Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)
9 giugno – Sant’Efrem, Diacono e Dottore della Chiesa

9 giugno – Sant’Efrem, Diacono e Dottore della Chiesa

Sant’Efrem il siriano – Mosaico, manastero di Nea Moni – Wikipedia, pubblico dominio

Diacono della Chiesa siriaca e creatore di nuovi inni liturgici, ebbe tanta fama nell’Oriente cristiano che fu chiamato cantore di Cristo e della Vergine. Attinse dall’esperienza mistica la sua straordinaria sensibilità di scrittore e di poeta. Fu anche chiamato “cetra dello Spirito Santo”. Scrisse in uno stile semplice, rivolgendosi principalmente al popolo. Non cercò di dare alle persone una profonda formazione dottrinale ma tentò soprattutto di eccitarne la pietà. Fondò ad Edessa la celebre scuola dei Persi, unendo la vita contemplativa all’azione apostolica in mezzo ai fedeli.

Sappiamo pochissimo sulla vita di S. Efrem. Nacque a Nisibi, nella Mesopotamia settentrionale all’inizio del IV secolo, probabilmente nel 306. Aveva quindi sette anni quando Costantino emanò il cosiddetto editto di Milano. Pare tuttavia che della libertà di culto Efrem non potesse godere nell’ambito della propria famiglia, essendo suo padre sacerdote pagano e poco propenso quindi ad accettare la formazione cristiana che al figlio impartiva la pia madre. Efrem fu cacciato di casa. A 18 anni ricevette il battesimo e visse del proprio lavoro, a Edessa, come inserviente in un bagno pubblico. Nel 338 Nisibi venne attaccata dai Persiani ed Efrem accorse in suo aiuto.
Quando Nisibi cadde sotto il dominio persiano, Efrem, divenuto diacono, nel 365 si stabilì definitivamente a Edessa, dove diresse una scuola. Vi morì il 9 giugno 373. Benedetto XV lo dichiarò dottore della Chiesa nel 1920. La tradizione ce lo ricorda come uomo austero. Non conosceva il greco e probabilmente questa fu la ragione per cui non troviamo nella sua opera letteraria quell’influsso teologico contemporaneo, caratterizzato dalle controversie trinitarie. Egli è il trasmettitore genuino della dottrina cristiana antica. Il mezzo usato da S. Efrem per la divulgazione della verità cristiana è prevalentemente la poesia, per cui a ragione è stato definito “la cetra (o l’arpa) dello Spirito Santo”.
Nella sua epoca si andava organizzando il canto religioso “alternato” nelle chiese. Gli iniziatori sono stati S. Ambrogio a Milano e Diodoro ad Antiochia. Il diacono di Nisibi, alle frontiere della cristianità e del mondo romano, compose nella lingua nativa poesie di contenuto didattico o esortativo, dall’andamento lirico e idonee al canto collettivo. Il carattere popolare delle sue poesie ne decretò subito una vasta diffusione. Dalla Siria raggiunsero l’Oriente mediterraneo, grazie anche ad accurate traduzioni in greco.
Efrem non scriveva per la gloria letteraria; egli si serviva della poesia come di un eccellente mezzo pastorale perfino nelle omelie e nei sermoni. La profonda conoscenza della Sacra Scrittura offriva alla sua ricca vena poetica l’elemento più congeniale per tuffarsi nei misteri della verità e trarne utili ammaestramenti per il popolo di Dio… 

Stralcio testo tratto dalla pagina: mioalberobello.it sulla quale vi suggerisco di continuare la lettura…

 

 

La Dormizione di Sant’Efraim il siriano – Wikipedia, pubblico dominio

Dai «Discorsi» di sant’Efrem, diacono

La speranza della vita nuova in Cristo 

“Fa’ risplendere, o Signore, il lume del tuo sapere e caccia le tenebre della nostra mente, perché ne sia illuminata e ti serva con rinnovata purezza. Il sorgere del sole dà principio all’attività dei mortali; fa’, Signore, che perduri nelle nostre menti un giorno che non conosca fine. Concedi di scorgere in noi la vita della risurrezione, e nulla distolga il nostro spirito dalle tue gioie. Imprimi in noi, o Signore, il segno di questo giorno che non trae inizio dal sole, infondendoci una costante ricerca di te. 

