In estrema sintesi: monaco predicatore, allievo di Abelardo a Parigi, si oppose al potere temporale dei papi propugnando la povertà della Chiesa. Si inimicò anche l’altra superpotenza del tempo, l’Impero, sostenendo le autonomie comunali. Il papa Adriano VI e l’Imperatore Federico Barbarossa ebbero facile alleanza contro di lui: fu catturato, consegnato dal Barbarossa al Prefetto di Roma, impiccato e poi arso sul rogo; infine le ceneri furono disperse nel Tevere.


Arnaldo_da_Brescia_bustoArnaldo da Brescia fu un riformatore religioso caratterizzato da notevole eloquenza e forte avversione per l’istituzione tradizionale ecclesiastica. 

I punti fondamentali del suo radicale programma di riforma, da collegarsi alle idee del movimento milanese dei Patarini, erano: la rinuncia della Chiesa alla ricchezza e il suo ritorno alla povertà evangelica, l’abbandono del potere temporale, la predicazione estesa ai laici, la non validità dei sacramenti amministrati da un clero non degno, la confessione praticata tra fedeli e non ai sacerdoti.

Un precursore della riforma
Arnaldo da Brescia, personaggio non particolarmente noto, ma sacerdote dalla vita esemplare, affermava che nessun membro del clero dovesse possedere delle proprietà, tanto meno interessarsi ed esercitare il potere temporale.

Era contrario al battesimo degli infanti, come molte delle correnti religiose definite “dall’ortodossia cattolica” come eretiche (senza scordarsi dell’età in cui Gesù venne battezzato da Giovanni, nda!). Dichiarava inoltre che i sacramenti amministrati da religiosi indegni venissero invalidati.
Le sue idee, come è facile immaginare, trovarono un forte riscontro negativo nella Chiesa Cattolica Romana, subendo più volte l’esilio, e costretto a condurre una vita raminga in giro per l’Europa del tempo.
Nel 1145 Arnaldo giunse a Roma, e grazie al suo grande carisma e alla sua eloquenza, riuscì a divenire una delle principali guide politiche e, soprattutto, spirituali, del comune romano, nato pochi anni prima in evidente funzione antipapale.
Un cronista dell’epoca ci riporta quanto segue: “Arnaldo criticava ormai apertamente i Cardinali, dicendo che il loro consesso… non era la chiesa di Dio, ma un mercato e una spelonca di ladri… Nemmeno il Papa era ciò che si professava, uomo apostolico e pastore di anime, ma uomo sanguinario, che fondava la sua autorità su incendi e omicidi, torturatore delle chiese, persecutore dell’innocenza, il quale non faceva altro al mondo che vessare la gente, riempiendo le proprie casse e svuotando quelle degli altri”.

Nonostante tutto la popolarità di Arnaldo crebbe, permettendogli di agire indisturbato a Roma per anni. Nel 1155 Papa Adriano IV riuscì a farlo esiliare con la minaccia di lanciare un interdetto contro la città (una specie di embargo religioso che sospendeva le attività ecclesiastiche su un territorio).
Mentre Arnaldo fuggiva da Roma, venne catturato dalle truppe di Federico Barbarossa, che lo consegnò direttamente nelle mani del Papa.

Arnoldo_da_Brescia_rogo

Venne impiccato. Poi, per paura che attorno ai suoi resti potesse nascere un culto popolare, il suo corpo venne bruciato e le ceneri disperse nel Tevere.

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Breve storiografia, per meglio intendere una storia che Roma non ama

A venticinque anni, Arnaldo divenne canonico agostiniano e si trasferì a Parigi, dove ebbe come maestro Pietro Abelardo e dove lesse avidamente tutte le opere dei Padri della Chiesa.
Al suo ritorno a Brescia, nel 1119, iniziò una serrata propaganda anticlericale, decisamente innovativa per i tempi: Arnaldo accusava il clero ed in particolare il vescovo di Brescia Manfredo, di possedere terre, di interessarsi di vicende politiche e di praticare usura, predicando il ritorno alla povertà evangelica, all’elemosina e alla solidarietà.
Nel 1139 le sue idee e quelle di Abelardo vennero giudicate eretiche dal Concilio Lateranense II e per tale motivo egli decise di lasciare l’Italia ed andare in Francia dall’amico Abelardo.
Qui partecipò al Concilio di Sens del 1140, teatro della disputa tra Abelardo e Bernardo di Chiaravalle. A quest’ultimo fu riconosciuta la ragione ed ottenne dal re Luigi VII l’espulsione dalla Francia di Arnaldo. Questi allora si recò prima a Zurigo e poi in Boemia nel 1143, accolto dal legato pontificio Guido di Castello, futuro papa Celestino II. Chiesto ed ottenuto il perdono da papa Eugenio III, Arnaldo tornò poi a Roma nel 1145 dove, con la cacciata del pontefice seguita alla rivolta del 1143, era stato istituito un libero comune retto da un senato oligarchico e da un patricius.
In tale situazione Arnaldo si gettò completamente nell’agone politico giungendo a fomentare con accalorati comizi le sue tesi anti-papali e rivoluzionarie, tese a fare di Roma un’entità politica nuova e sganciata dalla Chiesa; questo comportò la scomunica da parte del papa nel 1148, ma godendo del favore popolare, non fu mai perseguitato.
Fallita l’esperienza del libero comune, Arnaldo ed i suoi numerosi seguaci, detti arnaldisti, mossi dallo spirito antipapale, pensarono quindi di far rinascere uno stato imperiale a Roma e si rivolsero a Federico Barbarossa per convincerlo a scendere su Roma ed instaurarvi un potere laico opposto a quello del papa. Nel 1152 il Eugenio III riconobbe il Comune come entità politica, ma non poté godere a lungo della pace perché morì di lì a poco.

