Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Paleocontatto, cosa rimane dopo 50 anni di ricerche?

Si chiama Paleocontatto quella teoria per cui, in un tempo remoto, vi sarebbero state interazioni tra un’umanità primordiale e degli esseri venuti dallo spazio.
Alla luce di reperti “misteriosi” o di dubbie interpretazioni, ritrovati nel corso dei decenni, questa disciplina si è sviluppata proponendo una rilettura alternativa della storia archeologica e dello sviluppo stesso delle civiltà.

Ha ancora senso dopo 50 anni il testo di von Däniken “Chariots of the Gods” e la ricerca sulla paleoastronautica?

Dal punto di vista iconografico il Regno degli Dei ha sempre affascinato l’essere umano, e nel corso dei millenni tutte le civiltà hanno provato in qualche modo a entrare in contatto con gli esseri celesti e comunicare con altre dimensioni, luoghi dove si riteneva fossero celati i segreti delle origini dell’uomo e le risposte a un mondo naturale difficilmente decifrabile.

Questi racconti prestano il fianco a una classica obiezione: le enormi distanze interstellari non permettono (e non hanno mai permesso, nemmeno in un remoto passato) contatti con altre civiltà. Le critiche alla teoria tuttavia presuppongono che i “visitatori” utilizzino macchine che per muoversi espellono delle sostanze – un po’ come gli attuali razzi – a velocità molto inferiori a quelle della luce o, nel migliore dei casi, prossime a quest’ultima.

La teoria degli antichi astronauti può essere tuttavia vista sotto un’altra prospettiva alla luce di alcuni recenti teorie che provano a dimostrare che per spostarsi nell’iperspazio a velocità superluminali occorrere un mezzo in grado di muoversi come un surf su di un’onda:
Senza espellere nessuna materia dal veicolo

Alla California State University, il prof. James Woodward crede che muoversi rapidamente attraverso lo spazio tempo non solo sia possibile, ma sarebbe anche fattibile entro un decennio, se solo si investissero molte risorse in questa missione. Perché antiche società aliene non avrebbero potuto pensarci migliaia o milioni di anni fa? E perché civiltà immensamente più avanzate della nostra non dovrebbero usare gli stargate per viaggiare nel cosmo?

Woodward parte da quello che Einstein definì “il principio di Mach”, formulato dal fisico austriaco Ernst Mach nel 1883. Il “Principio di Mach” è una delle vette più alte della fisica teorica, sufficiente in un certo senso per dedurre l’intera teoria della Relatività Speciale e, tramite la cosiddetta “Shape Dynamics Theory”, anche risultati equivalenti a quelli previsti dalla Relatività Generale.

Secondo Mach, l’inerzia di un corpo, ovvero la sua resistenza all’accelerazione, è un’altra manifestazione dell’influenza gravitazionale di tutta la restante massa dell’universo: se togli quell’influenza, togli l’inerzia. Senza inerzia puoi raggiungere e superare la velocità della luce nel vuoto anche con energia finita. E viaggiare a velocità maggiore della luce significa aprire nuove frontiere per il trasporto interstellare (oltre che per applicazioni ancora più fantastiche, specie se si interpreta la velocità tachionica, cioè superluminale, come quella che caratterizza un corpo che viaggia indietro nel tempo).

In pratica, sostiene Woodward in una delle tre ipotesi di “applicazione” del principio di Mach, se si trovasse il modo di isolare un oggetto da tutte le influenze gravitazionali – così come una “gabbia di Faraday” isola da ogni influenza elettromagnetica – allora si potrebbe dire che l’oggetto non abbia inerzia. E senza inerzia si può portare un oggetto a velocità superluminali, che vuol dire potenzialmente aprire le porte alla possibilità di uno “stargate”.

L’altra ipotesi parallela che suggerisce la possibilità di viaggi interstellari (e dunque di un remoto contatto) è il “Ponte di Einstein-Rosen”, il celebre warmhole celebrato dalla narrativa fantascientifica: un passaggio tra le pieghe dello spazio-tempo che potrebbe essere attraversato per congiungere punti (ed eventi) del nostro universo anche molto distanti tra loro.

Se da una parte è difficile avere la prova che “manufatti” o monumenti inspiegabili presenti sulla Terra siano attribuibile a presenze aliene, è altrettanto fantasioso pensare che civiltà milioni di anni più avanzate della nostra si muovano ancora con razzi a propellente e non siano riuscite (in passato, ma non solo) a sfruttare tecnologie superluminali che per il nostro attuale stadio evolutivo sarebbero indistinguibili dalle leggi naturali, o perfino dalla magia.

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stralcio tratto da un articolo di David Mazzerelli  pubblicato su vanillamagazine.it

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