Ogni giorno ti accogliamo nei tuoi sacramenti e ti riceviamo nel nostro corpo; facci degni di sperimentare nella nostra persona la risurrezione che speriamo. Con la grazia del Battesimo abbiamo nascosto nel nostro corpo il tuo tesoro, quel tesoro che si accresce alla mensa dei tuoi sacramenti; dacci di gioire nella tua grazia. Noi possediamo in noi stessi, perché lo attingiamo alla tua mensa spirituale, il tuo memoriale; fa’ che lo possediamo pienamente nella rinascita eterna. 

Quanto sia grande la nostra bellezza, ce lo faccia comprendere quella bellezza spirituale che, pur nella nostra condizione di mortali, la tua volontà immortale suscita. La tua crocifissione, nostro Salvatore, pose fine alla vita dei corpo; concedici di crocifiggere spiritualmente la nostra anima. La tua risurrezione, o Gesù, faccia crescere in noi l’uomo spirituale; il contatto con i tuoi misteri sia per noi come uno specchio che ce lo fa conoscere. La tua economia divina, Salvatore nostro, è simbolo del mondo spirituale; concedici di percorrerlo come uomini spirituali. 

Non privare, Signore, la nostra mente della tua rivelazione spirituale, e non sottrarre alle nostre membra il calore della tua dolcezza. La natura mortale del nostro corpo ci conduce alla morte; riversa su di noi il tuo amore spirituale e purifica il nostro cuore dalle conseguenze della nostra condizione mortale. Dacci, o Signore, di affrettarci verso la nostra città e – come Mosè sul Sinai – fa’ che la possediamo attraverso la tua manifestazione.” 

Stralcio testo tratto dalla pagina: liturgia.silvestrini sulla quale vi suggerisco di continuare la lettura…

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Stralcio dalla Conferenza tenuta dal Prof. R.P. Craig Morrison, O.Carm. nell’Aula Magna dell’Istituto Biblico il 5 maggio 2006

Quest’anno, 2006, la chiesa celebra un centenario di sant’Efrem: il 9 giugno sono, infatti, 1700 anni dalla nascita di sant’Efrem, il Siro. Nell’Occidente, Efrem è riconosciuto come dottore della Chiesa, dichiarato così da papa Benedetto XV il 5 Ottobre 1920:

Itaque, Spiritu Paraclito invocato, suprema Nostra auctoritate, sancto Ephrem Syro, Diacono Edesseno, titulum cum honoribus Doctoris Ecclesiae Universalis.

Illustrazione di Sant’Efrem il siriano, proveniente da un manoscritto russo del XVI secolo – Wikipedia, pubblico dominio

Nella sua enciclica papa Benedetto XV paragonava sant’Efrem con san Girolamo, scrivendo che entrambi erano eccezionali nello studio e nella conoscenza della Sacra Scrittura — erano due luci brillanti: uno illuminava l’Occidente, l’altro l’Oriente. Il papa, per far capire ai suoi ascoltatori d’Occidente l’importanza di sant’Efrem come biblista, lo mette sullo stesso livello di san Girolamo, biblista assai ben conosciuto. Nonostante questa enciclica, tuttavia, Efrem, l’esegeta, rimane un segreto ben celato in Occidente.
Due mesi fa è apparso nella biblioteca del nostro Istituto un nuovo volume dal titolo: A History of Biblical Interpretation. Vol. 1: The Ancient Period [Alan J. Hauser and Duane F. Watson, eds.; Grand Rapids MI, 2003]. Gli autori trattano la storia dell’esegesi dall’inizio fino a sant’Agostino. Vi ho cercato il mio amico sant’Efrem, esegeta e dottore della chiesa. Purtroppo, in questo gruppo di esegeti, con Ireneo, Origene, Gregorio di Nazianzo e Teodoro di Mopsuestia non è stato elencato. Non viene considerato. Sfortunatamente, sant’Efrem rimane ancora un segreto in Occidente…
Le sue opere, però, non possono rimanere sigillate per noi biblisti in questo momento della storia della chiesa post-conciliare, in cui osserviamo un nuovo interesse nella lettura della Bibbia, lettura che va sotto il nome di lectio divina. Papa Benedetto XVI non ha perso l’opportunità di parlare della lectio divina in questo primo anno di pontificato. Prima dell’anniversario della Dei Verbum, nel novembre scorso, in due occasioni il Santo Padre ha parlato della sua speranza in ordine ad una nuova primavera spirituale che potrà fiorire per mezzo della lectio divina nella Chiesa. E nel suo recente messaggio ai giovani per la XXIa Giornata Mondiale della Gioventù ha rivolto l’invito ad acquisire dimestichezza con la Bibbia, suggerendo loro di adoperare la lectio divina come metodo per leggere e pregare la Scrittura. Sant’Efrem ne sarebbe contento! 
Questo nuovo interesse alla lectio divina deriva dallo stesso documento conciliare Dei Verbum (§ 25):

Il Concilio esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere «la sublime scienza di Gesù Cristo» (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. «L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo». Si accostino essi volentieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra liturgia, che è impregnata di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle iniziative adatte a tale scopo e di altri sussidi, che con l’approvazione e a cura dei pastori della Chiesa, lodevolmente oggi si diffondono ovunque.

