Lorenzo, nipote di Cosimo de’ Medici, detto il Vecchio, fondatore della signoria medicea e figlio di Piero di Cosimo de’ Medici e di Lucrezia Tornabuoni. Ricevette una profonda educazione umanistica ed una accurata preparazione politica che gli permise, giovanissimo nel 1466, di far parte della balia e del Consiglio dei Cento, predisponendosi così alla successione del padre che era di salute cagionevole. Prima di assumere la signoria di Firenze ebbe modo di mostrare la sua abilità diplomatica in occasione delle missioni che gli furono affidate appena sedicenne a Napoli, Roma e Venezia. Riuscì, inoltre, con l’offerta di onori ed oro, a portare dalla parte dei Medici Luca Pitti, il più grande alleato dei loro avversari politici.

Nel 1468, grazie al diretto interessamento di sua madre Lucrezia Tornabuoni, si fidanzò con Clarice Orsini, che sposò l’anno successivo e che gli diede i figli Piero, Giovanni (il futuro Leone X), Giuliano e quattro figlie (Lucrezia, Maddalena, Luisa e Contessina). Per la prima volta un Medici sposava una donna di famiglia nobile, stabilendo un’alleanza tra Medici e Orsini che sarà la chiave per l’arrivo della prima porpora cardinalizia in famiglia, quella proprio di suo figlio Giovanni.

Alla morte del padre, avvenuta lo stesso anno del matrimonio, Lorenzo, appena ventenne, insieme al fratello Giuliano, assunse il potere su Firenze. Giuliano, riconoscendone le qualità superiori, lasciò immediatamente i compiti di governo al fratello ventenne. Lorenzo, non accettò ufficialmente il potere, volendo essere considerato un semplice cittadino di Firenze pur praticamente accentrando nelle proprie mani il potere della città e dello stato. Nel periodo dal 1469 al 1472 riformò completamente le istituzioni statali, sopì tutte le rivalità tra famiglie e risolse tutti i problemi familiari in modo da diventare supremo arbitro in ogni questione. Con piccole modifiche alla costituzione comunale, si assicurò il potere senza perdere il favore popolare: vennero conservate le magistrature comunali le quali, private tuttavia di autonomia, furono semplici strumenti nelle sue mani.

Lorenzo compendiava in sé potere politico ed economico, amore per l’arte e per la cultura rappresentando l’incarnazione ideale del principe rinascimentale e divenendo il vero e proprio arbitro della città: era pronto a regnare come signore assoluto. Assicurò, inoltre, un periodo di equilibrio fra le varie potenze italiane, tanto da meritarsi l’appellativo di “ago della bilancia italiana”.

Dopo aver domato le ribellioni di Prato e di Volterra, dopo dieci anni di governo, i fratelli Medici dovettero fronteggiare la recrudescenza degli attacchi delle famiglie rivali, prima fra tutte quella dei Pazzi, che organizzò la celebre “Congiura dei Pazzi” con lo scopo di uccidere i fratelli. Il 26 aprile 1478, mentre ascoltavano la messa in Santa Maria del Fiore, i due fratelli furono aggrediti. Giuliano fu colpito a morte dal sicario Bernardo Bandini, mentre Lorenzo, ferito in modo lieve, si salvò riparandosi in sagrestia aiutato da alcuni amici tra cui il Poliziano.

La Congiura dei Pazzi con l’uccisione di Giuliano de’ Medici nel dipinto di Stefano Ussi (1822-1901).

I congiurati furono esposti a crudeli vendette e rappresaglie, ma Lorenzo non poté raggiungere i veri organizzatori: il Papa Sisto IV e suo nipote Girolamo Riario, allora signore di Imola e, di lì a poco, anche di Forlì. Girolamo, fallito questo primo tentativo, organizzò altri due complotti per toglierlo dalla scena politica: uno diretto, per assassinarlo; ed uno indiretto, volto a presentarlo come mandante di un tentativo di avvelenamento nei confronti dello stesso Riario. Entrambi fallirono. Va notato che, negli anni successivi, i rapporti tra i due appaiono, dalla corrispondenza, sempre formalmente buoni: Lorenzo chiede a Girolamo vari interventi in favore della sua famiglia presso il Papa Sisto IV, e il Riario risponde accontentandolo con benevolenza.

