Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Eldorado: il leggendario regno dell’oro

Da secoli gli esploratori più ingegnosi inseguono invano le tracce di un favoloso “paese dell’oro” situato nel Sudamerica settentrionale.
Quali piste sono state percorse finora?
Dove è stato cercato il mitico luogo?
E chi era El Dorado, l’Uomo d’Oro?

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“L’oro”, scrisse il poeta greco Pindaro, “è figlio di Zeus. Né la tarma né la ruggine possono divorarlo, ma divorata ne è la mente dell’uomo”. Da tempo immemorabile l’umanità ne è ossessionata. Nonostante la sua abbondanza nei bazar d’Oriente, per non parlare di Dallas e Dynasty  in cui è profuso a volontà, l’oro è sempre stato raro, si è calcolato che la quantità totale estratta finora è inferiore al milione di tonnellate. Proprio per questo, è diventato rappresentativo di quanto vi è di più prezioso. Può darsi che i diamanti siano “i migliori amici di una ragazza”, ma i popoli parlano di un’Età dell’Oro, un cuore d’oro, un’opportunità d’oro. Per gli artigiani è un materiale senza pari: malleabile come la creta, duro come la pietra. La rarità e la bellezza dell’oro ne hanno fatto il metallo dei re.
La potente mistica basata sull’oro era fortemente legata in origine al colore giallo che lo contraddistingue. Gli Egizi lo associavano al sole e all’essenza della vita. In quella che fu la Costa d’Oro dell’Africa settentrionale, corrispondente all’attuale Ghana, il famoso Trono d’Oro del re degli Ashanti impersonava l’anima della nazione e un pizzico di polvere d’oro introdotto nel perizoma dei defunti costituiva un lasciapassare per il mondo degli spiriti.
Nell’antico Nord l’oro era il tesoro supremo sorvegliato dai draghi, e nel regno di Prester John era raccolto a manciate. Fu l’oro ad attrarre Alessandro Magno in Persia, a convincere i Portoghesi a “spingersi con le loro navi oltre i confini segnati sulle carte”, a richiamare gli Spagnoli nel Nuovo Mondo. E fu per cercare l’oro che per secoli centinaia di uomini persero la vita, inseguendo il sogno di Eldorado.


La storia dell’Uomo d’Oro

“L’oro è la più squisita di tutte le cose…”, scrisse Cristoforo Colombo. “Chiunque possieda l’oro può acquistare tutto ciò che desidera al mondo. In verità, con l’oro ci si può assicurare l’entrata dell’anima in paradiso”.
Fu con questa mentalità che, dopo la prima traversata dell’Atlantico ad opera del genovese nel 1492, gli Spagnoli partirono alla conquista del Nuovo Mondo.
In mezzo secolo, gli Aztechi del Messico e gli Inca del Perù furono sacrificati alla cupidigia dei conquistadores.
Nelle alte Ande colombiane furono organizzate spedizioni nell’entroterra per depredare le ricche tombe degli Indios Sinu, e nel 1539 gli Europei penetrarono per la prima volta nel territorio dei Muisca e fondarono la città di Bogotá.
Frequentando i Muisca, gli Spagnoli sentirono parlare di una cerimonia che aveva luogo poco più a nord di Bogotá, presso il lago Guatavita. All’epoca erano ancora vivi alcuni indios che avevano assistito all’ultimo di questi riti, durante i quali era riconosciuto il nuovo re. Un cronista spagnolo riportò nel 1636 il resoconto di un testimone oculare:
“Il primo viaggio che dovette intraprendere fu alla grande laguna di Guatavita, dove rese offerte e sacrifici al demone che essi adoravano come loro dio e signore. Durante la cerimonia alla laguna costruirono una zattera di giunchi, abbellendola e ornandola con i loro oggetti più belli.
La poggiarono su quattro bracieri accesi in cui bruciarono molta moque, che è l’incenso di questi indigeni, oltre a resina e a molti altri profumi.
La laguna era vasta e profonda, tale da poter essere navigata da un’imbarcazione dai fianchi alti carica di un’infinità di uomini e donne sontuosamente vestiti con belle piume, placche e corone d’oro… 

 