L’espressione “lectio divina” non appare nel documento conciliare. Tuttavia, il significato di questo paragrafo diviene esplicito nel documento L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, del 23 aprile 1993. Questo documento fu scritto dalla Pontificia Commissione Biblica sotto la guida di Sua Eminenza il Cardinale Vanhoye, allora suo segretario. Mentre festeggiamo la Sua elezione, Eminenza, riconosciamo il contributo significativo di questo documento per la vita della chiesa universale. Il documento, come sapete, fa un riassunto e una valutazione dei vari metodi odierni per interpretare la Bibbia. E nell’ultimo capitolo, intitolato Interpretazione della Bibbia nella Vita della Chiesa, la lectio divina viene presentata:

Come pratica collettiva, [la lectio divina] è attestata nel III secolo, all’epoca di Origene; questi faceva l’omelia a partire da un testo della Scrittura letto in modo continuato durante la settimana. Esistevano allora assemblee quotidiane dedicate alla lettura e alla spiegazione della Scrittura.

Lettura continua, assemblee quotidiane dedicate alla lettura e alla spiegazione della Scrittura — sembra un corso di esegesi del Biblico fatto nel terzo secolo. E infatti, da un certo punto di vista, la nostra attività qui rispecchia la lectio divina, almeno come essa veniva fatta da Origene, oppure, come voglio sottolineare stamattina, da sant’Efrem.
“No!”, direte. Qui al biblico facciamo studi scientifici; la lectio divina si fa in cappella. Sant’Efrem, tuttavia, non vede questo distacco. Per lui la biblioteca e la cappella si abbracciano nella lectio divina. Lo studio e la preghiera si uniscono.

Sant’Efrem e la lectio divina

Sant’Efrem è conosciuto per i suoi inni, madrashe memre. Scrisse però anche commentari sulla Bibbia, dei quali tre si sono conservati fino ad oggi:
          1.  Commentario (poshaqa) sul Genesi;
          2.  Un’Esposizione (torgama) sull’Esodo (non completo);
          3.  Un Commentario sul Diatessaron              

Nelle introduzioni  a questi commentari, Efrem non rivela la sua metodologia di  interpretazione. Nel suoCommentario sul Diatessaron, ad esempio, inizia subito con la sua esegesi del prologo del vangelo di Giovanni. È solo leggendone il commentario che si può scoprire il suo metodo di interpretazione.  E, in questo processo, il lettore nota la sua vasta conoscenza della Bibbia, come papa Benedetto XV scrisse nella sua enciclica. Efrem vuole spiegare i testi più difficili dei vangeli. E l’unica fonte per interpretare e illuminare il significato del NT è l’AT. Lui, cioè, vede l’AT dietro ogni frase del NT, cosicché la metà del suo commentario sui vangeli tratta dell’AT. 
Ad esempio, Efrem (VI,6-7) arriva a Mt 5,29-30: “Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te…. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te…”. Il testo è difficile e gli esegeti hanno scritto tanto. Il Siro si domanda: Come potrebbe chiederci il nostro Signore di tagliare le membra che lui stesso ha creato? Una buona domanda! In merito a ciò, Efrem si ricorda di Gioele 2,13:
         “Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio”.

Osserviamo il suo metodo: il testo è oscuro ed Efrem si chiede come l’AT possa illuminare questo insegnamento del Nuovo. In Gioele 2,13 trova    una soluzione. 
In Gv 5,46 Gesù dice: “Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me perché di me egli ha scritto”. Ma dove Mosè ha scritto di Gesù? Anche gli esegeti oggi si pongono la stessa domanda. Efrem offre un’interpretazione (XIII,11):

Mosè scrisse di me: “Se un profeta sorge ed egli fa segni e miracoli, e poi [i segni] succedono, dovrebbe essere accolto, perché è un profeta. Se no, non dovrebbe essere creduto, perché falso”. Questo è ciò che Mosè ha scritto di me.