Arnaldo_da_Brescia_monumentoDopo il brevissimo pontificato di papa Anastasio IV, divenne papa nel dicembre 1154 Adriano IV. Nel 1155 Adriano IV colpì d’interdetto Roma, in seguito all’assassinio di un cardinale, con la promessa di revocare la decisione solo se Arnaldo fosse stato esiliato dalla città. A questo punto la città si schierò contro Arnaldo e si sollevò contro il Senato.
Arnaldo fu quindi costretto a fuggire da Roma e vagare come ospite di alcune potenti famiglie della campagna romana, tra cui il Visconte di Campagnano. Era qui ospite quando l’Imperatore Federico I Barbarossa, in italia per essere incoronato, ordinò al Visconte la consegna di Arnaldo che fu quindi tradotto a Roma.
Probabilmente intorno al giugno 1155, ma non è certa la data esatta, Arnaldo venne condannato dal tribunale ecclesiastico all’impiccagione, ed il suo corpo fu arso al rogo mentre le sue ceneri furono sparse nel Tevere, per impedire che se ne recuperassero i resti mortali. Il reale capo d’accusa non fu la predicazione contro l’abuso delle ricchezze da parte del clero, contro il quale aveva combattuto ferocemente anche il suo nemico Bernardo di Chiaravalle, bensì il rifiuto assoluto del potere temporale del Papa e della Chiesa, che San Bernardo e gli altri avversari di Arnaldo consideravano «eresia».
La figura di Arnaldo da Brescia fu riscoperta dai giansenisti lombardi nel settecento e fu celebrata da Giovanni Battista Niccolini, nella tragedia a lui dedicata, come quella di un eroe anticlericale vittima di un imperatore tedesco.
La cultura laica dell’Ottocento lo esaltò come un martire del libero pensiero, mentre la Riforma Protestante ne fa un suo antesignano. 
I suoi seguaci, noti come Araldisti continuarono a fare proseliti ancora per svariati anni. Solo in seguito confluirono nei Valdesi.

Elaborato da G.M.S. per Umsoi -tratto da Wikpedia e da silas2 su spinder

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Leggiamo sul Dizionario di storia antica e medievale

ARNALDO DA BRESCIA 
(Brescia fine XI-inizi XII secolo – Roma 1155). Uno dei principali esponenti del movimento di riforma religiosa del secolo XII. Allievo di Abelardo a Parigi, a Brescia era divenuto canonico regolare. 
La predicazione contro la corruzione del clero ne fece un protagonista della incipiente vita comunale e della lotta dei cittadini contro il vescovo Manfredo. 
Condannato da Innocenzo II ad abbandonare la diocesi bresciana, passò in Francia, dove partecipò allo scontro fra san Bernardo e Abelardo nel concilio di Sens (1140). 
Colpito da nuove condanne papali ispirate da san Bernardo, nel 1145 si presentò a Eugenio III, che gli permise di recarsi in pellegrinaggio a Roma. Qui si trovò nel pieno dello scontro fra il pontefice, che aveva lasciato la città, e il popolo romano, proteso verso l’autogoverno sul modello dell’antica repubblica. 
Riprese a predicare i suoi temi ascetici e di condanna della temporalità e mondanità della Chiesa, e finì per diventare simbolo della autonomia comunale. 
Nel 1155 lasciò la città, che aveva trovato un accordo col papa Adriano IV, ma fu preso in val d’Orcia e consegnato a Federico Barbarossa, diretto a Roma. Processato, fu messo al rogo e le ceneri vennero sparse nel Tevere, per evitare che il corpo divenisse oggetto di culto popolare.