Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

L’elmo di Milziade, l’eroe di Maratona

La battaglia di Maratona è un simbolo. E’ entrata nell’immaginario collettivo perché, se l’esito dello scontro fosse stato diverso, è probabile che l’Occidente, come noi lo intendiamo, non sarebbe mai nato. Ma non tutti sanno che, ancora oggi, come testimone dell’evento, con occhi di bronzo e sguardo fiero e minaccioso sopravvive l’Elmo di Milziade.

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Ma come si arrivò a Maratona?

Alcune città come Eretria e Atene appoggiarono una rivolta di coloni greci, sull’odierna costa turca, che volevano liberarsi dal dominio persiano. Ma il tutto affogò nel sangue e l’antica Mileto, per punizione, venne distrutta.
Dario I, il Gran Re, volendo vendicarsi o desiderando espandere i già suoi vasti territori, posò il suo occhio sulla Grecia. Alcune polis, terrorizzate, si sottomisero ma Atene e Sparta opposero un netto rifiuto. Dapprima la grande armata persiana ebbe gioco facile nel mettere a ferro e fuoco la piccola Eretria, poi, venne il turno di Atene e così l’esercito persiano sbarcò a Maratona, a circa 41 chilometri dalla città (su questa distanza nascerà la maratona sportiva, per celebrare l’impresa di Filippide).

Il villaggio, come ho potuto constatare di persona, è in una ristretta piana a mezz’ora d’auto da Atene. E’ una zona circondata da colline e punteggiata da fitti e bollenti uliveti dove, incontrastato, domina l’anestetizzante e ritmico stridere di aggressive cicale.

Qui, circa 25.000 persiani fronteggiarono 12.000 ateniesi e plateensi (gli spartani non arrivarono in tempo perché attardatisi a festeggiare le sacre Carnee). I Greci, pur essendo inferiori di numero, prevalevano nel modo di combattere perché guerreggiavano in modo corale (alla romana) mentre i Persiani in maniera individuale (tipo Celti e Germani); avevano anche un vantaggio nell’equipaggiamento, godendo di un’armatura che li ricopriva integralmente, mentre gli avversari ne erano sprovvisti.
Tuttavia, l’arma in più, fu il comandante: Milziade

Nella Storia non poche volte l’ingegno e l’abilità di un sol uomo hanno deciso gli scontri. Basti pensare a Von Manstein nella stupefacente campagna di Francia nel 1940 o a Napoleone in molte battaglie.

L’Eroe di Maratona”, utilizzando la stessa tattica che Annibale adotterà nella memorabile Canne, irrobustì molto le ali per evitare che la potente cavalleria avversaria lo aggirasse e, in modo insolito, assottigliò il centro. Poi, con determinzione, diede l’ordine di attaccare. Giocò d’azzardo, puntando tutto sulla sorpresa e paura che avrebbe suscitato tra i nemici tale arroganza in virtù della palese inferiorità numerica. Le frecce non arrecarono gravi perdite e, nel corpo a corpo, la corazzatura fu di estremo aiuto. Il centro indietreggiò ma non cedette e le ali, come una morsa, si chiusero a tenaglia sui persiani. La brillante strategia di Milziade ebbe uno strepitoso successo.

Ma la partita non era ancora chiusa. I Persiani, reimbarcatisi, tentarono di giocare un’ultima carta facendo vela su Atene per sorprenderla indifesa. Ma Milziade, intuendo il piano, a marce forzate riuscì a sopraggiungere col suo esercito per primo: a questo punto Dario I, non volendo ricevere una seconda devastante sconfitta in meno di un giorno, decise di ritirarsi.
In ogni modo, stranamente, il destino di Milziade fu amaro. Morì pochi anni dopo, essendo stato esiliato per colpa di una campagna diffamatoria orchestrata dai suoi nemici politici.

Questa è la storia vissuta dall’Elmo di Milziade che, dopo ben 2.500 anni, si è conservato “vivo e vegeto” per farsi ammirare dal pubblico. A Maratona, infatti, si può leggere in un pannello espositivo del ritrovamento presso il Tempio di Zeus a Olimpia, di un elmo firmato così “Milziade lo dedicò a Zeus”.

Il comandante lo offrì al Re degli Dei in ringraziamento per l’insperata vittoria sui temibili Persiani, e anche per sottolineare che lui e gli ateniesi erano stati predestinati al successo grazie all’aiuto divino. E, a proposito, ho un coinvolgente ricordo personale. La volta che lessi questo pannello, non mi annotai in quale museo si trovasse l’Elmo.

Quando, dopo pochi giorni, entrai in quello di Olimpia e m’imbattei in “lui” dal vivo… l’emozione fu incredibile perché giunto inatteso e perché mi trovai faccia a faccia con uno degli oggetti con la più forte carica storica conosciuti. Rimasi non so quanti minuti in estatica contemplazione… l’Elmo, che si presentava davanti a me, aveva visto i guerrieri di Maratona lottare con spasmo fino all’ultimo, e aveva udito le grida che, in persiano e greco, erano risuonate in quel bollente giorno del 490 a.C..

Guardandolo più da vicino, percepii un che di minaccioso e oscuro, avendo l’Elmo una forma a occhio umano assai marcata e possedendo paraguance molto allungati a mò di lame. Il nasale, in particolare, pareva un coltello che esce dalla fronte nell’atto di colpire. Infine, fissandolo frontalmente, pareva una Divinità Aliena di cui avere terrore, da temere.

L’Elmo di Milziade, in sostanza, è l’ultimo greco rimasto a ricordo della fatidica battaglia che sancì il destino della Grecia e, a tutt’oggi, permette agli appassionati dell’età Classica di poter compiere un salto temporale con la mente ma, soprattutto, col cuore.

articolo di Riccardo Dal Monte
fonte: vanillamagazine.it

 

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