Efrem fa allusione a Deuteronomio  13,1-3 per spiegare Gv 5,46. 
In Lc 13,33 Gesù, rispondendo alla minaccia di Erode, dice:

Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.

Di nuovo gli esegeti si chiedono il significato di queste parole. Dov’è la tradizione che il profeta non può morire fuori di Gerusalemme? Efrem si ricorda di Dt 16,5-6, e scrive (XIV,13):

Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. Questo si riferisce al testo che dice: “Non è lecito per voi immolare la pasqua fuori del luogo dove il Signore tuo Dio ha scelto di far abitare il suo nome”.

Ci sono molti altri esempi che dimostrano come sant’Efrem, nel suo Commentario sul Diatessaron, cerca di spiegare passi del NT, ogni crux interpretum, cercando di illuminarli sotto la luce dell’AT. 
Ma quale sussidio avrà consultato per trovare migliaia di citazioni ed allusioni prese dall’AT per spiegare il NT? Aveva Bible Works 7.0? Gli bastava un “point and click” per trovare la citazione? Aveva Mandelkern o Even-Shoshan (menziono queste due opere per coloro che hanno più di 50 anni e si ricordano di un mondo biblico senza Bible Works…)? Aveva una biblioteca di commentari sull’AT da consultare? No. Efrem, il Siro, aveva semplicemente letto l’AT. Pensiamo un po’ — lui aveva letto la Bibbia. La Bibbia non era scritta sul suo computer ma nel suo cuore. È ben possibile che Sant’Efrem avesse memorizzato una buona parte della Bibbia. Il frutto di questa conoscenza della Bibbia si vede in tutte le sue opere, in cui il linguaggio è completamente biblico. 
Nelle sue opere sant’Efrem ci insegna il primo passo della lectio divina: leggere la Bibbia. 

Il contemporaneo di Sant’Efrem, Afraate, rende più esplicito questo consiglio nelle sue Dimostrazioni. (Afraate, conosciuto per le sue 23 “Dimostrazioni”, ovvero, omelie, per la chiesa di Persia all’inizio del quarto secolo.) Nella conclusione della decima Dimostrazione, scritta ai pastori, Afraate offre un ultimo consiglio: (col. 464.21-24):

Rifletti su ciò che ti ho sempre scritto. Dovresti sforzarti di leggere i libri che sono proclamati nella chiesa di Dio.

“Dovresti sforzarti di leggere” in siriaco è wahmayt ‘amel lmeqra’. Questa espressione consiste in un verbo ausiliare (hwa) premesso ad un participio: essa esprime la modalità del “dovere” mentre il participio da un aspetto iterativo. Vuole dire: dovresti continuamente stancarti con la lettura della Bibbia. Cosi Afraate, parlando ai pastori, si associa ad Efrem per indicarci il primo passo sulla strada della lectio divina: leggere la Bibbia! 
 Ad un certo punto del suo Commentario sul Diatessaron Efrem fa una pausa nella sua esegesi per riflettere su cosa voglia dire leggere la Bibbia. Ci spiega come uno studioso della Bibbia sia in verità uno studente della lectio divina. Scrive (I,18-19):

  • Chi è capace di comprendere la vastità di ciò che può essere scoperto in una tua parola? Lasciamo molto più di ciò che prendiamo, come persone assetate che bevono ad una fontana… 
  • Chiunque va incontro alla Scrittura non dovrebbe presumere che il solo aspetto delle sue ricchezze che ha trovato è l’unico aspetto che esiste. Dovrebbe invece capire che egli può scoprire solo una delle numerose ricchezze che esistono in essa.
  • E tanto meno, dopo che la Scrittura lo ha arricchito, il lettore non dovrebbe impoverirla. Piuttosto, se il lettore non è capace di trovare anche di più, dovrebbe riconoscere la grandezza della Scrittura.
  • Rallégrati perché hai trovato piacere, e non lamentarti perché hai dovuto lasciare il resto. Una persona assetata si rallegra perché ha bevuto. Non si lamenta perché era incapace di bere finché la fontana fosse prosciugata.
  • Lascia che la fontana ti estingua la sete; la tua sete non dovrebbe estinguere la fontana. Se la tua sete finisce, mentre non finisce l’acqua della fontana, puoi bere ogni volta che avrai sete. Mentre se la fontana venisse estinta, dopo che tu ti sei dissetato, la tua vittoria [sulla fontana] risulterebbe solo un danno per te.
  • Ringrazia per ciò che hai preso, e non lamentarti per quel resto che non hai potuto prendere. Ciò che hai preso con te è la tua porzione [per oggi], ciò che hai lasciato, il resto, è la tua eredità

