo cosmico, immagine di fecondità di vita.
Uomo e universo sono composti allo stesso modo: aria, acqua, fuoco e terra ne sono gli elementi di base, la viriditasne anima ogni cosa.
Diversamente dall’imperante disprezzo per il corpo della sua epoca, Ildegarda vi legge un aspetto essenziale del creato, portatore della possibilità di espressione del divino celeste. Ella ha la capacità di far coincidere aspetti spirituali e aspetti concreti tanto nelle sue opere quanto nel sua modalità unica di dirigere il suo monastero e di muoversi nel mondo del suo tempo. Come vedremo poco oltre, sapere ed esperienza non sono separabili per lei, così come nelle sue visioni le giunge contemporaneamente il ‘sapere’ sul mondo e l’esperienza’ di tale sapere.
Armonia celeste e armonia musicale si corrispondono, nella visione di Ildegarda. 
Simphonia
 è un concetto chiave nell’universo spirituale di Ildegarda, che lo usa per indicare non solo l’armonia dei suoni creati dalle voci e dagli strumenti, ma anche l’armonia celeste e l’armonia intima dell’uomo. Secondo Ildegarda l’anima umana è simphonalis (sinfonica) e questa caratteristica si esprime, sia nell’accordo fra anima e corpo, sia nel far musica. La musica è celeste e terrestre insieme: essa evoca, almeno per un momento, la consonanza celeste che regnava in Paradiso prima del peccato originale, riproducendola nel giubilo delle voci e degli strumenti. Il primo uomo spontaneamente cantava, con voce simile a quella degli angeli.

Scienza e medicina
L’intera opera di Ildegarda si basa sull’uso dell’analogia e del simbolo: attraverso tali strumenti ella tenta di comunicare non solo le idee ma anche l’esperienza, incomunicabile a parole. 
Dalla fisica alla medicina, una stessa legge attraversa le scienze, una legge di corrispondenza.
La sua medicina ha due anime: quella mistica (le visioni rivelatrici divine, il veder dentro nella luce divina), e l’altra scientifica, quella che la porta ad osservare direttamente la natura, raccogliendo le erbe più rare, osservando i decorsi delle malattie delle sorelle e degli infermi dei dintorni di Bingen, elaborando rimedi, cure, ricette (l’alimentazione è un aspetto fondamentale per la salute), spesso validi ancora oggi. 
Conoscendo bene la sofferenza, a causa della sua salute malferma, Ildegarda, in straordinaria modernità d’intuizione, è convinta che, proprio per la la corrispondenza di uomo e universo, inscindibilmente legati, il malessere dell’uno si ripercuota sull’altro, perciò, per raggiungere o riacquisire il benessere psico-fisico, l’essere umano doveva riattingere le energie necessarie dal mondo circostante, essendo parte del tutto, giacché i suoi disturbi dipendevano proprio dalla perdita dell’armonia con l’ambiente esterno.
Nelle sue miniature, l’uomo-microcosmo è in armonia con Dio e con il creato (il cerchio di fuoco che circonda e contiene la figura è l’amore di Dio).
Ildegarda attinge al mondo vegetale, descrivendo anche la forma delle piante, le caratteristiche del rimedio, gli effetti prodotti, la diversa efficacia e i diversi utilizzi, personalizzando la cura a secondo che se a riceverlo era un uomo o una donna.
I suoi rimedi sono basati, secondo l’uso del tempo, sulla dottrina dei temperamenti, sul caldo e sul freddo, sull’umido e il secco e sul loro bilanciamento, in eccesso o in difetto per riequilibrare gli umori causa del disturbo.
Molti ancora oggi vengono usati nella fitoterapia contemporanea; ad esempio, per la cefalea e il mal di stomaco Ildegarda suggerisce la mentuccia, dove la fìtoterapia moderna adopera la menta; contro la nausea suggerisce il cumino, ancora oggi usato; per la tosse e il raffreddore trova efficace il tanaceto e, in caso di epistassi, l’aneto e l’achillea millefoglie, erbe similmente adoperate ai giorni nostri.
Ildegarda scrive anche di cristalloterapia; consapevole che pure nelle pietre risiede la viriditas, e attribuisce alle diverse pietre i loro poteri curativi. Dedica alle pietre un’opera specifica (il De Lapidarum) e suggerisce diversi modi per utilizzarne i benefici effetti, indossandole o variamente preparandole.
Ad esempio, ai mentitori e alle persone inclini alla collera per guarire suggerisce di tenere in bocca un diamante; il topazio, invece, messo in una bevanda, neutralizza qualsiasi veleno; la perla, sciolta in poche gocce d’aceto, ingerita, è efficace contro il mal di testa; l’ametista, strofinata sulle zone interessate, elimina le macchie dal viso.
Per il dolore al cuore è opportuno mettere una pietra di diaspro freddo sul petto fino a quando il calore del corpo non lo abbia riscaldato, poi toglierla e lasciarla raffreddare ancora, ripetendo il trattamento sino a quando non si riscontra il miglioramento; per i sogni agitati e gli incubi, invece, suggerisce di tenere la pietra di diaspro accanto a sé mentre si dorme: la sua energia favorirà la serenità del sonno.
E per gli occhi dolenti, Ildegarda consiglia di mettere un topazio a bagno nel vino per tre giorni e tre notti e poi, prima d’ andare a dormire, di appoggiare la pietra bagnata di vino sugli occhi. Anche nel terreno della cristalloterapia, come in quello fitoterapico, Ildegarda mostra la sua capacità di intuizione, comprensione del linguaggio simbolico e delle energie, unita ad una attenta osservazione degli effetti dei rimedi. 

