Gioacchino da Fiore con l’aureola, affresco fine sec. XVI – Cattedrale Santa Severina, Crotone – Wikipedia, pubblico dominio

La fama spirituale e morale di Gioacchino da Fiore è ben rappresentata da un episodio emblematico, tramandato dal suo amanuense e biografo Luca Campano. Un giorno, l’imperatrice Costanza d’Altavilla, desiderosa di confessarsi, si presentò in chiesa seduta sul trono, circondata dal suo seguito. Gioacchino, senza alcuna esitazione, la apostrofò con parole che lasciarono tutti attoniti: poiché egli rappresentava Cristo e lei la Maddalena penitente, doveva scendere dal trono, inginocchiarsi e confessarsi con umiltà, altrimenti non avrebbe potuto ascoltarla.
L’imperatrice obbedì. Scese, si inginocchiò e confessò i suoi peccati, riconoscendo nell’abate un’autorità non terrena ma apostolica. Se si considera l’immenso potere politico di una sovrana di quel rango, questo gesto misura con chiarezza la statura morale e il prestigio spirituale che Gioacchino aveva raggiunto.

Nato intorno al 1130 a Celico, figlio di un notaio appartenente a una famiglia ebraica convertita al cristianesimo, Gioacchino ricevette una formazione prevalentemente latina. Tuttavia, pur vivendo nella Cosenza normanna, lontana dall’influenza diretta dei monaci greci della Calabria meridionale, studiò anche il greco, dimostrando fin da giovane una naturale apertura verso le culture del Mediterraneo.

Ancora giovanissimo, vestito dell’abito eremitico, intraprese un lungo viaggio in Oriente. Passò da Costantinopoli, attraversò la Siria e si fermò a lungo in Palestina, dove studiò l’aramaico per avvicinarsi ai Vangeli nella loro lingua originaria.
Sul Monte Tabor trascorse un’intera quaresima in una grotta, in completo digiuno, esperienza mistica durante la quale, secondo la tradizione, ricevette il “dono dell’intelligenza”. Della sua straordinaria ascesi scrive Luca Campano, raccontando di come si nutrisse appena di pane e acqua, dedicando giorno e notte alla lettura, alla scrittura e alla preghiera, senza che il digiuno ne indebolisse il corpo o lo spirito.

Gioacchino da Fiore in una incisione medievale – Wikipedia, pubblico dominio

Gioacchino rimase per molti anni in Medio Oriente, dove si trovavano non solo le fonti della conoscenza spirituale, ma anche quelle scientifiche e filosofiche. Da quelle terre provenivano i libri, le tecniche architettoniche e idrauliche, le conoscenze agricole, l’astronomia e la matematica: un sapere complesso e raffinato che egli assimilò profondamente.
Fu lì, nella culla delle civiltà mediterranee, che maturò quella kénosis, lo svuotamento interiore che segnò definitivamente il suo distacco dal mondo.

Rientrato in Occidente, Gioacchino scelse definitivamente la vita monastica. Visse in numerose abbazie cistercensi, da Santa Maria della Sambucina a Corazzo, dove alla morte dell’abate Colombano divenne egli stesso abate, fino a Casamari, dove, su invito di Papa Lucio III, iniziò a mettere per iscritto il suo pensiero. In quegli anni prese forma la sua straordinaria visione della storia, espressa in opere fondamentali come la Concordia, l’Expositio in Apocalypsim e il Psalterium decem chordarum..

Gioacchino da Fiore e San Francesco da Paola – Wikipedia, pubblico dominio

Al centro della sua teologia vi è una lettura apocalittica e simbolica del tempo, fondata sul modello trinitario. Gioacchino divise la storia in tre grandi età:

      • l’Età del Padre, corrispondente all’Antico Testamento;
      • l’Età del Figlio, inaugurata con Cristo e destinata a durare fino al 1260;
      • l’Età dello Spirito Santo, nella quale l’umanità, raggiunta la piena libertà spirituale, avrebbe potuto entrare in contatto diretto con Dio e comprendere finalmente la Sua parola.

Il 25 agosto 1196 Papa Celestino III approvò la Regola Florense, e Gioacchino decise di fondare l’Ordine Florense e il suo Archicenobio, prima a Iure Vetere e poi a Iure Nuovo. Secondo molti studiosi, i lavori dell’abbazia di San Giovanni in Fiore iniziarono nel 1202 sotto la sua direzione. In quell’anno, sfidando il rigido inverno silano, attraversò un valico a oltre 1600 metri di altitudine e si ammalò gravemente, come se il suo corpo avvertisse l’imminenza della fine.

Gioacchino da Fiore morì il 30 marzo 1202 a Canale di Pietrafitta e fu sepolto nel monastero florense di San Martino di Canale.
I suoi resti furono trasferiti nell’abbazia di San Giovanni in Fiore intorno al 1226, quando la grande chiesa era ancora incompiuta.
La sua grandezza spirituale fu riconosciuta anche da Dante Alighieri, che lo collocò tra i beati sapienti del Paradiso, ricordandolo come “il calavrese abate Giovacchino, di spirito profetico dotato”. Una definizione che, ancora oggi, racchiude l’essenza di una delle figure più visionarie e influenti del Medioevo europeo.

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