(revisione agosto 2025)

La sera dell’8 settembre 1943 l’Italia visse uno dei momenti più drammatici della sua storia.
Alle 18.30 la radio di Algeri trasmise la voce del generale Dwight D. Eisenhower, comandante supremo delle forze alleate, che annunciava l’armistizio firmato cinque giorni prima a Cassibile. Poco dopo, alle 19.42, anche dagli studi dell’EIAR a Roma parlò il capo del governo, il maresciallo Pietro Badoglio:
«Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower…».

Con quelle parole finiva ufficialmente l’alleanza con la Germania, ma iniziava un caos senza precedenti.

Armistizio del 1943, Corriere della sera. – Wikipedia, pubblico dominio

Il re Vittorio Emanuele III e lo stesso Badoglio abbandonarono Roma senza lasciare direttive chiare. L’esercito, già debole e mal equipaggiato, si dissolse nel giro di poche ore: centinaia di migliaia di uomini, privi di ordini, furono sopraffatti dai tedeschi. I civili si ritrovarono esposti a rappresaglie e violenze, mentre soldati spaesati cadevano prigionieri o venivano deportati nei campi di concentramento.

In totale, in Italia e nei territori occupati, erano schierati oltre due milioni di militari italiani: circa 1,1 milioni nella penisola e in Sardegna, altri 900 mila in Francia, nei Balcani, in Grecia e nelle isole dell’Egeo. Una forza enorme solo sulla carta: male armata, disorganizzata e ormai senza comando.

Alfred Jodl – Wikipedia, pubblico dominio

Di fronte ai circa 400 mila tedeschi, perfettamente addestrati e dotati di mezzi corazzati, le divisioni italiane furono travolte. Alcuni reparti tentarono una resistenza coraggiosa ma isolata, come gli alpini in Trentino o le truppe in Francia, venendo rapidamente annientati.
In Grecia la tragedia fu ancora più crudele: la Divisione Acqui a Cefalonia scelse di combattere, pagando con quasi diecimila morti
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Il 7 novembre 1943 il generale Jodl, capo di Stato Maggiore della Wehrmacht, poté riferire a Hitler che 51 divisioni italiane erano state sicuramente disarmate e oltre mezzo milione di soldati catturati.

Mentre l’esercito crollava, la marina tentò di eseguire gli ordini. Al momento dell’armistizio disponeva ancora di una flotta consistente: cinque corazzate, otto incrociatori, decine di cacciatorpediniere e sommergibili.

Ammiraglio Carlo Bergamini (1888-1943) – Wikipedia, pubblico dominio

Il 9 settembre la squadra navale guidata dall’ammiraglio Carlo Bergamini lasciò La Spezia per raggiungere l’isola della Maddalena, ma dovette invertire la rotta verso l’Algeria dopo che i tedeschi occuparono l’arcipelago. Nel pomeriggio, al largo della Sardegna, la flotta fu attaccata da bombardieri tedeschi dotati di nuove bombe-razzo teleguidate.

Alle 15.52 la corazzata Roma, nave ammiraglia, fu colpita due volte e affondò in meno di mezz’ora. Con lei morirono 1.253 uomini, tra cui lo stesso Bergamini e il suo stato maggiore. Le altre unità riuscirono a riparare a Malta, dove confluirono anche le navi provenienti da Taranto e, l’11 settembre, la corazzata Giulio Cesare.

L’8 settembre non fu solo il giorno della dissoluzione dell’esercito italiano: fu anche l’inizio della Resistenza. A Roma, in Corsica, a Cefalonia e in altri luoghi si registrarono i primi atti spontanei di opposizione contro i tedeschi.

Quella giornata rimane il simbolo di una nazione allo sbando, tradita dall’incapacità dei suoi vertici, ma anche l’inizio di un doloroso percorso di riscatto.

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