 

Tre miniature tratte dallo Scivias (cliccare sulle immagini per ingrandirle)

Visione della gerarchia angelica – Wikipedia, pubblico dominio

La Trinità. Scivias vision, 2. Hildegard-Code ca.1165 – Wikipedia, pubblico dominio

Scivias, Cod. Sal. X,16, p. 4 – Wikipedia, pubblico dominio

Le donne e il femminile

Ildegarda ha, naturalmente, uno sguardo speciale per il mondo delle donne, sia nelle opere che nella vita. Nonostante si descriva come “debole essere femminile”, come voleva la cultura cristiana del tempo, è capace di valorizzare il femminile nei suoi aspetti principali e, soprattutto, di offrire una descrizione dei momenti più intimi del femminile in cui la donna è riconosciuta nell’integrità e nella completezza di sè sia sul piano corporeo che sul piano spirituale, un punto di vista davvero sorprendente per una monaca medioevale. 
La riproduzione e l’amore sono per Ildegarda le manifestazioni della potenza divina creatrice, di cui uomo e donna sono i portatori.

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Stralcio testo tratto da una ricerca di Anna Pirera pubblicata nella pagina ilcerchiodellaluna.it sulla quale vi suggerisco di continuare la lettura…


NOTA (tratta da Wikipedia)

La sua memoria liturgica cade il 17 settembre, giorno della sua morte (dies natalis). Tale giorno, secondo la tradizione, sarebbe stato “predetto” dalla santa a seguito di una delle sue ultime visioni.

Dal Martirologio Romano (ed. 2005):
«17 settembre – Nel monastero di Rupertsberg vicino a Bingen nell’Assia, in Germania, santa Ildegarda, vergine, che, esperta di scienze naturali, medicina e di musica, espose e descrisse piamente in alcuni libri le mistiche contemplazioni, di cui aveva avuto esperienza.»

Papa Giovanni Paolo II, in una lettera per l’ottocentesimo anniversario della sua morte, salutò in Ildegarda come «Luce del suo popolo e del suo tempo»[2] e la «profetessa della Germania», la donna « […] che non esitò a uscire dal convento per incontrare, intrepida interlocutrice, vescovi, autorità civili, e lo stesso imperatore» (Corrado III di Svevia o Federico Barbarossa), e non esitò a fondare monasteri e parlare alle folle[13].Ildegarda fu seppellita nel Monastero di Rupertsberg, dove le fu elevato un ricco mausoleo. Quando però nel 1632, durante la guerra dei trent’anni, il monastero fu distrutto e bruciato dagli Svedesi, le monache benedettine portarono via con loro le reliquie nella cappella del priorato di Eibingen, dove ancora oggi si trovano.

Il 10 maggio 2012 papa Benedetto XVI ne estese il culto liturgico alla Chiesa Universale. Il 7 ottobre 2012 lo stesso papa Benedetto XVI proclamò santa Ildegarda di Bingen Dottore della Chiesa universale, unitamente al santo spagnolo Giovanni d’Avila.