Chi era Gan De? Di lui sappiamo poco, ma quel poco basta a collocarlo tra le figure più affascinanti della scienza antica. Visse intorno alla metà del IV secolo a.C. ed è ricordato come uno dei più rinomati astronomi imperiali cinesi dell’epoca della dinastia Zhou, un lungo periodo storico che si estese dal XII al III secolo a.C.

Gan De operò durante la fase finale degli Zhou Orientali, in un’epoca segnata da instabilità politica e conflitti continui. Prima dell’unificazione dell’impero, che sarebbe stata realizzata dalla dinastia Qin nel 221 a.C., la Cina era frammentata in stati rivali. Il periodo compreso tra il 403 e il 222 a.C. è infatti noto come “Periodo degli Stati Combattenti”, uno scenario di guerre endemiche ma anche di straordinaria vivacità intellettuale. È in questo contesto che la riflessione scientifica, e in particolare l’astronomia, conobbe un notevole sviluppo.

Gan De fu contemporaneo di un altro grande astronomo e matematico, Shi Shen, che operava probabilmente nello stato di Chu o in quello di Qi, due delle principali potenze del tempo.
Il legame tra i due non fu solo cronologico: Gan De raccolse e rielaborò l’opera di Shi Shen nel trattato intitolato Tianwen Xing Zhang, letteralmente “Divinazione basata sugli astri”. Il testo conteneva l’intero corpus di osservazioni del collega, corretto, ampliato e sistematizzato. Come molte opere scientifiche dell’antichità, anche questa andò perduta dopo il VI secolo, ma ne sopravvivono trascrizioni e citazioni, realizzate prima della distruzione degli originali.

I cataloghi stellari compilati da Gan De, Shi Shen e da un terzo astronomo, Wu Xian, divennero la base di tutta la cartografia celeste tradizionale cinese. Su di essi si fondarono mappe fondamentali come quella di Chen Zhuo, realizzata all’inizio del IV secolo, e quella di Qian Luozhi, compilata circa un secolo dopo. La loro eredità scientifica attraversò dunque i secoli, ben oltre la scomparsa materiale delle opere originarie.

Tutti e tre gli astronomi dedicarono particolare attenzione ai pianeti visibili a occhio nudo, chiamati Wu bu, i “Cinque Camminatori”: Venere, Giove, Marte, Saturno e Mercurio.
Essi elaborarono teorie sui loro movimenti, basate su una concezione cosmologica molto diversa da quella moderna.
I pianeti non erano considerati corpi posti a distanze differenti dalla Terra, ma astri che, come il Sole e la Luna, percorrevano la “Strada Gialla”, l’eclittica, mantenendosi tutti alla stessa distanza. Nel capitolo XVIII del Kaiyan zhanjing, Gan De elenca due volte i pianeti, in sequenze diverse, segno di un tentativo di comprenderne l’ordine e il comportamento piuttosto che di fissare una gerarchia definitiva.

È però nell’osservazione di Giove che Gan De raggiunse risultati straordinari. Fu il primo, per quanto oggi sappiamo, a descrivere il pianeta in modo dettagliato, definendolo “molto grande e luminoso”. Ancora più sorprendente è la testimonianza secondo cui nel 364 a.C. avrebbe osservato a occhio nudo uno dei suoi satelliti, forse Ganimede o Callisto. Se confermata, questa osservazione anticiperebbe di quasi duemila anni la scoperta dei satelliti gioviani attribuita a Galileo Galilei.

Fotomontaggio di Giove con i satelliti galileiani. – Wikipedia, pubblico dominio

In teoria, i satelliti medicei possono raggiungere una magnitudine apparente inferiore alla sesta, il limite della visibilità umana. Il problema è la luminosità abbagliante di Giove, che li rende normalmente invisibili. In condizioni particolari, ad esempio occultando il pianeta dietro un ostacolo naturale, come il profilo di un albero, uno o più satelliti potrebbero emergere alla vista. È possibile che Gan De e Shi Shen, osservatori pazienti e metodici, abbiano sfruttato proprio simili condizioni favorevoli nelle loro osservazioni congiunte dei cinque pianeti maggiori.

La figura di Gan De mostra come l’astronomia antica non fosse soltanto un esercizio tecnico, ma un intreccio di osservazione, cosmologia e interpretazione simbolica del cielo. In un’epoca segnata dalla guerra e dalla frammentazione politica, lo studio degli astri rappresentava una ricerca di ordine e regolarità nell’universo. Le sue osservazioni, sospese tra rigore empirico e visione mitica del cosmo, ricordano che la storia della scienza non procede per rotture improvvise, ma per lunghi accumuli di sguardi attenti rivolti al cielo.

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