Fallita dunque la congiura dei Pazzi, il Papa, sdegnato dal trattamento riservato ai congiurati, scomunicò Lorenzo, si alleò con Ferdinando I di Napoli e con la Repubblica di Siena contro la stessa Firenze, alleata di Milano e di Venezia. L’alleanza fiorentina fu sconfitta dal Re di Napoli nella cosiddetta Guerra de’ Pazzi, che seguì l’omonima congiura. Nel 1479, immediatamente dopo la fine dell’Assedio di Colle Val d’Elsa, che di fatto concluse le operazioni belliche, Lorenzo si recò coraggiosamente a Napoli di propria persona per trattare con Ferdinando I, riuscendo nell’impresa di convincerlo delle sue ragioni e ottenendo il ritiro delle sue truppe dalla Toscana, staccandolo dalla lega con il Papa.

Ritratto di Papa Sisto IV

Al ritorno in città, Lorenzo fu salutato dai fiorentini come salvatore della patria. Nel 1480 Sisto IV, rimasto isolato, offrì la pace a Firenze, mentre Girolamo Riario, sfumata l’ipotesi di impadronirsi del potere a Firenze, ottenne la signoria di Forlì.

Forte di questi successi Lorenzo, approfittando del momento favorevole, strinse il potere nelle sue mani istituendo il Consiglio dei settanta, organo di governo formato da fedelissimi della famiglia che diminuì l’autorità dei Priori e del Gonfaloniere di giustizia. Con il nuovo pontefice, Innocenzo VIII, i Medici si legarono ancora di più al papato, visto che Il Magnifico era convinto che l’alleanza tra Firenze, Napoli e lo Stato della Chiesa avrebbe tenuto gli stranieri lontani dal suolo italiano.

Lorenzo il Magnifico, indicato come il moderatore della politica italiana, seppe creare quell’equilibrio che fu apportatore di una pace fra gli Stati Italiani durata fino alla sua morte, avvenuta il 9 aprile 1492. Appresa la sua morte, Caterina Sforza, Signora di Forlì ed Imola, vedova del Riario, commentò: “Natura non produrrà mai più un simile uomo”.

Nel 1494, al ricomparire delle discordie tra stati, Carlo VIII invase la penisola.

Noi lo ricordiamo come un poeta per la sua celebre “Canzona di Bacco” un inno all’amore per la bellezza, il culto della gioia e dell’allegria che caratterizzarono la vita e l’opera di Lorenzo de’ Medici trovano prorompente dimostrazione nei “Canti carnascialeschi”, composizioni, forse musicate, che accompagnavano la sfilata dei carri allegorici nel periodo di Carnevale.

Tutta Firenze era in festa, allora: canti, balli, maschere, motti e scherzi si irradiavano nella capitale medicea ed erano tanto più allegre quanto minore era il tempo destinato alla gioia. La Quaresima, con i suoi obblighi liturgici, con l’imposizione all’astinenza dalle carni e dal riso, incombeva: il Carnevale era così metafora dell’esistenza spensierata, che dura poco, schiacciata com’è dalla routine e dai sacrifici e che deve essere dunque gustata sfrenatamente.

John William Godward – Gioventù e tempo (Youth and Time, 1901)

La “Canzona di Bacco ed Arianna” deve essere dunque immaginata come commento di un carro allegorico: la donna, abbandonata da Teseo e lasciata sofferente, ha saputo ritrovare nell’amore la gioia che tutti noi dobbiamo pretendere dalla vita.

Stralcio testo dalla pagina di g.m.s.
Immagini tratte dal web 

 

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