(revisione gennaio 2026)

Da secoli l’immaginazione umana è attraversata da racconti di grotte e passaggi sotterranei, di tunnel che sprofondano nelle viscere della Terra e conducono a regni nascosti, abitati da mostri, demoni o civiltà dimenticate. Leggende, forse. Ma talvolta la realtà sembra spingersi così in profondità da assomigliare al mito. Sotto i nostri piedi potrebbero esistere luoghi antichissimi, misteriosi, la cui origine sfida ancora oggi ogni spiegazione definitiva.

È il caso della Cappadocia, regione dell’Anatolia centrale, in Turchia, compresa tra il Mar Nero a nord e la catena del Tauro a sud. Un paesaggio scolpito dal tempo e dal fuoco, dove la roccia tenera ha permesso all’uomo di modellare l’ambiente come pochi altri luoghi al mondo.

Nel 1963, durante una semplice ristrutturazione domestica nella cittadina di Derinkuyu, l’abbattimento di una parete rivelò un passaggio inatteso. Non conduceva a una grotta qualunque, ma a una vera e propria città sotterranea, scavata nella roccia e sviluppata a oltre 85 metri di profondità. Tredici livelli si snodano verso il basso, collegati da corridoi, pozzi e un sistema di ventilazione straordinariamente complesso, con circa quindicimila bocchette capaci di portare aria anche ai piani più profondi.

Image by Hans Braxmeier from Pixabay

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Le dimensioni sono impressionanti: gli ambienti avrebbero potuto ospitare fino a ventimila persone, tra uomini, donne e bambini. Non si trattava di un rifugio improvvisato, ma di una città pienamente funzionale. Sono stati rinvenuti magazzini, torchi per il vino, stalle per il bestiame, luoghi di culto, cucine annerite dalla fuliggine, sale da pranzo, cantine, botteghe, una scuola, grandi saloni comuni e persino spazi che ricordano una sorta di taverna. La presenza di un fiume sotterraneo e di numerosi pozzi garantiva l’autosufficienza idrica: Derinkuyu era un mondo chiuso, capace di sostenersi per lunghi periodi.

Ancora oggi questa città sotterranea stupisce archeologi e ingegneri. Costruire un complesso simile sarebbe un’impresa ardua perfino con le tecnologie moderne. Farlo in epoche remote, scavando nella roccia con strumenti primitivi, appare quasi inconcepibile. Eppure non vi sono tracce di grandi crolli strutturali: i pilastri che sostengono i livelli superiori sono stati calcolati con precisione, segno di una conoscenza profonda del materiale roccioso e delle sue proprietà.

Chi erano, dunque, i costruttori di Derinkuyu?
E soprattutto: perché scegliere di vivere sotto terra?

Imagine rinvenuta a Doura Europos (Siria), risalente al III secolo d.C., che, comunemente, viene intesa come quella del profeta iranico Zarathustra. – Wikipedia, pubblico dominio

La maggior parte degli archeologi ritiene che la città fosse un rifugio temporaneo, utilizzato durante periodi di guerra e invasioni.

Secondo l’ipotesi più accreditata, la città sotterranea di Derinkuyu sarebbe stata realizzata intorno all’VIII secolo a.C. dai Frigi, popolazione dell’Anatolia centrale.

Altri studiosi ne attribuiscono la costruzione agli Ittiti, civiltà fiorita secoli prima e nota per le sue avanzate capacità ingegneristiche.

Accanto alle spiegazioni archeologiche, alcune letture simboliche collegano Derinkuyu alle antiche tradizioni religiose della regione.

La Cappadocia rientrò infatti nell’area di diffusione della predicazione di Zoroastro, fondatore di una delle più antiche religioni monoteistiche.
Nei testi sacri zoroastriani, raccolti nell’Avestā, si narra di un grande cataclisma climatico annunciato da Ahura Mazdā, che affida al mitico sovrano Yima la costruzione di un rifugio sotterraneo per salvare uomini, animali e semi della vita.

L’episodio presenta analogie con altri miti di salvezza universale del Vicino Oriente, come il Diluvio biblico. L’impossibilità di datare direttamente la roccia lascia aperta la questione sull’età reale di Derinkuyu, che continua a oscillare tra interpretazione storica, memoria mitica e suggestione simbolica.

Dio persiano Ahura Mazda – Persepolis, Iran – Wikipedia, foto di Yare zaman2000, opera propriam rilasciata con licenza CC BY-SA 4.0

Un elemento continua ad alimentare il mistero: il sofisticato sistema di sicurezza. Enormi porte circolari in pietra, del peso di circa 500 chili, potevano essere fatte scorrere su rotaie e chiuse dall’interno da una sola persona. Una volta serrate, risultavano praticamente inespugnabili dall’esterno. Da chi, o da cosa, si stavano proteggendo gli abitanti di Derinkuyu?

Le interpretazioni più speculative collegano questi sistemi difensivi ai racconti di conflitti cosmici presenti nei testi sacri, dove divinità e forze avverse combattono per il dominio del mondo. In molte culture antiche compaiono descrizioni di “carri divini” capaci di volare, di esseri discesi dal cielo portatori di conoscenza e tecnologia: dalle Vimana indiane al carro di fuoco che, nella Bibbia, rapisce il profeta Elia.

Mito, simbolo o memoria deformata di eventi reali? La città sotto la terra rimane lì, silenziosa, a custodire il segreto.

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Ahura Mazda – Illustrazione da Brockhaus ed Efron Jewish Encyclopedia. – Wikipedia, pubblico dominio

Derinkuyu è un luogo in cui archeologia, mito e immaginazione si sovrappongono. Da un lato, essa testimonia l’ingegnosità straordinaria delle civiltà antiche, capaci di adattarsi all’ambiente in modo radicale; dall’altro, la sua vastità e complessità sembrano chiedere un significato che vada oltre la semplice funzione difensiva. Le interpretazioni che chiamano in causa divinità, cataclismi globali o interventi extraterrestri parlano meno di prove storiche e più del bisogno umano di dare forma narrativa all’ignoto. In questo senso, Derinkuyu non è soltanto una città sotterranea: è uno specchio della nostra eterna tensione tra conoscenza e mistero, tra ciò che sappiamo e ciò che continuiamo a immaginare.

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