Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)
30 marzo, Beato Gioacchino da Fiore

30 marzo, Beato Gioacchino da Fiore

Gioacchino da Fiore con l’aureola, affresco fine sec. XVI – Cattedrale Santa Severina, Crotone – Wikipedia, pubblico dominio

Quando Gioacchino da Fiore trovò l’imperatrice Costanza, che aveva espresso il desiderio di confessarsi, in chiesa, seduta sul trono, l’apostrofò dicendo: “Giacché io ora rappresento Cristo e tu la Maddalena penitente, scendi dal trono, inginocchiati e confessati con umiltà, altrimenti non posso ascoltarti”. L’Imperatrice scese, si inginocchiò e, sotto gli occhi attoniti dei presenti, confessò i suoi peccati, riconoscendo nell’Abate l’autorità apostolica. È quanto scrive un testimone dell’accaduto, suo amanuense e biografo Luca Campano, poi Vescovo e grande Architetto (Duomo di Cosenza). Se riusciamo ad immaginare quale sconfinato potere possedesse un’Imperatrice potremmo avere in parte la misura dell’uomo e della stima da lui raggiunta.

Figlio di un notaio di Celico, di famiglia ebraica convertita al cattolicesimo, nato intorno al 1130, ricevette un educazione prettamente latina e nonostante la Cosenza normanna aveva poco a che vedere con i monaci greci della Calabria meridionale, studiò anche il greco.

In abito eremitico, intorno ai diciotto anni d’età, intraprese un lungo viaggio in Oriente, passando per Costantinopoli, attraversando la Siria e soffermandosi in Palestina dove studiò l’Aramaico per attingere ai Vangeli originali. Sul Monte Tabor trascorse una quaresima in una grotta in completo digiuno ricevendo il “dono della intelligenza”. Di questa capacità di digiunare scrive Luca Campano:

[…] si nutriva solo di pane e acqua, che assaggiava appena, mentre giorno e notte scriveva o leggeva o pregava, e quotidianamente celebrava la messa. Ebbe da Dio quanto desiderava, come la forza di astenersi dai cibi e dalle bevande; e più si asteneva, più forte ed agile appariva. Fuori dal monastero, mangiando insieme agli altri, consumava con rendimento di grazie la razione di cibo. […]

Gioacchino da Fiore in una incisione medievale – Wikipedia, pubblico dominio

Gioacchino da Fiore visse e studiò per molti anni in Medio Oriente: erano lì le fonti della conoscenza, non solo Spirituale, ma anche Scientifica e Filosofica. 

I libri, le tecniche costruttive, le tecniche idrauliche, e dell’agricoltura, l’astronomia, la matematica. Tutto veniva da quei luoghi, dalle Regioni, dalle Civiltà all’intorno. Lì era avvenuta la kénosis.

Dalla sponda sud del Mediterraneo. Dai luoghi natali dell’Architettura Mediterranea Gioacchino da Fiore importò molte tecniche che insegnò al suo fidato amanuense Luca CAMPANO probabile supervisore dello stesso Archicenobio Florense insieme a Fra’ Giuliano “Magister Artium” che proseguì la costruzione successivamente alla morte del Maestro.

Probabilmente dopo il viaggio in Oriente maturò un maggiore distacco dal mondo che lo portò ad abbracciare l’ideale monastico, e man mano salendo di gerarchia e di prestigio visse in numerose abbazie cistercensi, da Santa Maria della Sambucina, a Corazzo dove, alla morte dell’abate Colombano, divenne abate lui stesso, a Casamari dove cominciò, esortato da Papa Lucio III, a mettere per iscritto le sue idee.

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Gioacchino da Fiore e San Francesco da Paola – Wikipedia, pubblico dominio

L’apocalittica in Gioacchino da Fiore: Simbolica dell’età dello Spirito

Gioacchino da Fiore nella sua vasta produzione letteraria ha esplicato le sue idee e le sue profezie; ricordiamo fra le opere la Concordia, la Expositio in Apocalypsim e il Psalterium decem chordarum. Partendo dal modello trinitario, egli divideva la storia in tre epoche fondamentali:

L’Età del Padre, corrispondente all’Antico Testamento.

L’Età del Figlio, rappresentata dal Nuovo Testamento che aveva elevato gli uomini al ruolo di figli di Dio; compresa tra l’avvento del Cristo ed il 1260.

L’Età dello Spirito Santo, nella quale raggiungendo la completa libertà predicata dal messaggio cristiano gli uomini sarebbero entrati in contatto diretto con Dio; solo in questa Terza Età sarebbe stata possibile la vera comprensione della parola di Dio.

Il 25 agosto del 1196 il Papa Celestino III approvava la Regola Florense, e Gioacchino da Fiore decide di fondare l’Archicenobio dell’Ordine Florense, prima a Iure Vetere e poi a Iure Nuovo.

La fondazione dell’Abbazia Florense

Presumibilmente secondo molti studiosi, i lavori dell’Archicenobio di San Giovanni in Fiore iniziarono nel 1202, su direzione architettonica di Gioacchino. –In quell’anno sfidando l’inverno silano attraversò un valico di 1600 metri e si ammalò gravemente, fino a che […] gli fu concesso di ardere del desiderio di morte e, raggiunto il vero sabato, di affrettarsi come cervo alle sorgenti delle acque. […]

Stralcio testo tratto da un articolo di Francesco Saverio Alessio pubblicato nella pagina di emigrati.it sulla quale vi suggerisco di continuare la lettura…

Gioacchino da Fiore morì il 30 marzo 1202 presso Canale di Pietrafitta e fu seppellito nel monastero florense di S. Martino di Canale. I suoi resti furono trasferiti nell’abbazia di san Giovanni in Fiore intorno al 1226, quando la grande chiesa era ancora in costruzione.
Dante Alighieri lo collocò fra i beati sapienti con queste parole:

il calavrese abate Giovacchino
di spirito profetico dotato
(Paradiso, Canto XII, vv. 140-141).