In tutto il suo lungo Commentario sul Diatessaron, solo qui Efrem rivela il suo concetto di “esegesi”, il suo modo di leggere la Bibbia. Non è la lectio divina dell’Occidente, come noi la conosciamo dalla Scala Claustralium da Guigo II (1140-1193) della Grande Chartreuse, con i quattro gradini, lectio, meditatio, oratio, contemplatio. (Questo schema è il frutto di una lunga storia della lettura della Bibbia, da Origene ad Agostino, Cassiano, i padri del deserto, fino agli ordini religiosi.) Efrem, come poeta teologo, non ha una schema così lineare. Ha invece una metafora. Per fare la sua “lectio divina”, bisogna bere dalla fontana della sacra Scrittura. Quest’immagine della fontana corrisponde ai primi due gradini nella scala della lectio divina d’Occidente, cioè, lectio meditatio.
Per Efrem, leggere la sacra Scrittura vuole dire incontrare la “vastità” della Scrittura. L’esegeta lascia molto più di ciò che prende. Questo ci fa ricordare Paul Ricoeur quando dice che la sacra Scrittura “donne à penser”, oppure, di David Tracy che la Bibbia è un “classic”. La sacra Scrittura provoca la comunità umana a una profonda riflessione in varie epoche e culture. Il “classic” vuole comunicare e il suo significato non è mai esaurito. Il “classic” resiste ad una definizione finale. Sant’Efrem, non avendo letto né Ricoeur né Tracy, adopera l’immagine della fontana. Essa donne a penser, essa è il “classic” che non permette che qualcuno riesca a bere tutta la sua acqua. 
Il primo gradino per sant’Efrem, prendendo in prestito l’immagine della Scala, è di sperimentare, per mezzo della lettura, la “vastità” della parola di Dio. In Occidente, Benedetto XVI ha scritto che il primo gradino, la “lectio”, “consiste nel leggere e rileggere un passaggio della Sacra Scrittura cogliendone gli elementi principali.” Sant’Efrem, poeta, ci spinge alla fontana per bere…

Stralcio testo tratto dalla pagina: biblico.it sulla quale vi suggerisco di continuare la lettura…

 

Affresco trecentesco di Sant’Efrem il siriano (particolare), Chiesa dell’Assunzione della Vergine a Protat, Athos – Wikipedia, pubblico dominio

 

LA PREGHIERA DI SANT’EFREM

Sant’Efrem ha composto una piccola e incisiva preghiera che la Chiesa Ortodossa recita ogni giorno nelle sue ufficiature quaresimali. Da essa si comprende la prospettiva nella quale si pone il cristiano ortodosso praticante. Tutto ciò che ripiega la persona su se stessa (ozio, curiosità, superbia, loquacità, giudizio del fratello) viene rigettato. Viene fermamente richiesto quanto appartiene alla pura oblatività (saggezza, umiltà, pazienza, amore) nella serena considerazione della propria creaturalità (vedere le mie colpe). Naturalmente tutto ciò non è finalizzato ad acquisire una moralità che edifichi gli altri. Si può dire che sia paragonabile all’attenzione del funanbolista il quale, se vuole attraversare la corda e giungere alla fine del suo esercizio, prende le dovute precauzioni. Queste precauzioni sono ripresentate alla memoria, durante il momento liturgico, e domandate a Dio. Senza di esse non c’è spirito quaresimale ma non c’è neppure Ortodossia dal momento che l’Ortodossia è una realtà che si vive e che, alla fine, coincide con il Cristo stesso.

Signore e Sovrano della mia vita, non darmi uno spirito di ozio, di curiosità, di superbia e di loquacità.

Segue una grande metania (prostrazione)

Concedi invece al tuo servo uno spirito di saggezza, di umiltà, di pazienza e di amore.

Segue una grande metania

Sì, Signore e Sovrano, dammi di vedere le mie colpe e di non giudicare il mio fratello; poiché tu sei benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

Dopo questo versetto altre 12 piccole metanie dicendo per ciascuna:

O Dio, sii propizio a me peccatore e abbi pietà di me.

Di nuovo una grande metania e l’ultimo versetto della preghiera:

Sì, Signore e Sovrano, dammi di vedere le mie colpe e di non giudicare il mio fratello; poiché tu sei benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

Stralcio testo tratto dalla pagina: padridellachiesa.blogspot sulla quale vi suggerisco di continuare la lettura…