A quel punto spogliarono l’erede al trono dei suoi abiti e lo unsero con del terriccio vischioso che cosparsero poi di polve­re d’oro, ricoprendogli così tutto il corpo con il metallo. Lo sistemarono a bordo della zattera su cui egli restò immobile, e poggiarono ai suoi piedi un gran mucchio d’oro e di smeraldi affinché ne facesse offerta al suo dio. Insieme a lui, montarono sull’imbarcazione quattro influenti personaggi interamente abbigliati con piume, corone, braccialetti, ciondoli e orecchini in oro puro. Anch’essi erano nudi e ciascuno reggeva un’offerta. Quando la zattera lasciò la riva, ebbe inizio la musica, con trombe, flauti e altri strumenti, accompagnata da canti che facevano tremare le montagne e le valli, finché, quando la barca raggiunse il centro della laguna, essi alzarono una bandiera per imporre il silenzio. L’indio ricoperto d’oro fece poi la sua offerta, gettando tutto l’oro in mezzo al lago e i capi che lo scortavano fecero lo stesso con i loro doni. Con questa cerimonia il nuovo governante fu accolto e riconosciuto come signore e re”.


Il tesoro del Lago Guatavita

La cerimonia di “El Dorado”, l’Uomo d’Oro, diede inizio alla leggenda. Benché si fossero già impossessati di parecchie centinaia di libbre d’oro appartenenti ai Muisca e ai loro vicini, i conquistadores erano convinti che il meglio dovesse ancora venire, sotto forma dell’inestimabile tesoro giacente, secondo loro, sul fondo del Lago Guatavita. Il primo tentativo di dragare il lago fu compiuto nel 1545, ma l’iniziativa più complessa dell’epoca fu quella intrapresa da un mercante di Bogotá, Antonio de Sepulveda, che avviò le operazioni di ricerca negli anni successivi al 1580.

 

Avvalendosi di una manodopera di 8000 indios, praticò una larga incisione nel bordo del lago – tuttora ben visibile – per far defluire l’acqua. Il livello si abbassò così di 20 m, dopo di che l’apertura franò provocando molte vittime. Fu abbandonato allora il progetto, benché fossero stati trovati degli oggetti preziosi: la parte di bottino spedita in Spagna al re Filippo II comprendeva una corazza d’oro, un bastone ricoperto di placche d’oro e uno smeraldo grosso come un uovo di gallina.

 

Ben presto la caccia alle leggendarie, inimmaginabili ricchezze si estese oltre i confini del Lago Guatavita.
Già all’epoca dei conquistadores si era propagata in un baleno la voce dell’Uomo d’Oro e della mitica città di Manoa, dove persino le pentole erano d’oro.
Convinti che la località si celasse nelle foreste inesplorate del bacino amazzonico, anno dopo anno esploratori e avventurieri s’inoltrarono nella giungla e molti non ne fecero ritorno.
Sir Walter Raleigh fu uno di quelli che sopravvissero all’avventura, ma doveva un giorno rammaricarsene. Su incarico della regina Elisabetta I d’Inghilterra partì, nel 1595, alla ricerca di Manoa e del suo oro nelle foreste della Guyana. Trovata la città, concepì il proposito di allearsi con gli abitanti per sconfiggere le forze spagnole, ma la spedizione non ebbe successo. Un secondo fallimento, nel 1617-18, servì da pretesto per la sua esecuzione.
Con il trascorrere del tempo il ricordo dell’Uomo d’Oro si affievolì, e il nome di El Dorado finì per designare un luogo – Eldorado – ricolmo d’inconcepibili ricchezze che attendevano il loro scopritore, nascosto fra le Ande o nel folto della giungla amazzonica. Per due secoli venne cercato e, sotto un certo aspetto, trovato, benché non nel senso sperato dai conquistadores. Inseguendo il sogno del leggendario regno dell’oro i primi esploratori e prospettori minerari rivelarono, infatti, al mondo il cuore segreto del Sudamerica.

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Una nota: ORO PER L”IMPERO BRITANNICO

L’esploratore, politico e studioso inglese Sir Walter Raleigh (circa 1552-1618) fece vela per il Sudamerica nel 1595 con il proposito di trovare l’oro e di fondare un Impero Britannico. I suoi buoni rapporti con gli Indios furono essenziali per il successo della missione. Un’incisione che lo mostra a colloquio con un capo indio della Guyana – l’attuale Venezuela – servì a illustrare il resoconto che egli fece della spedizione, pubblicato nel 1599. Raleigh ritornò in Inghilterra con la notizia che gli indigeni erano disposti ad allearsi con gli Inglesi, che Eldorado esisteva veramente e che l’oro sarebbe stato trovato in abbondanza lungo le acque del fiume Orinoco.

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tratto da tanogaboblog.it

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